Si chiama “food affordability”, cioè cibo a prezzo equo: una delle proposte che hanno fatto vincere Mandani come sindaco di New York
In molte zone povere di NYC esistono veri e propri “food deserts”: pochi supermercati, prezzi alti, dominio delle piccole botteghe che vendono solo prodotti di cibo confezionato assieme a sigarette, lampadine e ferramenta di prima necessità.
Molte persone hanno difficoltà a muoversi dal proprio quartiere per fare la spesa perché non possiedono automobili e l’uso dei mezzi pubblici comportano un ulteriore costo. Aprire supermercati a basso costo in queste zone significherebbe: prodotti freschi accessibili, alternative sane ai junk food più economici, maggiore concorrenza → prezzi più bassi per tutti.
Ogni supermercato creerebbe decine di posti di lavoro (cassieri, logistica, reparto fresco, sicurezza), utili proprio nelle aree che ne hanno più bisogno. Questo progetto ha come obiettivo una buona educazione alimentare, e ridurre la malnutrizione e la dipendenza da cibo preconfezionato. Non è carità, è infrastruttura sociale.
Da un punto di vista sociale è una delle soluzioni più concrete per migliorare la qualità della vita nelle zone più fragili.
Vedremo se Mandani manterrà queste promesse oppure se sarà stata, come spesso accade, una promessa elettorale non mantenuta.
L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro a una velocità mai vista prima. Automazione dei processi, analisi dei dati, generazione di contenuti: le macchine stanno diventando sempre più capaci per offrire a chiunque tutte le informazioni che desidera. Ma in mezzo a questa rivoluzione una verità rimane evidente: il successo è di chi farà cose che la tecnologia non potrà mai sostituire.
Non sarà la tecnologia a sostituire l’essere umano, ma l’essere umano che integra la tecnologia a diventare insostituibile.
1. Il talento: l’elemento irripetibile
Il talento è quella combinazione unica di esperienza passione, intuizione, creatività e sensibilità personale.
L’AI può generare modelli, suggerire soluzioni, imitare stili. Ma non può creare una visione.
Il talento è l’idea geniale, l’intuizione che cambia un progetto, un tocco originale che trasforma qualcosa di disponibile in termini di informazione a tutti in qualcosa di unico e straordinario.
Nel futuro del lavoro, il talento sarà la differenza tra chi si limita a usare l’AI e chi la utilizza in modo critico per amplificare ciò che è già capace di fare.
2. L’intelletto: il “sistema operativo” che governa la nostra mente
L’intelligenza artificiale è potente, ma non è “intelligente” nel senso umano del termine.
Non comprende il contesto, non ha etica, non sa distinguere ciò che è giusto da ciò che è semplicemente possibile.
Ecco perché l’intelletto umano sarà ancora più centrale:
pensiero critico, per valutare e correggere output automatici;
capacità strategica, per integrare la tecnologia negli obiettivi dell’azienda;
decisione consapevole, per orientare l’AI verso l’impatto e non solo verso l’efficienza.
Il futuro del lavoro richiede menti che sappiano dialogare con l’AI, non subirla. E poi… per dirla tutta… riguardo all’intelletto “ognuno deve fare i conti con i neuroni che ha”
3. La manualità: il valore del “saper fare”
In un mondo iperdigitalizzato, la manualità diventa un valore sempre più raro e prezioso.
Elettricisti, idraulici, carpentieri saranno sempre più ricercati perché la domanda privata è pubblica crescerà in modo esponenziale.
La manualità non è solo abilità fisica, ma un linguaggio che unisce corpo e mente.
Che si tratti di un artigiano, di un tecnico di laboratorio, di un meccanico o di un designer, la manualità è ciò che dà vita al lavoro, lo rende concreto, unico e irriproducibile.
Conclusione
L’AI non rimpiazza l’essere umano: lo costringe a evolvere.
Nel futuro del lavoro vinceranno coloro che sapranno usare la tecnologia come leva, non come stampella.
E saranno:
Il talento che nasce dall’esperienza
L’intelletto che ha le radici nel “sistema operativo della nostra mente” e che cresce con gli stimoli ricevuti negli anni
La manualità che rendere l’essere umano non solo rilevante, ma essenziale. I lavoratori come elettricisti, idraulici, carpentieri saranno i nuovi ricchi di domani!
Parla di “abbondanza sostenibile”: un mondo in cui energia pulita, intelligenza artificiale e automazione ci garantiscono prosperità senza sprechi.
Una promessa che suona come fantascienza ma per Elon Musk è un piano industriale.
Nel suo Master Plan Part IV, Tesla non si presenta più solo come un’azienda di auto elettriche, ma come una fabbrica di futuro: robot autonomi, energia solare, mobilità sostenibile, intelligenza artificiale al servizio dell’uomo.
L’obiettivo? “Accelerare la transizione verso l’abbondanza sostenibile” — un sistema in cui la tecnologia non divora risorse, ma le moltiplica.
Eppure la domanda resta aperta: questa è visione o ambizione?
C’è chi vede Musk come un moderno Edison, capace di spingere l’umanità oltre i propri limiti.
E chi invece lo accusa di vendere sogni, di costruire aspettative più grandi della realtà.
Forse la verità sta nel mezzo: la visione è l’ambizione che trova una direzione.
E nel bene o nel male, Musk quella direzione l’ha già tracciata.
Ora che abbiamo parlato di visione o ambizione, parliamo di premio: 1000 miliardi di dollari. Gli azionisti hanno detto si, se raggiunge obiettivi spaziali: 20 milioni di veicoli, 1 milione di robot-taxi, un valore aziendale oltre 8,5 trilioni di dollari, entro il 2034. Ciò non è altro che una gestione per obiettivi concreta, misurabile ma non facilmente raggiungibile.
In Italia non comanda più il merito, ma l’eredità. Dalla “generazione del boom” alla “generazione in fuga”, ecco come il Paese è passato dal lavoro come ascensore sociale all’eredità come unico paracadute.
I Boomer: i figli del boom economico
I baby boomer, nati tra gli anni ’50 e ’60, sono cresciuti nell’Italia del miracolo economico. Un Paese che si arricchiva, dove il lavoro era abbondante, la casa un obiettivo raggiungibile e la pensione una certezza. Molti di loro hanno comprato immobili, risparmiato, costruito piccole fortune familiari. Sono la generazione che ha beneficiato di uno Stato sociale solido e di un’economia in espansione. Oggi, in molti casi, possiedono più case, pensioni sicure e conti correnti ben forniti.
Per loro il futuro era un diritto. E il presente, un premio.
I Millennials: i figli del futuro rubato
La generazione dei Millennials — nati tra gli anni ’80 e i primi ’90 — è cresciuta con una promessa: studia, impegnati, e avrai un lavoro migliore dei tuoi genitori. Ma quando sono entrati nel mondo del lavoro, quella promessa si è frantumata. Precarietà, stipendi bassi, affitti impossibili e un sistema bloccato da chi è arrivato prima.
Molti Millennials hanno accusato i Boomer di aver “rubato il futuro”: di aver goduto di opportunità uniche senza lasciare spazio a chi veniva dopo. Eppure oggi sono proprio loro — i Millennials — a diventare gli eredi diretti di quella ricchezza. Il paradosso è evidente: chi maledice i genitori è anche chi, in futuro, erediterà il loro patrimonio. E così, da “generazione arrabbiata”, rischiano di diventare la generazione ereditiera.
La Generazione Z: quella che se ne va
Infine c’è la Generazione Z, i nati tra la fine degli anni ’90 e i 2010. Sono cresciuti in un mondo digitale, connesso e globalizzato, ma anche in un Paese che offre sempre meno. Hanno visto i Millennials faticare, i Boomer conservare, e hanno deciso che l’unica via d’uscita è partire.
Studiano, imparano le lingue e se ne vanno: Londra, Berlino, Amsterdam, Lisbona, Dublino. Non per spirito d’avventura, ma per sopravvivenza economica e dignità professionale. Si portano dietro competenze e creatività, e lasciano un Paese sempre più vecchio, dove l’ascensore sociale si è rotto e l’unico modo per salire è nascere nella famiglia giusta.
Ereditocrazia: quando il futuro si eredita
L’Italia è diventata un Paese dove il futuro non si costruisce, ma si eredita. Un sistema in cui la ricchezza non circola, ma si trasmette. Chi nasce da genitori benestanti parte in vantaggio, chi no rischia di restare indietro per sempre.
Non è più una meritocrazia, ma un’ereditocrazia.
In questo scenario, le tre generazioni italiane vivono in un paradosso collettivo: i Boomer proteggono il passato, i Millennials aspettano l’eredità, e la Generazione Z — stanca di aspettare — prende il primo volo e se ne va.
Forse, il vero atto rivoluzionario oggi non è ereditare, ma ricominciare altrove.
Anteprima: Il techno-feudalesimo non è un ritorno al Medioevo, ma l’evoluzione estrema del capitalismo digitale. Dalle terre ai dati, dai feudi ai cloud: stiamo entrando in un’epoca in cui pochi possiedono tutto, e gli utenti diventano inconsapevolmente servi digitali.
Un nuovo sistema di potere
Il techno-feudalesimo non significa un ritorno al passato. È un fenomeno nuovo, coerente con il modo in cui la società si è trasformata negli ultimi decenni.
Il parallelo con il feudalesimo medievale ci aiuta però a comprendere quanto la prospettiva a cui potremmo trovarci di fronte sia difficile e preoccupante.
Dal possesso della terra al possesso del capitale
Nel feudalesimo medievale il potere derivava dal possesso della terra. La terra dava potere politico, economico e religioso; la ricchezza si accumulava attraverso la rendita, cioè affittando la terra a chi la lavorava, contadini, fabbri, artigiani e chiunque fosse inserito nel “feudo”.
Con il capitalismo, il potere si è gradualmente spostato da chi possedeva la terra a chi possedeva il capitale. Ma che cos’è il capitale? Non è solo denaro, ma l’insieme dei mezzi di produzione: strumenti, macchinari, edifici, tutto ciò che serve per generare denaro. Il capitale sono i mezzi di produzione.
Con il capitalismo, dunque, il potere è passato dai proprietari terrieri ai proprietari del capitale. Ciò non significa che i primi abbiano perso ogni potere, ma non è più quel tipo di potere che muove il sistema. Oggi il motore del sistema sono le macchine, i mezzi di produzione, il capitale stesso.
Dall’era industriale all’era del cloud
Nell’era del “cloud”, il capitale ha saputo cogliere l’opportunità offerta da questa grande trasformazione tecnologica. È riuscito a ottenere rendite digitali, estraendo gratuitamente valore dalle persone. Si è così creata una nuova forma di capitale: una mutazione del capitale, molto diversa da quelle precedenti.
L’aratro, il trattore o i robot industriali sono mezzi di produzione. Allo stesso modo, smartphone, tablet, computer e l’infrastruttura che li collega, algoritmi e server farm sono anch’essi macchine. Tuttavia, queste macchine non producono nulla di per sé: creano un’interfaccia tra noi e il sistema, attraverso la quale siamo noi ad addestrarle a conoscerci, così bene da poterci fornire suggerimenti personalizzati.
Amazon e i nuovi feudi digitali
Quando Amazon ti consiglia dei libri, spesso in modo azzeccato, guadagna la tua fiducia. Così, quando ti propone di acquistare una bici elettrica, la scelta risulta coerente con i tuoi desideri del momento. In questo modo, Amazon ha sostituito inserzionisti e responsabili marketing con macchine intelligenti, che tu stesso addestri ogni volta che interagisci nel cloud.
La bici elettrica, quindi, non la compri più dal mercato tradizionale, ma da una piattaforma che somiglia a un moderno “feudo”, non fatto di terra “viva” ma di terra digitale.
Amazon.com è un feudo appartenente a un solo uomo: Jeff Bezos.
Come i signori feudali di un tempo, egli possiede un feudo che non produce nulla direttamente. È un capitalista che detiene un capitale improduttivo, ma con il potere di sostituirsi al mercato e farti pagare la bici elettrica con un margine magari del 40%. Non è una rendita fondiaria, ma una nuova forma di rendita: la rendita digitale.
Dal capitalismo al techno-feudalesimo
Siamo entrati in un mondo iper-capitalista che ha generato una trasformazione: dai proprietari dei mezzi di produzione ai proprietari del cloud, i nuovi signori digitali che estraggono rendite da tutti, utenti dei social e capitalisti tradizionali compresi.
Ogni volta che pubblichi qualcosa su YouTube, accresci il capitale del cloud di Google. Anche i capitalisti tradizionali, per vendere i propri prodotti, devono passare da questi feudi digitali, cedendo il 30-40% del valore, proprio come gli sviluppatori di app che devono lasciare ad Apple il 30% dei loro guadagni.
La nuova servitù digitale
Siamo ormai in una società dominata da un capitale che ha perso gli ingredienti fondamentali del capitalismo: i mercati e il profitto. I mercati avevano sostituito i feudi e i profitti avevano sostituito le rendite. Ora, invece, abbiamo piattaforme che funzionano come feudi del cloud, dove i profitti vengono risucchiati sotto forma di rendite digitali.
Non siamo tornati al feudalesimo: siamo andati oltre, verso qualcosa che trasforma gli utenti in una nuova forma di servitù digitale.
Autore: Lory54 📅 Data di pubblicazione:5 novembre 2025 🏷️ #geopolitica, #Stati Uniti, #technofeudalesimo,#politicainternazionale, #nuovoordinemondiale,#neocapitalismo,#ipercapitalismo,#capitalismodigitale
La rivoluzione geopolitica mondiale: il tramonto dell’impero americano e la nascita di un nuovo ordine globale
Il mondo vive una rivoluzione geopolitica: gli Stati Uniti, un tempo potenza dominante, si ritirano dal ruolo di guida globale. Dalla crisi americana alla guerra in Ucraina, fino al caos in Medio Oriente e nel Mediterraneo: analisi del nuovo ordine mondiale.Negli ultimi anni il mondo sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda: la fine dell’egemonia americana e la nascita di un nuovo equilibrio di potere. Quella che fu la superpotenza indiscussa del Novecento appare oggi come un impero in crisi, logorato da divisioni interne e incapace di mantenere il suo ruolo globale.
#geopolitica, #Stati Uniti, #Cina, #Trump, #Ucraina, #Medio Oriente, #Mediterraneo, #Italia, #politicainternazionale, #Israele, #MedioOriente, #Mediterraneo, #nuovo ordine mondiale.
🇺🇸 L’America che non crede più in se stessa
Per oltre un secolo gli Stati Uniti hanno rappresentato non solo una potenza militare ed economica, ma anche un modello culturale fondato sul mito del sogno americano. Oggi, però, quel sogno si è infranto: il 70% degli americani non crede più che impegno e libertà garantiscano prosperità.
La società statunitense è spaccata in due:
da un lato, l’America profonda e nostalgica degli anni Sessanta e Settanta;
dall’altro, le grandi metropoli globali, dove la tecnologia e la finanza hanno creato nuove élite e nuove disuguaglianze.
Un Paese diviso, senza più un’identità collettiva, non può reggere un impero mondiale.
⚓ Il declino della potenza militare
Per decenni gli Stati Uniti hanno dominato gli oceani e, di conseguenza, il commercio mondiale. Oggi la situazione è diversa: la marina americana è in crisi, al punto che Washington acquista navi militari dall’Italia per colmare le proprie lacune.
È un segnale simbolico ma significativo: la potenza che un tempo assicurava la libertà dei mari ora fatica a difendere la propria supremazia.
🐉 Cina: da “allievo” a rivale globale
Negli anni Duemila, l’amministrazione Clinton sognava di trasformare la Cina in un partner democratico integrandola nell’economia globale. È accaduto l’opposto: Pechino ha sfruttato la globalizzazione americana per rafforzare il proprio modello autoritario e diventare una superpotenza economica e tecnologica.
In soli venticinque anni, gli Stati Uniti hanno perso il monopolio economico mondiale. Non è più un declino graduale: è un vero e proprio crollo di sistema.
🦅 L’era Trump e il ritorno al nazionalismo
Con il ritorno di Donald Trump, gli Stati Uniti stanno ridefinendo la propria strategia geopolitica. Il messaggio è chiaro: “basta esportare la democrazia, concentriamoci sull’America”.
Il nuovo corso segna una rinegoziazione della dottrina Monroe: il focus torna sull’emisfero occidentale, con un progressivo disimpegno dalle aree globali. Trump accentra il potere presidenziale e riscrive la politica estera, privilegiando un’America più isolazionista, protetta dai propri confini e meno interessata a guidare il mondo.
🇺🇦 Ucraina: la guerra del logoramento
L’invasione russa del febbraio 2022, iniziata come un’operazione lampo, è diventata una guerra di logoramento. Mosca combatte per il tempo, Kiev per lo spazio.
La Russia punta a indebolire la resistenza ucraina e a distruggere il morale del nemico; l’Ucraina difende ogni metro di territorio, ma a caro prezzo. Oggi il Paese ha perso più della metà della popolazione prebellica, mentre l’Europa continua a sostenere lo sforzo bellico, temendo che una resa possa aprire la strada all’espansione russa.
✡️ Il Medio Oriente in fiamme
Il 7 ottobre 2023 ha segnato una nuova escalation nella crisi mediorientale. L’attacco di Hamas e la brutale risposta israeliana hanno trasformato il conflitto in una guerra esistenziale senza via d’uscita.
Il governo di Netanyahu, spinto da motivazioni ideologiche e religiose, punta a eliminare Hamas, ma a costo di una catastrofe umanitaria a Gaza. La storica formula dei “due Stati” è ormai irrealizzabile: le colonie israeliane frammentano il territorio palestinese e le divisioni interne tra Hamas e Fatah impediscono qualsiasi soluzione politica.
🌊 L’Europa e il Mediterraneo: nuovi rischi e vecchie debolezze
Nel frattempo, l’Europa scopre la propria vulnerabilità strategica. L’Italia, unico grande Paese europeo senza accesso diretto agli oceani, è oggi penalizzata dalla crisi del Mar Rosso.
La rivolta degli Houthi nello Yemen ha ridotto del 50% il traffico commerciale attraverso il Canale di Suez, costringendo molte navi a circumnavigare l’Africa. Per un Paese esportatore come l’Italia, ciò significa tempi più lunghi, costi più alti e rischio di isolamento logistico.
Il Mediterraneo, un tempo “mare interno” sicuro, torna così a essere un campo di battaglia geopolitico.
🧠 Conclusione: ritrovare il senso della realtà
Viviamo una rivoluzione geopolitica mondiale. Gli equilibri costruiti dopo il 1945 stanno crollando e nessuna potenza — nemmeno gli Stati Uniti — può più considerarsi invulnerabile.
Per l’Italia e l’Europa è tempo di realismo: non di paura, ma di consapevolezza. Solo comprendendo la portata del cambiamento possiamo affrontare il futuro senza esserne travolti.
💬 Autore: Lory54 📅 Data di pubblicazione:3 novembre 2025 🏷️ #geopolitica, #Stati Uniti, #Cina, #Trump, #Ucraina, #Medio Oriente, #Mediterraneo, #Italia, #politicainternazionale, #Israele, #MedioOriente, #Mediterraneo, #nuovo ordine mondiale.
Va sotto il nome di “Socialismo digitale” tutto il pensiero filosofico che ha come obiettivo coniugare, per un futuro non molto lontano, Intelligenza Artificiale, Giustizia sociale e futuro del lavoro.
Stiamo assistendo ad una crescita degli investimenti nelle start-up del settore AI che ha pochi precedenti nella storia degli investimenti finanziari. Ciò avviene nei mercati azionari malgrado i piani di ROI (return of investment) siano assolutamente “evanescenti”. Piani che però hanno in comune una promessa: usare l’efficienza della tecnologia del “lavoro AI” per sostituire, e in molti casi rendere inutile, il “lavoro vivo” (fatto dalle persone).
Altro fattore rivoluzionario rispetto al passato è che nell’era dell’intelligenza artificiale il potere economico non è più, come nel novecento, nelle mani di chi possiede le fabbriche e i mezzi di produzione ma di chi “controlla” i dati senza “possederli”.
L’era della tecnica e della innovazione incontrollata in cui viviamo non ha scopi se non quelli di “continuare a innovare se stessa”, senza preoccuparsi dell’impatto sociale che ogni innovazione può provocare. La tecnica non è più “il mezzo” per ottenere un fine (il benessere sociale).
Il “mezzo”, la tecnica, è esso stesso il “fine” (innovare continuamente se stessa). La tecnica non ha morale da seguire, non ha scopo se non innovare se stessa.
Parlare di “socialismo digitale” non significa tornare al passato, ma cercare di pensare ad un futuro dove la tecnologia serve le persone e accresce il benessere collettivo. E’ un invito a ripensare la proprietà dei dati e alla distribuzione del valore digitale e al ruolo della sussidiarietà sociale per far fronte all’impatto che l’AI avrà in futuro sulla disoccupazione di tipo operativo, professionale e manageriale.
Tu che ne pensi? La rete digitale provocherà maggiori disuguaglianze oppure saprà regolamentarsi?
Ma cosa sta succedendo nelle borse mondiali? E’ come se i capitali fossero su un piano inclinato per cui tutti gli investimenti si spostano sulle aziende che fanno AI, e poco rimane alle aziende manifatturiere o del business tradizionale che hanno bisogno di capitali per continuare a creare occupazione.
Quello che è certo è che ci sarà una competizione brutale fra le varie società del mondo AI che oggi hanno enormi capitali di investimento ricevuti dal mercato mondiale; però sappiamo sin da ora che non saranno tutti vincitori e molte aziende quotate andranno a “gambe all’aria”.
Questo è un male endemico del capitalismo e in un passato, anche recente, lo si è già visto con la bolla tecnologica dell’anno 2000. Quando succederà non lo possiamo sapere ma qualcosa è sicuro che succederà.
Inoltre, e questo è ancor più grave, nessuna attenzione viene posta all’impatto sociale che l’avvento dell’AI provocherà.
E’ notizia di questi giorni che Amazon licenzia 14.000 persone per arrivare probabilmente a licenziarne 30.000. Ciò non è dovuto ad una crisi di Amazon, anzi è il motivo per cui è premiata dal mercato; Amazon prevede per il futuro investimenti per 100 miliardi l’anno nell’AI con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro”vivo” (cioè centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno nei prossimi anni) in modo da ridurre di 30 centesimi il costo della spedizione di ogni pacco.
La modernità e la tecnica non regolamentata non ha scopi, non ha finalità sociali, se non quelli di raggiungere i suoi obiettivi; essa evolve senza porsi il problema su quali possono essere i problemi sociali o politici che può provocare.
Quelli di Amazoni sono i primi sintomi di una crisi che arriverà con l’AI: un taglio costante di posti di lavoro non solo “operativi” ma di impiegati, avvocati, consulenti, commercianti, etc.. Tutti saremo travolti dall’intelligenza artificiale, non solo chi avrà investito in aziende che non avranno vinto la competizione ma soprattutto dalla disoccupazione che farà calare la domanda interna e quindi i consumi che con un calo dei prezzi e dei margini delle aziende potrà generare la peggiore delle condizioni economiche: la deflazione.
Allora la domanda che ci si pone è: che tipo di società sarà in grado fra 10 o 20 anni di governare i conflitti tra classi sociali: sarà un nuovo Socialismo Digitale o un Tecno Feudalismo di poche multinazionali?
Gli appunti che seguono fanno tesoro delle considerazioni relative ad articoli, video digitali e conferenze pubbliche che Umberto Galimberti ha svolto nella sua veste di filosofo psicoanalista e saggista.
I temi centrali, sono:
il rapporto tra filosofia e psicoanalisi;
la tecnica come forza dominante nella società contemporanea;
Il disagio giovanile e le fragilità della modernità
l’etica, la religione e la crisi di senso nella società secolarizzata.
Seguono appunti:
LA FRAGILITÀ DELLA MODERNITA’
Sono due gli scenari molto potenti e significativi che governano da sempre il pensiero del mondo; essi hanno consentito all’umanità di avere una direzione, un senso nella vita, un criterio di giudizio su sé stessi e sul mondo. Essi sono: lo scenario della Grecia Antica e lo scenario Giudaico-Cristiano
Lo scenario Greco
Per i Greci antichi la natura non era vista come qualcosa di separato dall’uomo, né come semplice “materia inerte”: era animata, viva, intrisa di divinità.
Ogni elemento naturale aveva un suo dio o spirito: il mare con Poseidone, la terra con Gea, il sole con Apollo, etc.. Boschi, fonti, montagne e grotte erano spesso spazi sacri in cui si percepiva la presenza del divino. La natura era regolata da leggi divine e razionali, a cui anche gli uomini dovevano adattarsi per vivere in equilibrio.
Il concetto del senso del limite per i Greci era centrale, sia nella religione che nella filosofia e nell’etica.
L’uomo non deve oltrepassare i confini che gli sono propri; la vita buona se è “secondo misura”. La tracotanza (hybris), cioè il superamento dei limiti imposti agli uomini, offende gli Dei. In risposta arriva Némesis, la giustizia divina, che riporta equilibrio punendo chi ha osato troppo.
Per i filosofi, riconoscere il proprio limite significa sapere di non sapere (Socrate) e distinguere ciò che è umano da ciò che è divino.
I Greci hanno creato un’etica grandiosa che era l’etica del limite, se vivere ha un’esistenza limitata non oltrepassare il tuo limite, se vuoi essere felice realizza te stesso senza trapassare il tuo limite perché magari sei un bravo scultore ma non sei bravo come Fidia e se cerchi di superare Fidia, prepari la tua rovina. Questo concetto di limite è un concetto fondamentale per il mondo greco.
Gli uomini per i Greci antichi sono “mortali”. Gli uomini, come gli alberi e gli animali, devono nascere, crescere e morire e questo vale per tutti i viventi, l’uomo compreso; accettare la morte e i limiti della propria condizione era un modo per vivere in armonia con il cosmo.
Non avevano nessuna speranza ultraterrena e una concezione del tempo ciclico simile a quella degli agricoltori. Chi ha vissuto tanti cicli di natura: inverno, primavera, estate, autunno morirà. Punto!
I Greci antichi e la tecnica
Il mito di Prometeo è uno dei modi più profondi con cui i Greci hanno riflettuto sulla tecnica (Téchne) e sul suo rapporto con l’uomo. Prometeo, per esempio, ruba agli dei il fuoco e lo dona agli uomini; ma Il fuoco non è solo calore, è simbolo di tecnica, conoscenza, capacità di trasformazione della natura.
La tecnica serve a compensare la fragilità dell’uomo, privo di artigli, zanne o difese naturali.
Essa è una forza liberatrice (permette di costruire case, navi , utensili) ma porta con sé anche rischi: può rendere l’uomo superbo, spingendolo a superare i propri limiti,
Lo scenario giudaico-cristiano
Nella tradizione ebraica (Antico Testamento)
l’uomo è mortale: “polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19)
L’immortalità non è naturale, ma un dono di Dio
Progressivamente nasce la speranza di una resurrezione dei morti (es. libro di Daniele)
Nel Cristianesimo ( Nuovo Testamento)
Cristo vince la morte con la Resurrezione: questo è il fondamento della speranza cristiana
L’immortalità non riguarda l’anima in sé (come nei Greci), ma l’uomo intero, corpo e anima, che sarà risuscitato da Dio.
La vita eterna è comunione con Dio, non semplice “sopravvivenza” oltre la morte.
L’immortalità non è automatica: dipende dalla fede e dalla grazia divina.
In sintesi: nella cultura giudaio-cristiana l’immortalità non è un possesso dell’uomo, ma una promessa: la resurrezione e la vita eterna presso Dio, resa possibile da Cristo.
Lo scenario giudaico-cristiano è esattamente all’opposto dello scenario della Grecia Antica, nel senso che la natura è una creatura di Dio; essa è buona perché Dio fa solo cose buone.
Dio consegna all’uomo la natura affinché (Adamo) per conto di Dio, possa dominarla.
“Dominerai sugli animali della terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine”. L’uomo diventa padrone della terra e autorizzato da Dio domina il mondo.
La differenza fra i due scenari sta nel concetto di tempo, o meglio di vita. La vita nello scenario Giudaico-Cristiano non è più ciclica. Oltre la morte c’è la resurrezione. Nella tradizione Giudaico-Cristiana la vita ha una sua linearità dove:
il passato è male e peccato
il presente è redenzione
il futuro è salvezza.
ll futuro per la Cristianità è sempre positivo. Ciò ha costituito una grossa iniezione di ottimismo nella cultura occidentale; anche chi si pone in contraddizione, nel concetto dil tempo, vive nello scenario della Cristianità.
Per Marx:
il passato è negativo
il presente è ingiustizia sociale e bisogna far esplodere le contraddizioni del capitalismo
il futuro è giustizia
Per Freud:
i traumi e le nervosi si collocano nel passato dell’infanzia,
la terapia è nel presente
il futuro è la guarigione
Anche la scienza che di solito viene contrapposta alla religione, pensa esattamente alla stessa maniera:
il passato è ignoranza
il presente è ricerca
il futuro e progresso.
L’occidente si è costituito sull’ottimismo indotto dalla cultura Giudaico-Cristiana
Gli scenari della Grecia Antica e giudaico-cristiani, per quanto differenti siano queste due impostazioni, danno una sorta di orizzonte all’interno del quale gli uomini sanno come comportarsi; nel mondo greco con la fedeltà alla legge della natura, nel mondo cristiano la fedeltà ai dettami di Dio.
E’ molto importante sapere l’orizzonte all’interno del quale ci si è sempre mossi.
L’era della tecnica moderna
Nell’era della tecnica moderna l’umanità ha perso punti di riferimento che un tempo, la religione e la sacralità dei riti fornivano.
Tutto è progressivamente cambiato, subendo una forte accelerazione da dopo la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri.
In occidente tutta la simbologia che fino agli anni 60 teneva unite le comunità; In Italia la partecipazione alla messa domenicale, le processioni del venerdì santo e altre simbologie creavano comunità. Questo orizzonte di coerenza fra Cristianità e modelli di vita oggi è collassato.
C’è una fiducia enorme nella ragione umana la quale ha sostituito la parola di Dio, la contemplazione della natura dei greci e tutto senza non avere uno scopo.
Oggi stiamo anche vedendo cosa ha significato il dogma per cui “l’uomo è signore e padrone della natura”.
L’uomo sta facendo della natura non più il nostro luogo di abitazione, ma come dice Heidegger, si spinge all’usura della natura semplicemente come materia prima.
Ci sono due fattori che determinano l’era della tecnica moderna che stiamo vivendo:
La formula è molto semplice: l’obiettivo è raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.
La tecnica moderna è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo
La maggior parte delle persone è convinta che con queste due caratteristiche la tecnica sia lo strumento (mezzo) nelle mani dell’uomo per soddisfare i bisogni della sua vita terrena (fine)! Non è più così! Essa era nelle mani dell’uomo quando la tecnica era modesta e i bisogni erano primari.
Una risposta ai perché la tecnica moderna non è più un mezzo ma è diventato un fine la troviamo nella dialettica di Hegel: “la legge del passaggio dalla quantità alla qualità”.
Per Hegel (riprendendo anche idee già presenti in Aristotele ed Eschilo), quando un fenomeno cresce o diminuisce quantitativamente, a un certo punto si produce un salto qualitativo. Non si tratta di un cambiamento graduale e indifferente, ma di un vero mutamento di natura.
L’acqua per esempio, aumentando la temperatura oltre i 100 gradi non è più solo acqua calda ma diventa vapore (mutamento qualitativo)
Un seme per esempio non è che crescendo diventa semplicemente un seme più grande, ma cambia natura, trasformarsi in pianta.
Veniamo a noi:
L’accumularsi di piccole trasformazioni storiche porta a un cambiamento qualitativo non lineare.
Questo spiega perchè siamo passati da una società con una visione condivisa del mondo, una direzione un scopo dettato dal Cristianesimo ad una società dove “fine e mezzo” sono difficilmente individuabili
Alcuni esempi.
La politica per Platone è un tema centrale perché non è semplice amministrazione , ma “arte del governo sulla conoscenza del bene”. Le tecniche sanno come si devono fare le cose, la politica decide se e perché si devono fare.
Oggi la politica non governa più niente perché le decisioni non sono più frutto della politica, ma sono frutto dell’economia quindi il potere decisionale è passato dalla politica all’economia.
Per chi vuole convincersi di questo il governo Meloni è radicalmente diverso dal governo Draghi ma le scelte sono le medesime; perché è l’economia che decide; la politica non decide più niente, serve ad accogliere le emozioni della gente e a governare e gestire i conflitti e gli interessi tra classi: ma niente di più di questo.
Poi l’economia è davvero l’ultima istanza?
No, non è l’ultima istanza per il fatto che l’economia per investire i suoi soldi guarda le novità tecnologiche e allora la decisione passa dall’economia alla tecnica.
Il problema è che la tecnica non ha scopi, non ha scenari di senso, non schiude orizzonti di salvezza, non dice la verità, il suo funzionamento è diventato globale.
Tornando alla teoria del passaggio di Hegel, la tecnica moderna è aumentata quantitativamente fino a diventare la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene. Essa non è più il mezzo per ottenere il fine “soddisfacimento dei bisogni”. Quando il rapporto tra mezzo e fine era tale per cui la tecnica era “quantitativamente bassa” essa era il mezzo per soddisfare i bisogni.
Quando la tecnica moderna è qualitativamente cresciuta (e vedo con preoccupazione l’uso che la tecnica moderna saprà fare dell’AI) è avvenuto un cambiamento “non lineare”. Il mezzo è diventato lui stesso il fine.
La tecnica moderna è diventata condizione universale per produrre qualsiasi cosa; essa ha finito con lo sbaragliare in maniera radicale un’infinità di modelli culturali che prima esistevano; così ha fatto con la politica e l’economica.
Ma andiamo ancora peggio dal punto di vista dell’etica perché con il “passaggio” che è avvenuto non vi è più una guida morale su ciò che è possibile fare o non fare. Non si può più chiedere alla tecnica, che non ha morale ed etica, di fare o non fare.
Nell’era della tecnica non è più richiesto conoscere le intenzioni di chi la usa, e più importante sapere se con il suo uso si raggiungono i risultati attesi.
Dall’etica di Kant all’etica di Weber/Jones (l’etica della responsabilità)
L’etica di Kant e l’universalità.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua quanto in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo.
La sua è l’etica delle intenzioni, un’etica secondo ragione perché la ragione accomuna gli uomini. L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Tutto sommato, nulla di nuovo perché sembra ripresa dal pensiero cristiano: l’uomo al vertice del creato.
Il problema è che l’etica di Kant non funziona nell’età della tecnica, perché se l’uomo è un fine, allora l’aria che respiriamo è un mezzo? L’acqua che dobbiamo salvaguardare è un fine o un mezzo? La fauna, la flora, la biosfera sono tutti mezzi o fini da salvaguardare?
L’etica di Kant poteva avere un senso nel suo periodo storico, quando il mondo era popolato da 800 milioni di abitanti e quindi non c’era il problema dell’acqua, del clima e della biosfera; oggi siamo oltre 8 miliardi e quindi anche l’etica di Kant non funziona più.
Il problema è che tutte le etiche che sono state formulate in Occidente sono state formulate solamente per garantire la quieta nei rapporti umani per cui senza regole e senza morale ci sarebbe stata la guerra di tutti contro tutti,; l’etica è stata pensata unicamente all’interno dell’umano e non si è mai fatta carico degli atti di natura.
E poi c’è l’etica della responsabilità Weber /Jonas, l’etica della responsabilità. Weber dice:
”Considero anche gli effetti reali delle mie azioni e me ne faccio carico. Non basta avere ideali: serve valutare le conseguenze concrete ed accettarne il peso”.
Han Jonas aggiorna il principio di responsabilità. La novità è che oggi l’uomo ha un potere enorme sulla natura e sul futuro dell’umanità (es. biotecnologie, ambient ì, nucleare
Il dovere etico fondamentale diventa:
“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita autenticamente umana sulla terra”.
La domanda allora è che tu puoi rispondere delle tue azioni finché le azioni sono prevedibili, dipendono dalla tua responsabilità.
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Così se in una banca il capo dice ai suoi funzionari, siamo pieni di titoli ammalorati, sono titoli spazzatura che non possiamo tenerci, provate a venderli quando arriva qualcuno che vuole investire ma non ha sufficiente competenza economica. Il funzionario può provare qualcosa ma cosa può fare? Deve vendere i titoli ammalorati.
“Ho sentito in una conferenza ad un congresso di cardiologia che è un professore americano cardiologo ritenuto da tutti i presenti il più bravo che c’era al mondo, diceva che i malati cardiologici si collocano in una curva di gauss. Cioè la gran parte dei cardiopatici si trovano al centro della curva; nel limite sinistro si trovano i meno gravi e nel limite destro i più gravi. Però il protocollo di cura funziona bene solo per i pazienti compresi nell’area della curva centrale. Sei un medio, con quelli meno gravi o gravissimi ti assumi la responsabilità di non applicare il protocollo correndo il rischio di essere licenziato?”
L’uomo e la responsabilità verso la terra che lo ospita.
E’ tempo di rifiutare la visione antropocentrica dell’uomo padrone dell’universo perché nel suo cammino sa che gli animali si nutrono dalla fotosintesi delle piante, che le piante si nutrono dalla anidride carbonica degli animali, che le radici delle piante sono fecondate dall’azoto che è emesso dai microrganismi.
L’uomo è tutto connesso in una circolarità perché l’uomo ha bisogno dei microrganismi, delle piante e degli animali.
Edward Winston che “l’uomo ha una capacità distruttiva che nessun vivente conosce! una capacità distruttiva che supera di gran lunga le distruzioni che la natura può fare da sé perché l’uomo è diventato tra le specie viventi una forza geofisica; l’uomo è così globale con i rifiuti che infettano rifiuti tossici che infettano l’aria e l’acqua”
Di fronte a questo scenario che cosa succede? Come si fa a evitare questo scenario per cui la tecnica e il progresso avviano il mondo verso la catastrofe!
Si dovrebbe fare una riflessione per abbandonare definitivamente il modello cristiano dell’uomo al vertice del creato e assumere una visione biocentrica. “Bio” è la parola che vuol dire vita! mettiamo al centro dell’universo la vita, la quale ha bisogno di essere conservata.
Per la prima volta l’uomo si trova a doversi difendere non da un nemico alzando i suoi confini, ma deve difendersi da se stesso; dalla forza geofisica che l’umanità esprime riducendo la terra a pura materia, da usare fino all’usura.
Questa è la domanda a cui risponde Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e uno dei più noti divulgatori scientifici italiani.
“Vi vorrei parlare del clima partendo dal passato, passando dal presente e arrivando soprattutto al futuro”.
il clima è sempre cambiato in passato ma dobbiamo preoccuparci dei cambiamenti attuali?
Una differenza è che i cambiamenti del clima del passato non sono uguali a quelli di oggi; il clima del passato è cambiato principalmente per delle cause naturali che noi oggi conosciamo. Sono state soprattutto le grandi eruzioni vulcaniche che hanno generato in passato dei raffreddamenti temporanei di qualche anno, ma in qualche caso anche di qualche secolo del nostro clima. Eruzioni gigantesche di vulcani spesso nemmeno vicini ai luoghi dove ciò succedeva; l’anomalia climatica era quindi dovuta a vulcani in giro per il mondo lontani decine di migliaia di chilometri; esplodevano e mandavano in atmosfera una colossale quantità di zolfo e di altri gas che opacizzavano l’atmosfera e il sole e questo generava un raffreddamento determinando raccolti agricoli modestissimi causando carestia pestilenza, tumulti, problemi sociali di cui la storia è piena.
Quasi tutte sono eruzioni che avvengono in Centro America, in Indonesia, in Alaska, in Islanda quindi nessuno le vedeva dall’Italia; in Occidente ci si accorgeva soltanto che il cielo si offuscava.
Due sono le eruzioni che mi piace ricordare per il grande cambiamento che hanno indotto. La prima è quella del 536 d.C. che viene chiamato dagli storici, l’anno peggiore nel quale aver vissuto; è un anno nel quale avviene una grande eruzione vulcanica da qualche parte del mondo, non si sa dove, ma nel decennio successivo, quindi diciamo attorno al 540 d.C vi sono altre due o tre eruzioni imponenti.
La somma di tutte queste eruzioni generano raffreddamento nettissimo in un periodo che è già molto difficoltoso per le popolazioni d’Italia. E’ caduto da poco l’impero romano c’è una grande incertezza, una grande tristezza anche nell’aver visto crollare un millennio di storia. Quel periodo è caratterizzato da estati fredde con dei raccolti pessimi e veramente la società collassa; tant’è che l’indebolimento dovuto probabilmente alla malnutrizione facilita la diffusione di una dei più grandi epidemie dell’antichità: la peste di Giustiniano nel 541.
Non si sapeva dove era avvenuta questa eruzione; oggi viene chiamata la Pompei d’oriente, perché un’intera isola del Pacifico e la città che vi era costruita scomparve definitivamente. Questa grande eruzione opacizza nuovamente i cieli è una delle più violente eruzioni della storia dell’umanità e genera l’inizio di un raffreddamento che verrà poi rinforzato dall’estensione dei ghiacci polari e da una leggera diminuzione dell’attività del sole; tutti piccoli cambiamenti che però uniti insieme daranno inizio, proprio verso la seconda metà del 1200 d.c. e fino alla fine dell’ottocento a circa sei secoli di freddo che chiamiamo infatti la piccola età glaciale.
La piccola età glaciale
La piccola età glaciale è quella che ha segnato la storia più vicina a noi, la storia del Rinascimento, la storia del barocco, quella dell’Illuminismo e quella dell’ottocento sono tutti i secoli freddi. L’Italia diventa un paese dove sicuramente c’è un’estate che potremmo paragonare oggi è un’estate di paesi più a nord delle Alpi; un’estate che si potrebbe definire tedesca mentre l’inverno potremmo definire assolutamente nordico; ci sono dei freddi che congelano il corso del Po al punto che si può attraversare con i carri; la città di Firenze vede nevicate di mezzo metro; gela l’Arno.
Il freddo arriva spesso anche nelle regioni del centro sud Italia, nevica frequentemente anche a Roma. Sono inverni lunghi, severi in particolare quello del 1708 che è annoverato come forse il più freddo inverno della storia. La nostra nostra società però lentamente si struttura e in Italia arriviamo anche a scoprire qualcosa di molto importante per la scienza meteorologica; nel 1600 vengono inventati i primi strumenti di misura quelli che usiamo ancora oggi: il termometro, il pluviometro, il barometro; sono tutti strumenti che nascono dalla scuola di Galileo e all’Accademia del cimento di Firenze. Quindi nel seicento e nell’inizio del settecento possiamo dire che l’Italia è veramente un paese all’avanguardia che fa scuola nel campo dell’osservazione meteorologica.
Dal settecento abbiamo anche i numeri non soltanto le cronache; questo per dire che tutti questi cambiamenti del clima del passato avevano cause naturali e riguardavano prevalentemente dei fenomeni di freddo; di fenomeni relativi al caldo abbiamo pochi riscontri nel passato, mentre se osserviamo il cambiamento climatico attuale, vediamo che nella seconda metà del novecento la temperatura comincia a crescere come mai aveva fatto in precedenza.
I primi 25 anni del 2000 sono i più caldi in assoluto almeno degli ultimi 5000 anni; lo sappiamo grazie alla mummia che è emersa nel 1991 sul ghiacciaio del Similaun, sopra Merano; una mummia che si è conservata perfettamente sotto il ghiaccio fino al 1991 e che se fosse emersa più volte per il caldo, per esempio nel medioevo o nell’epoca romana si sarebbe deteriorata; l’avremmo perduta; forse ci sarebbero rimasti un po’ di ossa e invece abbiamo una mummia perfettamente conservata e che oggi è conservata al museo archeologico di Bolzano.
La novità del cambiamento climatico dal 2000 in poi.
Quindi i cambiamenti climatici di oggi portano due novità.
La prima novità è che il caldo che abbiamo sperimentato su tutto il pianeta, pure in Italia, in questi primi decenni del 2000 è inedito; il secondo elemento è che conosciamo che la causa di questo riscaldamento non è determinato dalle cause naturali che avevano generato i cambiamenti del passato, ma è determinato dall’aumento dei gas serra emessi dall’umanità negli ultimi 200 anni, cioè dopo l’inizio della rivoluzione industriale, da quando l’umanità comincia a bruciare prima il carbone, poi il petrolio e il gas per produrre energia. Oggi siamo 8 miliardi di persone ed emettiamo in atmosfera 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno; questa CO2 e altri gas come il metano e gli ossidi di azoto riscaldano l’atmosfera del pianeta terra e sappiamo che la quantità di CO2 che c’è nell’atmosfera oggi non ha eguali almeno negli ultimi 800.000 anni.
Come facciamo a saperlo così bene?
Lo determinano gli strumenti di misura. Fino a 800.000 anni fa non c’era questa concentrazione perché nei ghiacciai, soprattutto quelli polari, della Groenlandia è ancora più quelli del Polo sud, abbiamo un accumulo di 3000 m di ghiaccio e lì dentro è scritta la storia del clima attraverso i residui delle grandi eruzioni vulcaniche o le bollicine di aria che contengono l’aria del passato; analizzando l’area del passato intrappolata dentro i ghiacci del polo sud non abbiamo dubbi che la quantità di CO2 che c’è adesso nella nanosfera pari a circa 430 parti per milione e il valore più alto almeno degli ultimi 800.000 anni.
Questo vuol dire che l’umanità è la prima volta che sperimenta un cambiamento climatico di questo genere, anche perché l’homo sapiens c’è solo dagli ultimi 300.000 anni.
C’è un breve periodo di normalizzazione quando nell’ottocento termina la piccola età glaciale e il clima sembra guarire dalla infreddatura che si era preso nei sei secoli precedenti, ma la buona salute dura poco, lo spazio di qualche decennio; verso l’inizio del novecento comincia a palesarsi la febbre della terra, come nuovo sintomo dovuto al riscaldamento globale delle emissioni che nel frattempo già da più di un secolo cominciavano ad accumularsi sotto l’uso sempre più massiccio del carbone.
La temperatura cresce sempre più rapidamente e in maniera evidente negli ultimi anni del novecento; attorno al 1990 si può dire che il riscaldamento globale fa la sua comparsa nella scena non soltanto come elemento per gli addetti ai lavori, ma cominciamo a sentirlo anche come persone normali. Gli ultimi anni del 900 cominciano a essere caldi, ma l’esordio vero e proprio almeno in Italia del riscaldamento globale avviene nell’estate del 2003; un’estate nella quale per la prima volta si sfonda il muro dei 40° nelle città della pianura padana: Milano, Torino, Bologna; è un’estate che sorprende tutti e anche la sanità che si ritrova impreparata; ci saranno più di 70.000 morti di caldo in Europa per questa ondata di calore africana che durerà circa tre mesi.
Da allora è un crescendo di aumento della temperatura. Abbiamo avuto tanti altri anni caldi; citiamo semplicemente che il 2023 e il 2024 attualmente sono gli anni più caldi della serie dei dati disponibili sul pianeta e lo sappiamo molto molto bene, anche perché oggi l’osservazione satellitare tiene d’occhio tutto il clima del pianeta compresi gli oceani, le terre remote, le zone polari, le zone delle foreste tropicali.
La temperatura del pianeta dipenderà da quello che faremo in futuro per ridurre le emissioni di gas serra.
Perchè siamo così preoccuparti di questo aumento termico?
Il primo motivo è che la temperatura elevata non fa piacere al corpo umano. Noi non stiamo bene con temperature sopra i 37°; il corpo comincia entrare in una situazione di stress, deve raffreddarsi.
Come vivremo quando la temperatura sarà di 45 o 50 gradi?
Attualmente sul pianeta le temperature più elevate in zone abitate permanentemente sono attorno ai 52° negli Emirati Arabi, India; la temperatura più elevata del pianeta terra è stata di circa 50-54° in California nel deserto della Valle della Morte, un nome che la dice lunga. A 50-54° non si sopravvive! le temperature sopra i 40° sono temperature difficili da sopportare; moltissime popolazioni nei paesi già caldi oggi saranno spinte a migrare quando le temperature saranno aldilà della soglia di sopportazione.
Il secondo motivo è dovuto alla maggior frequenza degli eventi estremi; un clima più caldo ha più energia nell’atmosfera che si deve dissipare; quindi tutti i fenomeni metereologici già intensi nella storia passata tendono a diventare più intensi e più frequenti. C’è una sorta di fattori di amplificazione; le alluvioni, in particolare, diventano più frequenti e più distruttive perché con un clima più caldo dagli oceani evapora più acqua e quindi si formano delle precipitazioni più abbondanti più violente che aumentano la distruttività dei fenomeni.
Quindi se è giusto dire che ci sono sempre state le alluvioni, quelle di oggi sono più cattive e sono più frequenti. In Italia delle quattro alluvioni in Emilia-Romagna in poco più di un anno e mezzo è il caso perfetto per illustrare come questo fattore nuovo del clima abbia nei confronti della società. Un’alluvione in un secolo, in una vita si sopporta; quattro alluvioni che colpiscono la stessa regione e le stesse persone in un anno e mezzo diventano veramente difficili da sopportare, sia da un punto di vista economico perché i danni una volta che hai ricostruito ritornano e quindi si esauriscono le risorse per farvi fronte e sia anche per motivi psicologici, cioè uno stress dal quale è difficile riprendersi quando si ha la casa distrutta tre o quattro volte di seguito; in genere verrebbe voglia di emigrare via da posti di questo genere, ma non sempre possibile; ci sono persone che hanno la casa che adesso non vale più niente, quindi se anche la vendono non prendono più nulla perché in una zona riconosciuta a rischio oppure hanno ancora il mutuo da pagare e quindi stanno lì e subiscono il rischio di avere nuove alluvioni nella loro vita. Questo può generare l’indebolimento di interi distretti. Troppi eventi estremi rischiano di creare povertà che poi si riflette sull’intera regione o un intero paese.
Ma c’è ancora un terzo motivo leggermente più lento come partenza ma inesorabile sul lungo periodo; siccome i ghiacciai fondono soprattutto quelli dei poli, quindi la Groenlandia in particolare che è una grande calotta glaciale è molto instabile, questo ghiaccio finisce in mare. La sola Groenlandia contiene l’equivalente di 7 m di acqua, quindi la fusione dei ghiacciai fa aumentare il livello dei mari. Attualmente la fusione dei ghiacci associata all’espansione delle acque che quando si scaldano si dilatano sta già facendo aumentare i mari di 5 mm all’anno e questo vuol dire che il futuro porterà alla sommersione di intere zone costiere. Per l’Italia la zona emblematica è Venezia, tutta la laguna veneta e tutto il delta del Po, le città di Rovigo, Ravenna, le spiagge della Romagna. Ancora tutto dipenderà dalle emissioni che noi faremo nei prossimi anni.
Potremmo avere due scenari di temperatura: uno scenario che potremmo definire catastrofico con un aumento di 5° della temperatura da qui alla fine di questo secolo, quindi non nel tempo della vita di una persona, a un aumento della temperatura dei 5° potrebbe corrispondere un aumento del mare oltre 1 m questo vuol dire l’inabitabilità di Venezia, del delta del Po a fine secolo; ma poi c’è Londra, Miami, New York, Mumbai c’è Shanghai; tutte le grandi città costiere subirebbero grande ridimensionamento con una sommersione grave che porterebbe emigrazione di centinaia di milioni di persone.
Per fortuna c’è anche lo scenario più favorevole se riduciamo le emissioni seguendo l’accordo di Parigi che è stato firmato nel 2015; è un accordo delle Nazioni Unite per ridurre le emissioni ma ridurle in modo drastico portandone a zero al 2050; allora la temperatura aumenterà ancora un po’ fermandosi a non più di 2° di aumento alla fine di questo secolo. Questi 2° sono ritenuti un limite di sicurezza per non consegnare alle generazioni più giovani un mondo invivibile, ma oggi stiamo percorrendo la strada dei 2°?
Purtroppo no! le politiche del clima hanno avuto un momento di favore tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, le quali avevano l’obiettivo di dare una svolta alle emissioni portandole poi rapidamente alla riduzione totale entro 2050.
Percorreremo purtroppo la strada dei tre, dei quattro dei 5° entrando quindi in un pianeta con un clima pericoloso.
Se invece riusciamo finalmente a ridurre le emissioni allora possiamo stabilizzare la temperatura a questi 2° gradi cioè appiattendo la curva invece di avere un grafico che continua a salire nel tempo, allora con una curva che si ferma sarà come una febbre che rimane, ma non cresce di più. Difficile tornare indietro, ci vorranno millenni ma almeno non peggioriamo la malattia. Questo è l’unica grande opportunità che noi abbiamo ancora davanti, ma dobbiamo assolutamente mettere in atto le politiche di transizione energetica verso le energie rinnovabili, la riduzione degli sprechi, la riduzione della deforestazione, tutte quelle cause di aumento dei gas a effetto serra.
Il rischio di avere un clima inedito e proprio grave a livello evoluzionistico
La nostra specie si è evoluta in un clima tendenzialmente più fresco di quello in cui siamo diretti oggi; abbiamo sopportato già delle glaciazioni e non è poco nella nostra storia evolutiva. Non abbiamo invece una memoria di un pianeta tutto tropicale! ed è questo che deve intimorirci! Non vuol dire deprimerci, intimorirci vuol dire avere quella giusta dose di ansia e di paura che sempre ci ha accompagnato nella nostra storia, evitando le trappole più grandi.
Purtroppo in questo momento è difficilissimo spiegarlo alle persone; la comunicazione sui temi ambientali e climatici è da quarant’anni almeno che ci prova forse anche qualche anno in più, insomma dagli anni 70, ma non ha avuto successo forse perché una comunicazione con toni necessariamente cupi.
E’ venuto però il momento di trovare la terapia perchè la diagnosi è fatta e la prognosi può prendere strade diverse a seconda della dieta che l’umanità vuole fare per ridurre l’impatto sul clima.
La terapia e ben nota da molti anni e si chiama green economy e ovviamente una terapia complessa che richiede anche dei sacrifici; a monte di tutto richiederebbe un cambiamento del sistema economico perché l’attuale sistema economico mondiale fondato sulla crescita infinita è incompatibile con la finitezza delle risorse del pianeta terra.
In attesa che l’economia possa cambiare, sarà un grande sforzo che può avvenire soltanto in maniera concertata una decisione di tutti i leader del mondo insieme (la vedo dura ma bisogna sperare), abbiamo però uno spazio di manovra individuale; quindi sicuramente la politica, quella internazionale e quella nazionale deve aiutare a costruire dei quadri di azione per le persone che facilitino i gesti di sostenibilità ambientale. L’individuo su questo può influire soltanto con il voto con le proteste con le sollecitazioni ai propri rappresentanti, ma intanto ognuno di noi può fare qualcosa per abbassare la propria impronta ecologica e la propria emissione di carbonio.
Non tutti i paesi del mondo emettono nella stessa maniera; i paesi che emettono meno sono quelli più poveri in particolare l’Africa, dove nei paesi poverissimi dove si fa fatica a mangiare, dove non si ha la casa, dove non sia l’auto. dove non sia la corrente elettrica, non si hanno gli ospedali e non si hanno le scuole è facile mettere poco; siamo nell’ordine di 200 300 kg di CO2 per persona all’anno. All’estremo opposto abbiamo i paesi ricchi, i paesi dissipatori cioè quelli che sprecano; in testa gli Stati Uniti 15.000 kg di CO2 per persona all’anno, insieme al Canada insieme all’Australia, insieme agli Emirati Arabi. A metà strada l’Europa. L’Italia possiamo dire dove c’è uno stile di vita sicuramente soddisfacente ma dove siamo più sobri dove storicamente abbiamo pagato di più l’energia e la sappiamo usare con un po’ più di senso della misura un italiano emette in media 6500 kg di CO2 per anno. Questi sono i numeri nei quali dobbiamo muoverci per arrivare tutti a zero nel 2050.
Un americano oggi potrebbe tranquillamente dimezzare le sue emissioni arrivando davvero a uno stile di vita europeo ma allora perché non lo fa? È difficile per chi si è abituato a sprecare cambiargli la testa ed è per questo motivo che gli Stati Uniti tendono quasi sempre a sfuggire dagli accordi internazionali sul clima; lo hanno fatto con il protocollo di Kyoto sotto l’amministrazione di George Bush; lo hanno fatto con l’accordo di Parigi sotto il primo mandato di Trump e lo rifanno ora con il secondo mandato di Trump sotto l’aforisma: “il livello di vita degli americani non è negoziabile”. La colpa in genere viene data ai cinesi, ma i cinesi emettono molto perché sono tanti, non perché hanno uno stile di vita così dissipatore come gli americani! I cinesi sono 1.500.000.000 ma emettono circa 10.000 kg per persona, quindi un po’ più di un italiano ma meno dell’americano; inoltre i cinesi emettono molto soltanto negli negli ultimi vent’anni perché il boom economico della Cina è cominciato all’inizio degli anni 2000 mentre l’Europa e l’America emettono da 200 anni bruciando carbone come prime potenze coloniali; lo hanno impiegato per prime.
Veniamo allora proprio all’Italia che mi sembra un buon esempio per partire su cosa potremmo fare. 6500 kg di CO2 all’anno da dove cominciare per abbassarle.
Prima di tutto dalla casa! Le nostre case sono dei colabrodo energetici e il 40% dell’energia viene usato per scaldare o per rinfrescare d’estate, ma la maggior parte di questa energia sfugge dagli spifferi delle finestre e dai muri non sufficientemente isolati. Quindi agire sulla propria casa vuol dire fare il cappotto, cambiare le finestre, mettere tutti quei dispositivi che ci aiutano a evitare la dispersione della preziosa energia. Questo corrisponde anche a un bel risparmio nella bolletta! quindi non si capisce perché non lo si faccia! o meglio, lo si fa ma in misura troppo lenta. la casa poi ha bisogno di energia e questa energia possiamo produrla passando dal fossile alle energie rinnovabili che sono l’idroelettrico le eolico, il solare. L’so energetico del sole mettendo i pannelli solari perché l’energia che possiamo produrre a casa nostra sul nostro tetto della casa è da produzione di energia.
Passiamo ai trasporti. I trasporti rappresentano in Italia in Europa circa il 20% delle emissioni, la bicicletta, le auto elettriche si possono caricare con l’energia rinnovabile; ovviamente bisogna riciclare le batterie; bisogna caricarle con l’energia rinnovabile e non con quella prodotta da una centrale carbone ma è già una prassi che tra l’altro fa anche viaggiare gratuitamente quando si carica con l’energia di un pannello solare sul tetto della propria casa.
L’unico mezzo che non riusciamo a rendere sostenibile per ora è l’aereo; mentre il treno può funzionare energia elettrica rinnovabile l’aereo no! al momento funziona solo a kerosene quindi l’unico modo di abbattere la parte di emissioni dei voli è di non volare! un volo intercontinentale dall’Italia agli Stati Uniti produce più di 2000 kg di CO2 andata e ritorno, visto una persona in Italia ne consuma in un anno che 6500 con solo volo andata e ritorno ci bruciamo quasi un terzo delle emissioni di una persona. Sostituiamo il volo con il telelavoro e voliamo poche volte solo quando è estremamente necessario.
Terzo pilastro: il cibo. Il 30% delle emissioni avviene dalla produzione di cibo e dal suo spreco. dobbiamo mangiare semplicemente poca carne. Questo è già una buona indicazione! senza necessità di diventare vegetariani, ridurre della metà al proprio consumo di carne a un enorme vantaggio climatico, perché l’allevamento del bestiame è una delle fonti maggiori di emissioni di gas serra; non sprechiamo cibo, mangiamo cibo locale e stagionale, evitiamo il cibo esotico o di fuori stagione che spesso è stato trasportato in aereo.
Infine gli oggetti! facciamoli durare più a lungo; contengono energia, materie prime e si trasformano in rifiuti. L’usa e getta è deleterio; quindi il concetto è serviamoci di prodotti di qualità che abbiano una vita lunga che siano riparabili che non si rompano immediatamente, ma non cediamo anche alle mode che ci invitano continuamente a buttare via e comprare l’oggetto successivo, anche se quello prima funziona ancora bene.
Con questi quattro consigli siamo già in grado di abbattere forse della metà le nostre emissioni; per l’altra metà abbiamo bisogno invece della grande politica internazionale che ci faccia fare il passo successivo.