
Nel XXI secolo, ci sarà abbastanza lavoro per tutti? È uno dei grandi interrogativi del nostro tempo. L’autore sostiene che la risposta è “no” e spiega perché la minaccia della “disoccupazione tecnologica” sia adesso reale.
Le macchine non faranno tutto nel futuro, ma faranno di più. E mentre lentamente, ma incessantemente, assumeranno un numero sempre maggiore di compiti, gli esseri umani saranno
costretti a ritirarsi in una serie di attività in continua contrazione. È poco probabile che tutti possano essere in grado di svolgere i lavori rimanenti; e non c’è motivo di immaginare che siano così richiesti da impiegare chiunque riesca effettivamente a farli.
Nel corso del XXI secolo, la domanda di lavoro umano da parte del libero mercato finirà, gradualmente, per diminuire considerevolmente. Alla fine, quel che sarà rimasto non basterà a fornire a chiunque lo desideri una tradizionale occupazione ben retribuita.
Ciò che accadrà non è un mondo senza alcun lavoro, come prevedono alcuni, ma un mondo senza abbastanza lavoro per tutti.
Nel XXI secolo, saranno più evidenti tre problemi sociali: disuguaglianza, potere delle big company e scopo sociale.
L’idea che l’effetto della tecnologia sul lavoro potrebbe dipendere dall’interazione tra due forze antagoniste – una forza di sostituzione, dannosa, e una forza complementare, utile – non è nuova. Queste forze, tuttavia, tendono a non essere illustrate in maniera particolarmente chiara.
Ma come lavorino realmente tali forze?. Da una parte, una macchina “sostituisce” gli esseri umani quando li destituisce da particolari compiti. Questo, quando avviene, si nota con relativa facilità. Dall’altra parte, una macchina “completa” gli umani quando aumenta la richiesta del loro lavoro in altre mansioni, un fenomeno che, come abbiamo visto, può avvenire in tre modi differenti, e spesso è meno facile da identificare rispetto al suo distruttivo cugino.
Finora, nella battaglia tra la dannosa forza di sostituzione e l’utile forza complementare, è stata la seconda a spuntarla, e la domanda di lavoro umano è sempre stata sufficiente. Possiamo chiamarla l’Età del lavoro.
In molti paesi sono oggi aumentati, come percentuale dell’occupazione totale, professionisti e manager ben pagati, così come sono cresciuti di numero badanti e addetti alle pulizie, assistenti all’insegnamento e assistenti sanitari, custodi e giardinieri, camerieri e parrucchieri che ricevono una bassa retribuzione.Ma ci sono meno segretari e impiegati amministrativi, addetti alla produzione e commessi con una paga media. Il mercato del lavoro sta diventando in misura crescente un sistema a due livelli, sempre più diviso.
Il cambiamento tecnologico ha già intaccato i compiti “routinari” raggruppati nel centro, ma, a entrambe le estremità, i compiti “non routinari” risultavano indigesti e venivano lasciati alle persone.
È un’ulteriore dimostrazione del fatto che i cambiamenti importanti sono più profondi, hanno luogo a livello dei compiti sottostanti piuttosto che a livello dei titoli professionali. Ciò che conta è la natura delle mansioni, non se il lavoratore che le svolge sia qualificato o meno.
Ma il centro della questione è che molti lavori sono più routinari di come immaginiamo. Se si scompone la maggior parte delle professioni nei compiti costitutivi, molti di questi risultano essere “routinari” e possono già essere automatizzati.
Siamo tentati di affermare che, dal momento che le macchine non possono ragionare come noi, non
adopereranno mai il discernimento; dal momento che non possono pensare come noi, non eserciteranno mai la creatività; dal momento che non possono provare sentimenti come noi, non saranno mai empatiche. E può darsi che sia tutto vero. Ma si dimentica di riconoscere che le macchine potrebbero comunque essere in grado di portare a termine compiti che, quando sono compiuti da un essere umano, richiedono empatia, discernimento o creatività, eseguendoli in un qualche modo totalmente diverso.
O consideriamo l’inquietante campo dei synthetic media, che portano la nozione del ritocco delle immagini con Photoshop a tutto un altro livello. Esistono ormai software che possono generare video credibili di eventi che non hanno mai avuto luogo, inclusa pornografia esplicita cui i partecipanti non hanno mai preso parte, o discorsi incendiari di personaggi pubblici che loro non hanno mai pronunciato. In un’epoca in cui la vita politica è sempre più infettata dalle fake news, le prospettive dell’uso scorretto di simili software sono preoccupanti. Ci sono software, per esempio, che possono guardare il volto di una persona e dire se è contenta, confusa, sorpresa o felicissima. Un’altra macchina può accertare se, in tribunale, un individuo stia mentendo con una precisione del 90 per cento circa, laddove gli esseri umani ci riescono in più o meno il 54 per cento dei casi, solo leggermente meglio di quanto ci si potrebbe aspettare se si tirasse a indovinare. Ping An, una compagnia assicurativa cinese, impiega un sistema come questo per giudicare l’onestà di chi aspira
a un prestito: le persone vengono registrate mentre rispondono a domande sulle loro entrate e sulle intenzioni di restituzione, e un computer valuta il video per controllare se stiano dicendo la verità.64
Poi, c’è il settore connesso della “robotica sociale”. Isaac Newton ha scritto la famosa massima: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti.” Per adattare il vecchio detto, non c’è niente di certo nella vita, tranne la morte, le tasse e l’incessante processo dell’usurpazione dei compiti.
Come abbiamo illustrato, il futuro del lavoro dipende da due forze: una forza di sostituzione, dannosa, e una forza complementare, In questa situazione, c’è ancora lavoro da fare per gli esseri umani: il problema è che non tutti i lavoratori sono in grado di raggiungerlo e intraprenderlo.
Ci sono tre distinte ragioni per questo, tre diversi tipi di frizione in opera: una discrepanza delle competenze, una discrepanza dell’identità e una discrepanza di luogo. Questo spostamento dal lavoro manuale a quello cognitivo era più impegnativo per i lavoratori che desideravano migliorare la loro condizione sociale. La storia economica però mostra chiaramente che le nuove tecnologie possono ridurre non solo la quantità di lavoro da fare, ma anche l’appetibilità di quel lavoro.
Il primo problema è che, con l’affollarsi degli individui intorno a un lavoro, ci saranno spinte verso il basso per quanto riguarda i salari.
Oggi, sta guadagnando terreno il termine precariato, una parola che fotografa il fatto che, sempre di più, il lavoro non soltanto è mal retribuito, ma è anche instabile e logorante. Si dice talvolta, con spirito positivo, che le nuove tecnologie rendano più facile per le persone lavorare in modo flessibile, avviare imprese, mettersi in proprio e avere un percorso professionale più vario rispetto a quello dei loro genitori o nonni.
Quel che sta emergendo non è solo una divisione economica, dove alcuni guadagnano molto più di altri, ma anche una divisione di status, tra i ricchi e coloro che li servono.
Finora, la forza di sostituzione che rimpiazza i lavoratori si è dimostrata più debole della forza complementare che aumenta la domanda di manodopera umana altrove. È praticamente certo che, con l’avanzare dell’usurpazione dei ruoli e con una maggiore assunzione di compiti da
parte delle macchine, la deleteria forza di sostituzione acquisterà vigore.
Nell’“umano più macchina”, l’umano diventa superfluo.
“I consumatori non sanno che cosa vogliono finché non glielo mostriamo noi”.)
Può anche darsi che le macchine rimpiazzino i lavoratori, lasciando alle persone una minore quantità
dell’originale “massa di lavoro”, ma allo stesso tempo sono complementari ai lavoratori, aumentando le dimensioni della “massa di lavoro” nel sistema economico complessivo. (Potremmo battezzarlo la “doppia fallacia della massa di lavoro”.) Se è corretto affermare che il progresso
tecnologico aumenta la complessiva domanda di lavoro, è però sbagliato pensare che gli esseri umani, necessariamente, saranno i più adatti per eseguire i compiti e interessati nel soddisfare tale domanda. La fallacia della massa di lavoro implica a torto l’ipotesi che la quantità di lavoro sia fissa. Ma la “doppia fallacia della massa di lavoro” implica a torto l’ipotesi che l’incremento della quantità di lavoro debba interessare i compiti che gli esseri umani – non le macchine – sono i più adatti a eseguire.
Roy Amara, una figura autorevole nella Silicon Valley, una volta ha detto che “tendiamo a sopravvalutare l’effetto della tecnologia nel breve periodo e a sottovalutarlo sul lungo periodo”.
Il capitale umano è immagazzinato dentro di noi e non può essere scambiato su un mercato. A meno di essere accompagnato, ovviamente, dal suo proprietario.
Nel caso della disoccupazione tecnologica frizionale, il capitale umano potrebbe essere del tipo sbagliato rispetto al lavoro disponibile; nel caso della disoccupazione tecnologica strutturale, potrebbe non esserci proprio sufficiente domanda di capitale umano.
Un mondo con meno lavoro, allora, sarà profondamente diviso: alcuni individui possederanno enormi quantità di prezioso capitale tradizionale, ma altri si troveranno senza praticamente alcun capitale né di un tipo né dell’altro.
Le disuguaglianze di oggi sono le prime dolorose avvisaglie della disoccupazione tecnologica di domani.
Quarant’anni fa, gli amministratori delegati delle più grandi società americane guadagnavano circa 28 volte di più di un lavoratore medio; nel 2000, tale rapporto ha raggiunto una dimensione sbalorditiva: 376 volte di più. A quel punto, un amministratore delegato di alto livello, in un solo giorno, guadagnava di più di quanto guadagnasse un lavoratore medio in un anno intero.
L’istruzione inoltre non si limita ad aiutare gli individui: da essa dipende anche la spinta in avanti di intere economie.
Lo stesso principio rimane valido per tutte le materie: non importa ciò che insegniamo, dobbiamo esaminare il materiale in modi che ricorrano alle facoltà umane che stanno al di là della portata delle macchine.
È necessario che, nei prossimi anni, questo atteggiamento cambi. Gli individui dovranno sentirsi a loro agio con l’idea di entrare e uscire più volte dal mondo della formazione nel corso delle loro vite. In parte, dovremo riistruirci costantemente perché il progresso tecnologico ci imporrà di assumere nuovi ruoli, e occorrerà formarsi. Ma dovremo farlo anche perché adesso è quasi impossibile prevedere con esattezza quali saranno quei ruoli. In questo senso, abbracciare una formazione permanente è un modo per cautelarsi contro le imperscrutabili richieste che il mondo del lavoro del futuro potrebbe porci di fronte.
Se possiamo modificare che cosa, come e quando insegniamo, allora l’istruzione, attualmente, è il nostro migliore baluardo contro la disoccupazione tecnologica.
Deus, lo storico Yuval Harari sosteneva che i trend tecnologici avrebbero condotto all’incremento di una classe di “persone economicamente inutili”.Harari sosteneva, giustamente, che alcuni individui potrebbero smettere di possedere un valore economico perché incapaci di utilizzare produttivamente il loro capitale umano e incapaci di ri-istruirsi per conseguire altre utili competenze. Non stava affermando che avrebbero perso il loro valore in quanto esseri umani.
Se lasciato a se stesso in un mondo con insufficiente lavoro, il libero mercato – e in particolare il mercato del lavoro – non sarà in grado di continuare ad assolvere tale ruolo distributivo.
Perché mai dovrebbe servirci un Big State? La risposta è che quasi tutti questi modelli sono stati concepiti per un mondo in cui l’occupazione è la norma e la disoccupazione un’eccezione temporanea. In un mondo con meno lavoro, non sarebbe così né l’una né l’altra condizione.
Rapporto Beveridge, con i suoi discorsi sulla necessità di sconfiggere i “cinque giganti”, ossia i cinque grandi mali della società – bisogno, malattia, ignoranza, squallore e ozio
Nell’Età del lavoro, le entrate della maggior parte delle persone si presentano sotto forma di salario, quindi il capitale umano ha rappresentato la più importante fonte di reddito. Ma, in un mondo con meno lavoro, il capitale tradizionale comincerà a essere molto più rilevante.
“va contro una nozione ampiamente accettata di giustizia: è iniquo che persone sane e forti vivano del lavoro di altri. La maggior parte dei lavoratori, correttamente secondo me, vede la proposta come una ricetta per lo sfruttamento degli individui operosi da parte dei pigri”. Dobbiamo prenderli come sono nella vita economica, egoisti e di parte, non come ci piacerebbe che fossero,
illuminati e imparziali. Per questa ragione, gli sforzi dello stato volti a supportare il lavoro dovrebbero concentrarsi principalmente sul cambiare i reali incentivi che i datori di lavoro hanno di fronte, sollecitando un maggiore allineamento tra i loro interessi e quelli della società di cui fanno parte.
Così come la disoccupazione tecnologica non si presenterà da un giorno all’altro, neppure il Big State dovrà affermarsi nel giro delle prossime settimane. Ma con il passare del tempo tale esigenza crescerà. Alla fine sarà richiesta una combinazione dei tre ruoli (uno stato volto a redistribuire il reddito, a redistribuire il capitale, a supportare il lavoro) per impedire alle nostre società sempre più frammentate di andare in pezzi.
“Big Five”: Amazon, Apple, Google, Facebook e Microsoft. E i numeri sono sorprendenti. Negli USA, Google gestisce il 62,6 per cento del traffico dei motori di ricerca e controlla l’88 per cento del mercato della search advertising, la pubblicità legata ai motori di ricerca.1 Facebook è usato da almeno un terzo degli esseri umani nel mondo, e con tutte le sue varie piattaforme (come Instagram e WhatsApp) controlla il 77 per cento del traffico dei social network su dispositivi mobili. Amazon è il “negoziante” preferito dal 43 per cento di tutto il commercio online e dal 74 per cento del mercato degli e-book.2 Apple e Google insieme controllano il 99 per cento dei sistemi operativi dei telefoni cellulari. Apple e Microsoft rappresentano il 95 per cento dei sistemi operativi desktop.
Le più potenti macchine del futuro, comunque, saranno probabilmente quelle che potranno ricorrere alle migliori di tutte e tre le risorse: dati, software e hardware. E se le piccole istituzioni potranno magari averne una – un ingegnere informatico di talento capace di creare un buon software oppure una serie unica di preziosi dati – è improbabile che le abbiano tutte e tre allo stesso tempo. Solo i colossi tecnologici le avranno.
“La competizione è per i perdenti,” ha scritto l’imprenditore Peter Thiel sul Wall Street Journal. “Se volete creare e conquistare valore durevole, pensate a costruire un monopolio.” Se confrontiamo le liste del 1955 e del 2017, solo il 12 per cento circa delle società è riuscito a sopravvivere. Il
restante 88 per cento ha fatto bancarotta, si è dissolto in altri business o il suo valore è crollato ed è uscito dalla lista.
Nel XX secolo, il nostro principale motivo di apprensione era il potere economico delle grandi imprese. Ma nel XXI, dovremo preoccuparci sempre di più anche di quello politico.
Minaccia, in poche parole, è la “privatizzazione” delle nostre vite politiche.53
L’istintivo senso di disagio che la maggior parte di noi prova quando riflette su alcuni degli esempi precedenti mostra che abbiamo la consapevolezza che qualcosa di preoccupante ha avuto inizio. Gli ingegneri informatici, dopotutto, non vengono reclutati per la lucidità e la raffinatezza dei loro ragionamenti etici.
Evidenziazione (Giallo) | Posizione 4343
Abbiamo bisogno di una nuova istituzione, in cui siano presenti teorici della politica e filosofi morali, per
vigilare sugli individui nella loro qualità di cittadini in una società, e non semplicemente di consumatori in un
mercato. Ecco cosa deve fare questa nuova autorità.58
Tale prospettiva è utile perché fa capire molto bene la minaccia della disoccupazione tecnologica: eliminando il lavoro, l’automazione priverà le persone dei loro mezzi di sostentamento. Ma ad alcuni, come l’ansiosa mamma al mare, questa sembrerà una spiegazione superficiale della ragione per cui il lavoro sia importante. Per loro la questione va oltre l’economia, un lavoro non è semplicemente una fonte di reddito ma di senso, di scopo, è qualcosa che dà una direzione nella vita.
In un mondo con meno lavoro, affronteremo un problema che ha ben poco a che fare con l’economia: come trovare un significato nella vita nel momento in cui ciò che maggiormente lo garantisce scompare.
“l’uomo degenera rapidamente se non ha qualche arduo lavoro da compiere, qualche difficoltà da superare”, e che “qualche applicazione intensa è necessaria per la salute sia fisica che morale”. Secondo lui, il lavoro non aveva semplicemente a che fare con il reddito, ma era un modo per raggiungere “la pienezza della vita”. Il risentimento viaggia in entrambi i sensi. Mentre chi è in attività si scaglia contro i disoccupati, anche chi è senza lavoro si sente danneggiato da chi ce l’ha.
“Lavoriamo per godere dell’ozio, proprio come facciamo la guerra per poter vivere in pace.”
Prendiamo l’Antico Testamento. All’inizio, quando Adamo ed Eva vagavano nudi nel generoso Giardino dell’Eden, tutto andava bene. Dopo che Adamo ebbe mangiato la mela proibita, però, Dio condannò entrambi alla fatica: condannò Eva a faticare, metaforicamente, attraverso il dolore del parto (“Moltiplicherò i tuoi dolori […], con dolore partorirai figli”), e Adamo, letteralmente, facendolo lavorare duramente, di lì in avanti, per il proprio sostentamento (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”). La religione non domina più la vita quotidiana come faceva un tempo.
Con l’approssimarsi di un mondo con meno lavoro, però, credo che vorremo integrarle con qualcosa di diverso: politiche del tempo libero che ispirino e modellino il modo in cui gli individui usano i loro momenti di inattività. Le competenze necessarie per realizzarsi in quel mondo futuro saranno molto diverse da quelle richieste oggi.
Governanti, studiosi ed esperti di politiche parlano sempre più spesso dell’importanza di insegnare “carattere” e “abilità utili per la vita” nella scuola.
“Virtù morali come l’onestà e la gentilezza, virtù civiche come il servizio civile per la comunità, virtù intellettuali come la curiosità e la creatività e virtù operative come la diligenza e la perseveranza.”
Come mostrano questi esempi, ci sono già molteplici “politiche del tempo libero” oggi operative. Al momento, comunque, si tratta di un insieme molto disordinato di ingerenze minori, spesso accidentali, rispetto al tempo
libero delle persone. In un mondo con meno lavoro, questo approccio indiscriminato non sarà più adeguato. Le società dovranno pensare le proprie politiche del tempo libero in modo molto più deliberato, completo e coerente.
Nell’Età del lavoro, non dobbiamo preoccuparci troppo della distinzione. Spesso, ci si limita a definire il tempo libero come ciò che si fa quando non si è al lavoro, e il lavoro come ciò che si fa quando non si sta godendo del tempo libero. In un mondo con meno lavoro retribuito, però, queste definizioni e questi confini diventano
confusi. Un’attività può essere chiamata “lavoro” solo se è fatta in cambio di un salario?
La seconda lezione è che il lavoro ha un significato che va oltre quello puramente economico. Tale connessione tra lavoro e significato non è sempre valida: per alcuni il lavoro non è nient’altro che una fonte di reddito, ma ad altri dà la forte percezione di avere uno scopo. Questi individui hanno un’identità economica: il senso della loro individualità ha profonde radici nel lavoro che svolgono.
Oggi, assistiamo a un’impennata della politica dell’identità: le propensioni politiche delle persone sono sempre più influenzate dalla loro razza o dalla loro fede o dal luogo in cui vivono.
Da queste due lezioni, emerge un’ultima funzione spettante al Big State: la funzione di uno stato creatore di senso.
Oggi siamo abituati a governanti che si comportano come manager e tecnocrati, il cui ruolo consiste nel risolvere astrusi problemi strategici. Tendiamo a non considerarli guide morali. Non ci aspettiamo che ci indirizzino nella comprensione di cosa significhi vivere una vita piena e ricca. Mi sembra che anche molti di noi siano cresciuti in un’età della sicurezza: quella che ho chiamato Età del lavoro.
La vita girava tutta intorno al lavoro – prepararsi per il lavoro, svolgerlo, andare in pensione – e sembrava andasse bene così.
Primo, il problema della disuguaglianza, e cioè di capire come condividere questo benessere economico con tutti i membri della società. Secondo, il problema del potere politico, e cioè di stabilire chi controlla le tecnologie da cui questo benessere dipende e a quali condizioni. E, terzo, il problema del senso, e cioè di immaginare come usare questo benessere non solo per vivere con meno lavoro ma per vivere bene.