
Il declino dell’Occidente è uno spettro che ci angoscia da tempo. Ora, però, succede qualcosa di nuovo: è in corso la nostra autodistruzione. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale.
Gli europei stentano ancora a capire tutti gli eccessi che sono all’ordine del giorno negli Stati Uniti, eppure il contagio del Vecchio Continente è già cominciato. In molte scuole americane, ai bambini bianchi si insegna che sono portatori della tara genetica del razzismo: vi racconto i dettagli più antistorici, nonché immorali e aberranti, di questo lavaggio del cervello. Nelle maggiori università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità (anche progressiste) che vengono zittite, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere.
Anche le nuove forme di fascismo, i ribellismi di massa, l’antiscienza rientrano nella patologia di una civiltà che odia se stessa. Le giovani generazioni schiavizzate dai social media sono manipolate dai miliardari del capitalismo digitale.
Così nel 1934 il presidente più progressista della storia, Franklin Delano Roosevelt, lancia la festa del Columbus Day per rendere omaggio alla comunità italo-americana e conquistarne il consenso. Lo schiavismo è il più orribile dei crimini generati dalle tare del Bianco, secondo l’ortodossia dominante e insegnata nelle scuole progressiste. Ma era una pratica diffusa fra tutti i popoli indigeni e questo non appare nei
manuali scolastici politically correct o nei syllabus dei corsi di laurea che vanno per la maggiore.
Nella storia le leggi le fa il più forte.
In due secoli, per fortuna, siamo cambiati molto, in meglio. Invece oggi questi episodi atroci, al pari dello schiavismo, vengono insegnati nelle scuole come se facessero tuttora parte del modus operandi nazionale. Cito da un articolo pubblicato sul «Los Angeles Times» da tre native (Joely Proudfit, Dina Gilio-Whitaker, Nicole
Lim), tutte docenti universitarie: «L’America mente sistematicamente sul genocidio che è il fondamento di questa nazione. … Le ingiustizie inflitte ai popoli nativi sono incise nel tessuto sociale e nel sistema legale degli Stati Uniti». Eppure, le stesse autrici elencano una serie di miglioramenti avvenuti nel tempo: restituzioni di
terre federali ai nativi a titolo di risarcimento per gli abusi subiti dai loro avi; nuovi programmi scolastici che includono lo studio di quegli abusi; insegnamento delle lingue e delle tradizioni etniche ai discendenti degli sconfitti. Tutte queste vengono celebrate come conquiste dei nativi, senza spostare di un millimetro la condanna
inappellabile contro i bianchi di oggi, geneticamente razzisti. Si fa fatica a immaginare in quale mondo vivremmo se i cinesi Han fossero impegnati in un analogo processo di risarcimento e compensazione verso tibetani, uiguri, mongoli; o se le nazioni islamiche facessero ammenda per il loro ruolo secolare nel commercio
di schiavi africani. Solo in America, guida dell’Occidente, ogni tentativo di ricompensare le vittime viene considerato sempre inadeguato, nonché una prova di colpevolezza.
Il fatto che tanti diseredati sognino il benessere, l’ordine e la sicurezza dell’Occidente si spiega solo con la nostra ricchezza; della quale dobbiamo vergognarci, perché è figlia del peccato, è il bottino di una rapina planetaria.
Di nuovo, i progressisti riesumano una tendenza preesistente. È l’idea che allargando il più possibile la partecipazione politica agli stranieri, questi modificheranno gli equilibri a favore della sinistra, in modo irreversibile. È un passaggio verso la costruzione di una società nuova. Un esempio di questa teoria risale a
vent’anni fa. Vi si pronosticava appunto un cambiamento demografico – con ondate di nuove migrazioni – tale da lanciare l’America verso una nuova Età Progressista. Sempre più stranieri, sempre più voti democratici.
Va aggiunto che in una roccaforte progressista come New York, anche alle elezioni presidenziali è rigorosamente vietato chiedere un documento d’identità all’elettore.
L’impronta dominante è quella di una sinistra radicale che abbraccia le forme più estreme del femminismo, dei diritti delle minoranze sessuali Lgbtq, dell’antirazzismo. La destra americana, da parte sua, osserva, impara, e
copia. Nei templi più prestigiosi della cultura – Harvard, Yale, Princeton, Berkeley – viene censurato il pensiero conservatore; sul fronte opposto, in alcune scuole del Texas e del profondo Sud i comitati dei genitori reagiscono chiedendo a loro volta la messa al bando dai licei di libri antirazzisti.
Nei tempi estremi vincono gli estremisti. La loro ideologia diventa una religione, chiunque non scimmiotti le loro opinioni è visto come un eretico, un traditore, i moderati vengono eliminati».
Cito la Applebaum: «Proprio qui in America, in questo momento, ci sono persone che hanno perso tutto: lavoro, reddito, amici, colleghi – senza aver violato alcuna legge, talvolta senza neppure aver violato qualche norma aziendale. Hanno infranto (o sono accusati di aver infranto) dei codici sociali che riguardano razza, sesso,
comportamento personale o perfino l’umorismo accettabile, codici che magari non esistevano cinque anni fa o cinque mesi fa». Qualche volta, per decretare la gogna pubblica, basta l’accusa di essere stati troppo comprensivi verso un’altra vittima di processi sommari. È il caso di Laura Kipnis, una docente della Northwestern University di Chicago. Il suo crimine: aver preso le difese di un professore accusato di molestie sessuali criticando in un articolo la «paranoia sessuale nei campus». È bastato questo: allieve e allievi della Kipnis hanno chiesto e ottenuto che le autorità accademiche mettessero sotto indagine anche lei. In questo clima è saltato ogni principio dello Stato di diritto, sostiene la Applebaum: presunzione d’innocenza, diritto alla difesa, prescrizione e altre regole costituzionali hanno smesso di valere. Condanne e punizioni non vengono inflitte da regolari tribunali. Il tribunale supremo, scrive la saggista, «è la sfera pubblica digitale, un luogo dove si raggiungono conclusioni rapide, basate su rigide certezze ideologiche, con requisitorie lunghe dove non c’è posto per sfumature e ambiguità».
I tribunali anonimi non devono rendere conto a nessuno, e non ammettono repliche o contro argomentazioni. Una lista nera di giornalisti accusati di stupro, intitolata «Shitty Media Men» (traduzione letterale: merdosi uomino dei media), è rigorosamente anonima. Un critico letterario finito su quella lista, Stephen Elliott, ha tentato invano di difendersi con una causa per diffamazione. Una serie di sue pubblicazioni è scomparsa da Internet; gli inviti a conferenze e dibattiti sono stati annullati.
Il caso di Bauchner è la punta dell’iceberg: il fenomeno delle scuse respinte perché giudicate insincere è anch’esso intriso del fondamentalismo religioso di questa fase. La tradizionale «confessione dei peccati seguita dal perdono» appartiene alla cultura cattolica, dove fra l’altro c’è un’autorità ecclesiale riconosciuta che può somministrare il perdono. Il puritanesimo preferisce la lettera scarlatta, il marchio d’infamia che perseguita a vita la presunta colpevole. Nella «plebaglia inferocita» che si accanisce attraverso i social media non esiste un’autorità che possa decidere il perdono: ci sarà sempre qualche minoranza più intransigente, assetata di
simbolico sangue, che non si accontenta: crucifige, crucifige.
L’adesione del grande capitalismo alla “cancel culture” ha diverse spiegazioni ben riassunte nell’espressione Woke, Inc. Tutte sono racchiuse in questo triangolo magico: potere, marketing, politica dell’immagine. Poiché le grandi aziende americane sono ancora in larga parte in mano a maschi bianchi, il capobranco o maschio alfa ha capito le regole per la sopravvivenza: sacrificare qualche capro espiatorio, dare in pasto alla folla il primo che incappa in un’offesa al politically correct (vera o presunta), in modo da salvare e consolidare la propria posizione. Uno scandalo reale o fabbricato è anche una scorciatoia per il licenziamento in tronco di qualche personaggio scomodo, ingombrante. Si risparmiano buonuscite, liquidazioni, indennità. Chi rimane al potere può vantarsi di avere tutelato l’immagine aziendale presso gli azionisti e i consumatori. In un’epoca in cui le
multinazionali corteggiano e idolatrano i giovanissimi, l’avanzata del neopuritanesimo nei college consiglia di scimmiottare lo stesso linguaggio nella pubblicità e nel marketing. È un investimento nella reputazione delle grandi marche. Attorno alla dittatura della woke culture fiorisce un vasto business, studi legali specializzati nel giustificare i licenziamenti, società di formazione che insegnano ai top manager la «nuova lingua» politically correct (degna dei romanzi di George Orwell e Aldous Huxley), agenzie pubblicitarie, consulenti strapagati.
Poi c’è la questione giovanile. Come stanno crescendo, in questo clima, le nuove generazioni? A molti di loro si adatta una definizione spietata. Snowflakes, fiocchi di neve: perché al primo contatto con una materia dura si squagliano.
Gli Stati Uniti vivono nell’era dei social media sregolati – cioè affidati alla sola disciplina del capitalismo privato – e la «nuova intimidazione» viaggia dal basso verso l’alto. Kaplan suggerisce di riscoprire un altro classico, Massa e potere di Elias Canetti (1960). Il potere della folla emerge dal bisogno dell’individuo solitario
di trovare sicurezza nella conformità.
Quando andai a vivere in California nel 2000, alcuni segnali del neopuritanesimo erano evidenti. A volte si prestavano al sorriso. Mia moglie, insegnante in un liceo internazionale, raccontava le lamentele delle sue colleghe francesi: «Spendiamo una fortuna in vestiti e cosmetici ma nessun professore maschio osa farci complimenti, per paura di essere accusato di molestie sessuali». Cancellare dal mondo professionale e dalle relazioni di lavoro ogni forma di energia erotica – anche quella che può essere fisiologica, naturale, perfino creativa – è un tratto distintivo della rivoluzione-restaurazione neopuritana. Nei luoghi in cui comanda la sinistra
illiberale, come la California, gli unici a cui è consentito esibire orgogliosamente la propria sessualità in pubblico, incluse forme di corteggiamento, sono gay e transgender.
Sotto accusa finisce anche la generazione dei Baby Boomer e dei Millennial: sono loro ad aver inventato la figura del «genitore elicottero», cioè iperprotettivo, sempre pronto a intervenire in soccorso del figlio.
Allontanando sempre più il modello anglosassone da quello oriental-confuciano, quei genitori hanno dato la priorità alla tutela dei figli, inclusa quella emotiva. La scuola è stata costretta a ribaltare principi e gerarchie secolari: il pupo ha sempre ragione, guai a esporlo a esperienze «traumatizzanti» come, per esempio, un brutto
voto, o una lettura sgradevole perché non conforme agli stereotipi ideologici politically correct. La scuola è stata costretta a reinventarsi per diventare un luogo amorevole, rassicurante, dove tutti i preconcetti della sinistra illiberale vengono rinforzati con un indottrinamento sistematico.
Altrove, molto lontano da qui, le «mamme tigri» asiatiche stanno allevando dei guerrieri: allenati a considerare la scuola e l’università come luoghi di un tirocinio duro, senza coccole né indulgenze; fieri di essere cinesi, orgogliosi della loro storia patria. Quando una parte di quei giovani cinesi – l’élite privilegiata – va a studiare
nelle università americane, il risultato è clamoroso. Lungi dall’assorbire influenze occidentali, lo spettacolo cui assistono nei campus li rafforza nelle loro certezze: l’Occidente è malato, è una civiltà immonda. Lo dicono i loro stessi coetanei americani, perché non credergli?
«Nel 1965 il 24 per cento dei bambini neri e il 3,1 per cento dei bianchi nascevano da una madre single, in una famiglia monoparentale. Nel 1990 queste percentuali erano salite al 64 per cento per i bambini neri e al 18 per cento per i bianchi». Oggi tra gli afroamericani siamo al 70 per cento di nascite senza un padre ufficiale. Ogni
anno almeno 1 milione di bambini americani nascono da una madre single e non conosceranno il padre, o avranno con lui rapporti sporadici, difficili, dal tenore educativo a dir poco problematico. Il tema della disintegrazione familiare viene sollevato ancora più di recente dall’opinionista afroamericano Jason
Riley sul «Wall Street Journal», partendo da un tragico fatto di cronaca avvenuto nel 2021 nella città degli Obama, Chicago. Un ragazzino di tredici anni, Adam Toledo, è morto in uno scontro a fuoco con la polizia. Girava alle due di notte su un’auto guidata da un pregiudicato ventunenne, con una fedina penale carica di
crimini di sangue. Erano armati tutti e due, sparavano a casaccio su altri automobilisti, prima che qualcuno chiamasse la pattuglia di polizia. «Quando un ragazzo di seconda media» scrive Riley «gira armato in piena notte con un criminale, non dovrebbe essere lecito discutere il ruolo dei genitori? Ma oggi dire la verità è
proibito, quando si parla di minoranze etniche come le vittime della sparatoria di Chicago. Dobbiamo far finta che gli alti livelli di violenza criminale siano da attribuire interamente a un razzismo sistemico, mentre gli individui non avrebbero alcuna responsabilità. È difficile capire come potremo affrontare le più gravi ingiustizie sociali, se ci è vietato avere una conversazione onesta sulle loro cause.»
La California nel decennio 2010-20 ha perso 85.000 residenti afroamericani.
Spostare l’attenzione sui modelli educativi, sull’etica dello studio e del lavoro rischiava di intralciare il grande accaparramento di spesa pubblica in nome dell’antirazzismo. Allarghiamo lo sguardo all’intera nazione. In tutti gli Stati Uniti nel 2021 sono morti 18 neri disarmati, uccisi dalla polizia. Nel 2020 sono stati uccisi 9941 neri, per la stragrande maggioranza vittime di criminali dello stesso gruppo
etnico. Una percentuale rilevante soccombe alla violenza nel nucleo domestico.
Alla luce di questi dati si capisce perché l’estremismo di Black Lives Matter – con la demonizzazione indiscriminata delle forze dell’ordine – sia ben lungi dal raccogliere consensi unanimi all’interno della comunità nera. Quando la «maggioranza silenziosa» degli afroamericani ha l’occasione di esprimersi, vota per moderati come
Obama, salva il centrista Biden dalla débâcle delle primarie nel 2020, elegge un sindaco-sceriffo come Eric Adams a New York. Non può dirlo, perché l’élite che vive di rendita sull’estremismo antirazzista scatenerebbe il linciaggio mediatico, ma la maggioranza silenziosa in cuor suo crede allo slogan «Law and Order». Purché il
volto della legge e dell’ordine non sia quello di Derek Chauvin, l’agente bianco che ha torturato e ucciso per soffocamento George Floyd. Il 25 maggio 2020 una pattuglia di polizia ferma questo afroamericano di quarantasei anni, dopo la chiamata del commesso di una tabaccheria che lo accusa di aver pagato con una banconota falsa. Seguono 8 minuti e 46 secondi di una tortura feroce, ripresa in video, una scena angosciante e ormai tragicamente nota: l’agente Chauvin che preme il ginocchio sul collo di Floyd, provocandone la morte.
Quelle immagini orrende scatenano proteste in America e nel mondo, segnano una ripresa del movimento Black Lives Matter, entrano nello scontro elettorale Biden-Trump. A esasperare la rabbia, oltre alle immagini della crudeltà di Chauvin, c’è una realtà incontrovertibile: Trump spesso usa toni razzisti, mostra indulgenza verso i
suprematisti. I paradossi dell’antirazzismo sono ben visibili da anni nel mondo della cultura, e producono una di quelle «inversioni valoriali» o rovesciamenti di paradigma che sono sintomi di una civiltà al collasso: dove una maggioranza deve sottomettersi al volere di minoranze che impongono dall’alto una brutale revisione di tutto il passato, da sacrificare sull’altare di una nuova religione.
Da una parte c’è una destra che promuove l’ignoranza e il pregiudizio antiscientifico, anche perché legata a interessi economici retrogradi (il business petrolifero): questa ci ha regalato l’idiozia di Trump che decise di uscire dagli accordi di Parigi sul clima. Ma alla destra oscurantista si contrappone un ultra-ambientalismo che è altrettanto ideologico, settario, fazioso, e con le sue forzature
Non esiste una seria obiezione scientifica al nucleare. Esistono paure emotive, angosce perfettamente comprensibili ma irrazionali, che risalgono all’epoca delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e sono state poi rilanciate dai pochissimi incidenti (Cernobyl’, Fukushima), il cui bilancio finale di vittime è molto meno grave rispetto a quello dei morti nelle miniere di carbone. Però, l’antiscienza che è l’ambientalismo radicale ha imposto in molti paesi occidentali il congelamento dei piani nucleari e in certi Stati addirittura lo smantellamento delle centrali già esistenti. Fondandosi sulla scienza, la Commissione europea nel 2021 ha
tentato di mettere il nucleare tra le fonti rinnovabili da sviluppare; ma ha dovuto fare marcia indietro di fronte alle pressioni politiche. L’antiscienza ha vinto anche quella battaglia e ha reso più problematico il futuro energetico dell’Occidente. Non è la prima volta che l’antiscienza trionfa in Europa: è stato così anche per i
divieti agli organismi geneticamente modificati. Un’altra voce fuori dal coro che è interessante ascoltare oggi è quella di Michael Shellenberger.
«Non m’importa cosa è vero, importa solo ciò che la gente crede sia vero» ha detto il fondatore di Greenpeace Paul Watson, rivelando un pensiero che è comune a molte religioni.
In questo un segnale aggiuntivo che il suicidio dell’Occidente non è un’immagine esagerata. Di sicuro la pensano così Xi Jinping, Putin e altri leader di società autoritarie che continuano a difendere sistemi valoriali diversi dai nostri: fondati sui doveri dell’individuo, sulle gerarchie, sul rispetto dell’autorità, sul valore della tradizione. Quando si parla di suicidio dell’Occidente, Xi Jinping vede in cima ai nostri problemi proprio questo: non riusciamo più a decidere grandi piani per il futuro e a realizzarli con la velocità che sarebbe necessaria. Tutto è lento, complicato, talvolta impossibile.
L’organismo vitale del capitalismo americano contiene il batterio della sua decadenza. È la malattia del Grande Gatsby – facendo un parallelo tra l’involuzione dell’America di oggi e gli eccessi dell’Età dell’Oro (anni Venti del secolo scorso, prima della Grande Depressione) – descritta nel romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Due
studiosi di storia economica, Daron Acemoğlu e James Robinson, nel saggio Perché le nazioni falliscono (il Saggiatore 2012), illustrano il criterio che distingue i paesi che hanno successo da quelli che arretrano. I primi sono governati da istituzioni inclusive, sono società aperte, con mobilità dal basso e un rinnovamento continuo delle élite. Il declino colpisce invece le società «estrattive»: quelle dove una
minoranza estrae ricchezza dal resto, per il proprio vantaggio prevalente. La transizione dall’una all’altra formula è una ricetta sicura per la decadenza.
Un altro fattore è quello studiato dall’economista francese Thomas Piketty: quando la crescita economica e demografica ristagna, prende il sopravvento la rendita finanziaria, chi ha patrimoni accumulati diventa sempre più ricco e distanzia il resto. È la deriva delle democrazie occidentali verso le società oligarchiche. L’eccezione, l’anomalia più importante, si è verificata per un lungo periodo del Novecento, dopo le due guerre mondiali, e in particolare nel «trentennio dorato» che va dalla ricostruzione post-bellica agli anni Settanta. Le diseguaglianze
diminuirono sia per la forte crescita economica e demografica sia per gli aumenti nella tassazione dei ricchi. Ci furono prelievi fiscali straordinari sui patrimoni, spesso legati allo sforzo bellico. La successione ereditaria come fonte di diseguaglianze riguarda il capitale finanziario, immobiliare, e anche il capitale umano, visto l’accesso squilibrato all’istruzione di alto livello. Gli americani credono di vivere in una società meritocratica mentre stanno diventando una società di tipo ereditario. La segregazione economica deriva dagli accessi selettivi alle
università e dai matrimoni «endogamici» (tra persone dello stesso ceto sociale e status economico). È significativo che i capitalisti americani illuminati, come si considerano Zuckerberg e Fink, vogliano aprire le loro aziende alle minoranze etniche e sessuali, ma siano meno concilianti sul terreno delle diseguaglianze socioeconomiche. Promuovere le assunzioni di afroamericani e ispanici, donne, gay o transessuali può conciliarsi con la loro visione élitaria. Nelle «quote politically correct» rientrano le élite delle minoranze, gli equivalenti degli Obama. È una diversità benefica, non ha svantaggi per i profitti, anzi. Ben diverso è attaccare la
macrodiseguaglianza che separa l’oligarchia manageriale da tutto il ceto medio-basso, dove ci sono anche tanti maschi bianchi. Il 2021 è stato un anno cerniera, per un esperimento interessante: un rafforzamento dei lavoratori e una – parziale, momentanea? – riduzione delle diseguaglianze manovrata dallo Stato. La dinamica
salariale americana non era mai stata così vigorosa da molti anni. Come ho già detto, nel corso del 2021 le buste paga sono aumentate del 4,6 per cento.
Sulle radici del fondamentalismo islamico il neoconservatore Richard Perle scriveva: «Prendete una vasta area della superficie terrestre, abitata da popoli che ricordano una storia gloriosa. Arricchiteli tanto che si possano permettere la Tv satellitare e Internet, così che possano vedere com’è la vita sull’altra riva del Mediterraneo o
oltre l’Atlantico. Poi condannateli a vivere in città miserabili, soffocanti e inquinate sotto il governo di dirigenti incompetenti e disonesti. Ingabbiateli in burocrazie e controlli così opprimenti che nessuno possa sopravvivere senza corrompere qualche funzionario pubblico. Sottoponeteli al dominio di classi dirigenti che sono diventate
mostruosamente ricche grazie a un petrolio che in teoria appartiene a tutti. Negate a quella gente ogni istituzione in cui possano liberamente esprimere le loro rimostranze. Uccidete, imprigionate, corrompete o esiliate qualsiasi personaggio politico, artista o intellettuale che possa articolare un’alternativa moderna alla tirannide. Fate sì che le menti delle nuove generazioni siano formate da religiosi impregnati di una teologia medievale e di un’autocommiserazione terzomondista. Mescolate tutti questi ingredienti: e che cos’altro vi aspettate di creare, se non una plebe inferocita?». Che l’islamismo nascesse non dalle colpe dell’Occidente, bensì dal drammatico fallimento delle classi dirigenti del mondo islamico, era una tesi già ampiamente corroborata dalla controprova di quei paesi che, senza la rendita
petrolifera, avevano conosciuto un formidabile sviluppo economico-sociale e offrivano alle loro giovani generazioni la prospettiva di un futuro migliore. Cioè Cina, India, Sudest asiatico.
La democrazia dei confuciani sembra vaccinata non solo contro il Covid bensì anche contro l’iper individualismo, l’egocentrismo, l’ossessione per i diritti dei singoli, la secessione dalla comunità e la sfiducia nel principio di autorità.
La fiducia sociale è un indicatore prezioso sulla salute della democrazia, la coesione della comunità, il rispetto per gli altri. È stata un’arma vincente nella pandemia,
come lo è per molte altre sfide. Contro il Covid, i paesi ad alta fiducia verso lo Stato e verso i vicini di casa e di quartiere non hanno avuto bisogno di rigide imposizioni dall’alto, si sono autoregolati senza soccombere all’intrusione burocratica.
L’Occidente, quando credeva in se stesso e nei propri valori, si vantava di essere stato la culla della rivoluzione scientifica, fonte di progresso e di immensi benefici per l’umanità intera. Oggi una fascia non marginale della società occidentale pensa che la scienza sia un inganno, che le sue scoperte siano manipolate dai poteri forti: Bill Gates, per esempio, è stato descritto come il regista occulto e il grande profittatore dell’operazione vaccini. L’avanzata della paranoia ha origini complicate: l’antica abitudine di demonizzare Big Pharma, per esempio, ha creato un terreno favorevole per accusare il capitalismo sanitario e quindi seminare dubbi sui vaccini.
Oppure osservate i segnali di sgretolamento interno della più antica liberal- democrazia occidentale: il pendolo elettorale impazzito, che alterna presidenti impegnati a cancellarsi l’un l’altro e maggioranze congressuali decise a sabotare gli stessi presidenti.
Oggi la decadenza dell’Occidente si nutre del fenomeno opposto: il processo ai valori che furono i nostri. Prima ancora che siano le potenze autoritarie a proclamare il loro disprezzo verso il modello occidentale, quest’ultimo è stato ripudiato in casa propria. Da un lato c’è un establishment economico che si definisce globalista: è un
eufemismo per non dire che disprezza l’identità nazionale, cioè quello che fu un collante storico delle democrazie. I capitalisti occidentali hanno combattuto i nazionalismi perché con l’abbattimento delle frontiere hanno reciso ogni dipendenza dalla forza lavoro nazionale: hanno sfruttato gli immigrati in casa propria, gli operai cinesi (o messicani, o romeni) all’estero. D’altro lato c’è un establishment culturale – al comando nelle istituzioni educative, nei media, nel mondo dell’arte e dello spettacolo – che rilancia il tema degli anni Sessanta:
il Male supremo siamo noi, tutte le sofferenze del mondo hanno la loro radice nell’Occidente.
Terzo (e questo riguarda l’Europa, il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan): una lunga pace sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti ha creato pericolose illusioni pacifiste nell’opinione pubblica delle liberal-democrazie.
Primo dogma: è impossibile una guerra fra democrazie (principio ispirato dal filosofo tedesco Immanuel Kant). Una lunga litania di crimini e abusi ha dimostrato che le crociate per esportare democrazia hanno macchiato la credibilità dell’Occidente.
Secondo dogma: quando tra le nazioni si sviluppano legami economici importanti, la guerra diventa un controsenso perché i danni sarebbero insopportabili per tutti. Questo postulato ha avuto varie declinazioni pittoresche, come l’idea che Internet avrebbe portato la democrazia in Cina (Bill Clinton e Bill Gates ne erano
certi negli anni Novanta), o che non possa scoppiare un conflitto fra due paesi gratificati entrambi dalla presenza dei fast food McDonald’s (questa la lanciò l’opinionista del «New York Times» Thomas Friedman nel 1996).
Un terzo dogma è tale per la sinistra globalista: è l’idea che una robusta architettura di istituzioni multilaterali sia una garanzia forte di pace, sicurezza, stabilità e giustizia. Non regge di fronte all’incapacità dell’Onu di evitare guerre, all’impotenza dell’Organizzazione mondiale del commercio nel far rispettare le regole, al fallimento dell’Organizzazione mondiale della sanità davanti alla pandemia.
Gli imperi non hanno nel proprio Dna l’attitudine a ridimensionarsi da soli. Di solito è un aggressore esterno a costringerli. La ritirata di Londra dalle proprie colonie fu poco pianificata e ancor meno spontanea; perfino il «passaggio delle consegne» ai cugini americani nel periodo Churchill-Roosevelt fu doloroso.
Le opinioni pubbliche dell’Occidente non sono attrezzate neppure sul piano psicologico e culturale di fronte alla rinascita degli imperialismi altrui. Cina, Russia, Turchia, Iran-Persia, tutti hanno storie imperiali che dal passato risorgono con prepotenza.
Gli atti di prepotenza sui quali noi esercitiamo giudizi morali per loro sono essenziali, nutrono narrazioni di riscatto, rivincita contro l’Occidente. Più sono larghi gli strati di opinione pubblica occidentale che si genuflettono chiedendo scusa per i peccati imperialisti, più i nuovi imperi sentono di avere la storia dalla loro parte.
Riaffiora un altro argomento «realistico», che venne citato anche per la Cina di Deng Xiaoping dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989: per quanto i regimi autoritari possano essere ripugnanti per i nostri valori, hanno il pregio di essere stabili.
Come il suo alleato Xi, anche l’autocrate russo è convinto di avere di fronte un Occidente debole, diviso, indeciso a tutto. Agisce di conseguenza.
Alle sue debolezze nascoste la Cina risponde con un’esibizione di autostima, che contrasta con lo stato d’animo dell’Occidente angosciato e depresso.
La prima lezione dalla guerra ucraina, secondo gli americani, dovrebbe essere una forte spinta alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento europee. Questo implica una resa dei conti con certe ingenuità ambientaliste. Le fonti rinnovabili non sono pronte a sostituirsi subito e in toto alle energie fossili. Gli errori di una transizione frettolosa e prematura sono già diventati evidenti quando l’Inghilterra nel 2021 ha sofferto per un ammanco di energia eolica (i venti hanno soffiato meno del previsto nel Mare del Nord, ricordandoci un limite serio delle rinnovabili), e Londra è stata costretta a improvvisi acquisti di gas che hanno fatto salire i prezzi ancor prima dell’attacco di Putin.
L’Unione europea si è illusa di poter fiorire come una superpotenza «erbivora» rispettata dal mondo intero per il suo livello di civiltà, proprio mentre Russia e Cina portavano avanti formidabili programmi di riarmo e modernizzazione dei propri eserciti.
Se l’Europa occidentale ignora la lezione, deve accettarne tutti i prezzi: una decadenza vissuta ai margini di potenze imperialiste come la Russia, la Cina, la Turchia e l’Iran comporterà continue rinunce ai nostri valori.
Non ci si mette al riparo dalle autocrazie con le manifestazioni per la pace, facendo sit-in di solidarietà con le vittime dei dittatori.
Come al solito: abbiamo sbagliato tutto noi, è sempre colpa nostra. Putin prende nota, da anni, del nostro autolesionismo.
Per una crudele ironia della sorte, proprio quegli europei che più disprezzano l’America oggi ne stanno importando i peggiori difetti in casa propria: dalla censura politically correct nelle università inglesi all’odio per l’Occidente di Carola Rackete, all’ambientalismo pauperistico e antiscientifico di Greta Thunberg.
Ma l’America resta oggi il laboratorio del suicidio occidentale, per una ragione che distingue questa crisi da tutti gli episodi precedenti. Stavolta, quei pezzi di cultura radicale che demonizzano e demoliscono ogni valore dell’Occidente sono cooptati nell’establishment. Mai in passato c’era stato un allineamento così totale fra la
cultura antioccidentale e i poteri forti del capitalismo, della cultura, dei media, dell’industria dell’entertainment.
L’Europa insegue e cerca di adeguarsi, l’America è all’avanguardia. Black Lives Matter e la colpevolizzazione dei bianchi, l’esaltazione di tutte le minoranze etniche o sessuali, il neopuritanesimo, l’ambientalismo apocalittico, tutti questi movimenti sono sostenuti dai miliardari progressisti e dalle caste privilegiate del
capitalismo digitale, dalle élite che siedono nei consigli d’amministrazione, che guidano le università, le case editrici, i media, il business del cinema e della musica.
Nelle crisi precedenti del modello americano, le forze che tentavano l’assalto erano anti-sistema; oggi è «il Sistema» ad aver deciso di perpetuare il proprio potere abbracciando le ideologie antioccidentali. Quello che negli anni Sessanta era pensiero alternativo, controcultura, oggi è la cultura ufficiale, abbracciata
dalle autorità americane per opportunismo.
Il suicidio occidentale è il sabotaggio di ogni difesa immunitaria, è la distruzione dei nostri anticorpi. Douthat nel suo libro The Decadent Society (2020) ci ricorda una costante della storia: le civiltà umane più dinamiche e creative sono state inevitabilmente espansioniste. Quando invece le civiltà si ripiegano su se stesse, battono in ritirata, scelgono la rinuncia, allora la decadenza è garantita. La decadenza include degrado morale, edonismo ed egoismo, nonché l’incapacità di sacrificarsi per difendere la civiltà dai suoi nemici esterni.