L’INVERNO STA ARRIVANDO

La Russia di Putin è la minaccia più grave con cui il mondo debba confrontarsi, ma non è l’unica. Gruppi terroristici come Al Qaeda e lo Stato Islamico, o Isis, sono (a dispetto del nome di quest’ultimo) privi di uno Stato, così come delle risorse e delle armi di distruzione di massa su cui può invece contare Putin.
Per citare la definizione di distensione data da Winston Churchill, nutriamo i coccodrilli nella speranza che ci divorino per ultimi.
Come disse Ronald Reagan nel celebre discorso del 1964, “Tempo di scegliere”, non si tratta di scegliere tra la pace e la guerra ma tra la lotta e la resa.

La percezione diffusa (con le dimissioni di Eltsin ndr. ) era che il paese sarebbe precipitato nel caos se qualcuno non ne avesse preso le redini con mano salda. L’insicurezza a livello personale e sociale sono da sempre una leva potente nelle democrazie fragili e spesso i dittatori conquistano il potere con il consenso del popolo. Sono innumerevoli nella storia gli esempi di autocrati e giunte militari legittimati dal popolo e dalla sua richiesta di ordine e di una “mano dura” che freni gli eccessi di un governo debole. Purtroppo Putin, come tutti gli autocrati moderni, disponeva, e dispone ancora oggi, di un’arma che la leadership sovietica non si sarebbe neanche sognata: un profondo legame compromissorio, economico e politico, con il mondo libero.

Pensavamo, ingenuamente, che il mondo libero avrebbe sfruttato quelle relazioni socioeconomiche per liberalizzare gradualmente gli Stati autoritari. In realtà, sono stati gli Stati autoritari a diffondere il loro sistema corrotto all’estero e inasprire la repressione in patria abusando di quell’apertura e dell’interdipendenza
economica.

Purtroppo all’Europa è mancata dopo gli interventi di Putin in Georgia, Cecenia e Crimea la volontà politica di fare sacrifici nell’immediato pur di arginare la minaccia alla sicurezza e alle economie globalizzate, ben più grave in prospettiva, rappresentata da un Putin senza più controllo.

I nuovi leader occidentali non vogliono accettare l’esistenza del male nel mondo e il fatto che vada combattuto a partire da principi assoluti, senza negoziare. È evidente che le democrazie del ventunesimo secolo non sono pronte per questa battaglia. Resta da vedere se, prima o poi, lo saranno.

In merito alle vittoria sul comunismo e alla caduta del muro di Berlino. Più di una volta ho scritto a proposito di un atteggiamento, tipico degli scacchisti, che io definisco il “peso delle vittorie precedenti”. Ogni vittoria diminuisce di un po’ le probabilità di vincere la volta successiva, perché scema lo stimolo a migliorarsi. Al contrario, chi perde è consapevole di aver commesso un errore, che qualcosa
non è andato per il verso giusto, e quindi si impegnerà al massimo per migliorare. Spesso chi vince pensa che vincerà ancora solo perché è un grande giocatore. In genere, invece, vince chi fa il penultimo errore. Ci vuole una disciplina rigorosissima per resistere a quella tentazione e imparare anche da una vittoria.

Attenzione si può avere successo pur essendo dalla parte sbagliata della storia, purché ci si trovi dalla parte giusta di un oleodotto.

Non è bene che Adolf Hitler e Iosif Stalin siano ormai considerati dei personaggi quasi caricaturali, delle figure mitologiche che incarnano un male antico scomparso tanto tempo fa. Il male non muore, così come la storia non finisce. Se la guerra è sempre un fatto atroce, in questo caso occorre porre l’attenzione anche sulla pericolosa deriva di Putin verso un imperialismo su base etnica. La storia non finisce ma scorre secondo cicli che ritornano, e la mancata difesa dell’Ucraina è analoga
all’incapacità degli Alleati di difendere la Cecoslovacchia nel 1938. Il mondo deve agire subito se non vuole che la Polonia del 2030 si ritrovi a giocare lo stesso ruolo della Polonia del 1939.

Occorrono inoltre nuove alleanze per combattere network terroristici transnazionali che usano la nostra tecnologia contro di noi. Queste strutture e queste alleanze devono essere edificate su principi etici: le uniche armi con cui i nemici della democrazia non possono competere. E questo tanto più vale nel caso in cui quei
nemici posseggano armi nucleari, che renderebbero uno scontro militare estremamente pericoloso. La negazione non è una linea politica accettabile. Preoccuparsi per i possibili sviluppi futuri quando la situazione attuale è già catastrofica è un modo patetico per procrastinare delle decisioni difficili. Ignorare un cancro e litigare con i medici che lo hanno diagnosticato non salverà il paziente, anche se la terapia fa paura. Questa visione, ossia accettare un sacrificio nell’immediato per il bene futuro, richiede una leadership che oggi manca al mondo libero. Richiede un pensiero che vada oltre i sondaggi, i rapporti trimestrali o le prossime elezioni. Alla base di questa linea distensiva c’è un ottimismo immotivato circa la vera natura di Putin oppure un cinico carrierismo politico che giudica una Russia aggressiva e ricca di risorse energetiche un problema troppo complicato da risolvere. Era più comodo per i leader occidentali fingere che la Russia non fosse un problema che ammettere che sarebbe stato difficile o impossibile risolverlo. Poi c’è una categoria a parte, quella di leader come Silvio Berlusconi e Gerhard Schröder, per i quali cooperare con Putin è solo una questione d’affari.

La lezione di Chamberlain e di Daladier, che nel 1938 incontrarono Hitler a Monaco, è valida ancora oggi: dando a un dittatore ciò che vuole, lo si spingerà a pretendere sempre di più, e così si convincerà che gli altri non sono abbastanza forti per impedirgli di prendersi ciò che vuole, altrimenti si sarebbero opposti fin dall’inizio. È così che ragiona un dittatore.

Tuttavia sono sicuro che Merkel e Obama non siano (stati ndr) così ingenui, specie Merkel, nata nella Ddr comunista. L’unica spiegazione, quindi, è che il problema Putin è talmente spinoso che è più facile fingere che non esista. E forse, per quanto li riguarda personalmente, davvero non esiste: forse vogliono solo rinviare il disastro totale fino a quando saranno sani e salvi e non più al potere, così da lasciare Putin ai loro successori. In ogni caso, si tratta di una capitolazione morale che ha ripercussioni molto concrete.

Senza un sostegno esterno, o senza quantità cospicue di risorse naturali come il petrolio, la repressione porta inevitabilmente alla stagnazione economica.
Paradossalmente, dunque, le radici della deriva russa verso il totalitarismo sono da rintracciarsi nell’eccessivo zelo dell’Occidente nel tenere viva l’eredità di grande potenza dell’Unione sovietica, non il contrario. Il comunismo è come una malattia autoimmune: non uccide direttamente ma indebolisce il sistema immunitario
a tal punto da lasciare la vittima inerme e incapace di combattere. Distrugge lo spirito dell’individuo traviando i valori di una società libera.

Quell’atteggiamento però spiega in parte perché le repubbliche ex sovietiche hanno lottato con tanta convinzione e perché invece i regimi di Cuba e della Corea del Nord sono così durevoli: è la differenza tra popoli pieni di rancore perché non sono liberi e altri convinti di non meritare la libertà.
Oggi le esternazioni di stampo socialista provengono perlopiù da aspiranti autocrati populisti che vogliono redistribuire la ricchezza tra i loro sodali, in economie stagnanti e tutte fondate sulle risorse naturali.

Ovviamente lo scenario e gli avversari sono molto diversi: la Russia non è la Serbia e Putin non è Milosevic. Ma la lezione da trarne è una sola: l’uso deciso della forza può essere un bene, sia sul momento sia come deterrente, mentre invece la titubanza ha ripercussioni molto gravi e apre il varco a nuove aggressioni.

Per gli americani è un tema spinoso e imbarazzante almeno quanto lo schiavismo, e questo spiega perché sia stato un tema tanto popolare in Unione Sovietica. Per l’ideologia comunista era fondamentale dimostrare che eravamo superiori da ogni punto di vista, anche a livello morale (oltre che dal punto di vista intellettuale, ragion
per cui il gioco degli scacchi era tanto incoraggiato, per mia fortuna). I sovietici replicavano a quelle critiche dicendo ad esempio: “Che dire allora del trattamento che voi americani avete riservato agli schiavi e agli indigeni?”. O qualcosa di simile.

Il famoso Documento di Budapest sulle garanzie in materia di sicurezza non è stato un trattato organico e non costituisce nemmeno un’autentica garanzia in materia di sicurezza, ma il suo scopo era chiaro.
Pressata da Russia e Stati Uniti, l’Ucraina avrebbe rinunciato al terzo arsenale atomico del mondo. In cambio, il presidente ucraino Leonid Kučma pretendeva un impegno pubblico da parte di Clinton, Eltsin e John Major che avrebbero “rispettato l’indipendenza, la sovranità e gli attuali confini dell’Ucraina” e “si sarebbero astenuti dalla minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’autonomia
politica dell’Ucraina”. Con l’invasione e l’annessione della Crimea nel marzo del 2014 la Russia ha violato quell’accordo.

Bush figlio commise lo stesso errore con Putin, riponendo la sua fiducia in un individuo invece di puntare su quelle istituzioni, su quelle politiche e su quei principi democratici di cui la Russia aveva tanto bisogno. I leader occidentali avevano trovato persone che erano di loro gradimento o con cui ritenevano di poter collaborare, e si lanciarono a occhi chiusi. Quando i risultati inevitabilmente non furono all’altezza di quelle aspettative, così poco realistiche, era ormai complicato se non addirittura impossibile tornare sui propri passi.
Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, i compromessi sui principi fondamentali ne sono i lampioni.

Putin, al contrario, non sa che farsene del popolo russo, soprattutto dei giovani istruiti. Lui e la sua giunta hanno trasformato il paese in un petrol-Stato, e le esportazioni di risorse naturali su un mercato globale insaziabile non
necessitano di imprenditori o di manager, per non parlare di scrittori e professori. Boicottare il petrolio e il gas richiede altresì un notevole coordinamento a livello politico, una merce che Putin sa essere ancor più rara, nel mondo libero, del platino o dei diamanti in Siberia.

Milosevic conservava il punto di vista di tante figure totalitarie prima di lui. Era infatti convinto che la lentezza delle democrazie a intraprendere un’azione fosse un segno di debolezza, che fossero ricche ma anche decadenti. E pensava di poterle intimidire perché i loro politici e i cittadini non erano disposti a pagare il prezzo di una guerra. Una volta Milosevic disse al ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer: “Io posso sopportare la morte, anzi molte morti. Voi no”.
I terroristi di ogni specie fanno lo stesso ragionamento: credono che le democrazie – le nostre lente, ricche, pavide democrazie – siano incapaci di ribellarsi agli attacchi suicidi e alle stragi. Pensano anche che proprio i valori in cui crede siano il punto debole del mondo moderno e una minaccia alla sua sopravvivenza, e hanno ragione. La nostra sfida deve essere di superare la nostra debolezza senza perdere quei valori che i nemici del mondo libero tanto temono.

Dire agli ucraini che hanno provocato Putin perché lo hanno rifiutato e si sono invece avvicinati all’Europa è come dire a una donna violentata che dovrebbe indossare gonne più lunghe. Non perdiamo di vista chi è la vittima e chi è il carnefice! Se non riusciamo a mantenere questo equilibrio morale e una percezione chiara di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, saremo facili prede della propaganda.

La favola moderna di Orson Welles sullo scorpione e la rana è un insegnamento straordinario. La rana trasporta sulla schiena uno scorpione dall’altra parte del fiume convinta dalla logica dello scorpione, e cioè non la pungerà perché altrimenti morirebbero entrambi. Mentre attraversano il fiume lo scorpione punge la rana che, morente, gli dice: “Logica? Non c’è logica in questo!” Lo scorpione risponde: “Lo so, ma non posso farne a meno. È la mia natura”. La morale è che non bisogna fidarsi di uno scorpione solo perché sarebbe più logico, ed essere nel giusto non è granché d’aiuto quando si è morti. Un’altra lezione è che non tutti agiscono per il bene reciproco e nemmeno per il proprio interesse, e che la vera natura di qualcuno può travalicare la logica e l’autoconservazione.

Da un certo punto di vista è un atteggiamento ammirevole, e porselo quantomeno come obiettivo è ciò che dà senso alla diplomazia. Sarebbe stupendo se ogni crisi o conflitto si potesse risolvere con un beneficio per tutti o una reciproca soddisfazione. Ma pensare che ciò possa avvenire con Putin o con l’Isis significa ignorare la vera
natura del nemico. L’unico scopo di Putin è rimanere al potere e ormai non gli serve più la cooperazione con il mondo libero per raggiungerlo. Al contrario, adesso ha bisogno del conflitto e dell’odio, e come si può negoziare con questo senza tradire i propri ideali e il proprio popolo? Al Qaeda e l’Isis vogliono indebolire e poi annientare il moderno orizzonte di diritti e di libertà.

Se la logica del beneficio reciproco continua a dimostrarsi errata, allora è tempo di percorrere un’altra strada. Non siamo condannati a offrire la schiena agli scorpioni del mondo ancora e ancora nella speranza che la prossima volta, magari, non ci pungeranno. Per questo che quando mi viene chiesto se secondo me Putin era un male inevitabile io rispondo che occorre risalire a dieci anni prima che il suo nome diventasse famoso. Al tempo in cui Eltsin designò Putin quale suo erede, i russi chiedevano stabilità e volevano un uomo forte che tenesse testa ai criminali e alle pressioni occidentali, che costituivano – così gli era stato detto – una minaccia per il paese e per le loro pensioni. Perché Putin, o chi per lui, non arrivasse al potere sarebbe servito ben altro copione negli anni Novanta, con un approccio decisamente meno conciliante nei confronti di Eltsin e del suo entourage e un sostegno più deciso alle istituzioni democratiche russe.

Persino dopo l’abbattimento, con ogni probabilità ad opera delle forze armate russe, di un aereo civile che sorvolava l’Ucraina orientale occupata, l’impressione fu che i rappresentanti dell’Ue volessero ad ogni costo negare le responsabilità della Russia, almeno quanto i russi stessi. Anche in questo caso, se avessero ammesso la
verità avrebbero dovuto agire, e nessuno ha voglia di farlo.

A dicembre cominciò l’assedio di Groznyj che sarebbe durato due mesi. Alla fine di quella operazione, i giornalisti inviati lì riferirono di una città in condizioni ancor più gravi di quelle di Berlino nel 1945. Neanche un edificio era stato risparmiato, e nel 2003 le Nazioni Unite assegnarono a Groznyj l’infausto premio di “città più devastata della Terra”.

Come raccontato dalla coraggiosissima giornalista russa Anna Politkovskaja, che seguì la seconda guerra recandosi in Cecenia ogni mese, ciò che accadeva lì era “un evidente, indiscutibile, inimmaginabile tradimento dei valori umanitari a livello mondiale. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata più di
cinquant’anni fa, è morta nella seconda guerra cecena”. Le sue parole furono poi confermate dalle sentenze emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo contro il governo russo e in favore dei famigliari di migliaia di ceceni torturati o imprigionati e poi fatti sparire.

A dire il vero lo ha fatto, anno dopo anno, mentre i suoi difensori in Occidente passavano uno dopo l’altro dalla categoria degli “ignoranti” a quella di persone con “qualcosa da guadagnarci”. Dalle compagnie energetiche che cercavano di accaparrarsi una fetta delle riserve petrolifere russe ai premier e cancellieri europei, intenzionati a promuovere gli interessi strategici dei loro paesi e intanto concludere buoni affari per sé: Putin non ha avuto difficoltà ad ampliare il suo fan club internazionale malgrado la svolta dittatoriale da lui impressa alla Russia.

Nel lungo periodo le politiche che promuovono la nascita e il consolidamento delle democrazie servono a rafforzare la sicurezza nazionale. È profondamente sbagliato pensare di raggiungere i fini di una politica etica con i mezzi del compromesso morale. Non puoi arrivare a nord se i tuoi passi sono diretti a sud, non importa
quanto siano piccoli.

Sharanksy, che a sua volta si era espresso con grande eloquenza e autorità in materia di politica etica, cita poi l’amico Sacharov: “Un messaggio che [Sacharov] voleva a tutti costi trasmettere agli stranieri era che i diritti umani non devono mai essere considerati una questione puramente umanitaria. Per lui riguardavano direttamente
la sicurezza internazionale.

‘Un paese che non rispetta i diritti del suo popolo non rispetterà nemmeno i diritti dei paesi vicini’”. La Russia di Putin è la prova lampante di questa verità sacrosanta.

“democrazia gestita” e “dittatura della legge” –, è un ossimoro illuminante. Oltre a far uscire di scena un oppositore e un rivale, l’incarcerazione di Chodorokovskij servì anche a lanciare un avvertimento al mondo imprenditoriale: giocate secondo le regole del Cremlino e non impicciatevi di politica.

Con il caso Chodorokovskij-Yukos il regime putiniano istituzionalizzò il legame inscindibile tra diritti di proprietà e potere: se non sei al potere non puoi controllare le tue proprietà. Questo decretò, naturalmente, la fine della democrazia. Le elezioni dovevano essere truccate da chi deteneva il potere perché altrimenti, perdendo
l’autorità politica, avrebbe perso automaticamente i propri beni.

Le dittature avvertono l’esigenza perversa di seguire le procedure, di celebrare elezioni e processi anche se i risultati sono scontati. Il mondo libero tende a reagire a queste messinscene con una sorta di sospensione dell’incredulità: la Russia finge di avere un sistema elettorale e giudiziario e insieme a lei anche il mondo libero finge,
occasionalmente esprimendo preoccupazioni di circostanza, facendo cenno a qualche irregolarità e tentando inutilmente di far provare vergogna a chi è senza vergogna. I dittatori prendono questi rumori di fondo per quello che sono, ossia patetiche tattiche di distensione, e vanno avanti per la loro strada.

Putin non aveva bisogno del popolo né della sua fiducia: aveva il petrolio, il gas, il controllo totale dei media e del governo e un apparato di sicurezza in rapida espansione. A differenza che in una democrazia, dove la perdita di fiducia del popolo per l’amministrazione le costerà presto il posto, essere un dittatore significa non dover mai dire mi dispiace, e non dover mai nemmeno affrontare la questione.


Winston Churchill: “Per quanto possa essere bella una strategia, ogni tanto bisognerebbe analizzarne i risultati”.

Il principale prodotto d’esportazione russo era la corruzione, non il petrolio o il gas.
Gli oligarchi di Putin invitavano gli investitori e le società estere a partecipare in Russia ai cosiddetti sweetheart deals, contratti con condizioni illecitamente favorevoli, per poi riciclare il denaro nelle offerte pubbliche iniziali di Londra e New York con l’aiuto di insaziabili banche e politici

Il suo regime aveva agito con estrema coerenza fin dall’inizio, eppure i leader stranieri e la stampa occidentale ancora rimanevano sconcertati dalla totale indifferenza per le loro opinioni dimostrata da Putin. Il leader russo aveva bisogno degli aiuti e dell’appoggio dell’Occidente quando ancora era in una fase di consolidamento del potere in Russia; ora che questa missione era compiuta, Putin non doveva più fingere di preoccuparsi di come la pensava il resto del mondo.
La domanda che ci si sarebbe dovuti porre era invece che razza di governo era per perpetuare una condotta del genere e fino a che punto si sarebbe spinto. Il regime di Putin si muoveva in una dimensione amorale, completamente diversa da quella delle nazioni occidentali tanto impegnate a decifrare cosa accadesse dietro le rosse mura medievali del Cremlino.

Finché rimani leale al capo, lui ti proteggerà. Se qualcuno del cerchio magico si mette contro il capo, la sua vita è perduta. Quando l’uomo più ricco di Russia, Michail Chodorkovskij, ha provato a fare le cose in regola e a trasformare la sua società petrolifera Yukos in una multinazionale vera e non l’ennesima ruota nell’ingranaggio della Kgb Spa di Putin, si è ritrovato in una prigione siberiana, la sua compagnia smembrata e depredata e i suoi pezzi assorbiti dall’apparato statal-mafioso di Rosneft e Gazprom. Le società private venivano riassorbite nello
Stato e contemporaneamente le risorse delle compagnie statali migravano verso conti privati. Potere statale e potere privato si fondevano. Quel sistema divenne così una perversa combinazione tra Adam Smith e Karl Marx, in cui venivano privatizzati i profitti e nazionalizzate le spese.

La Russia è il più grosso produttore petrolifero del mondo, malgrado la scarsa modernizzazione delle infrastrutture sovietiche. È stato questo flusso di ricchezza a trasformare la Russia in un petrol-Stato dittatoriale e a consentire a Putin di dare l’illusione di stabilità in patria e di corrompere o minacciare i suoi detrattori
all’estero. Insieme all’aumento dei prezzi del petrolio di oltre il 700%, l’asservimento della stampa russa al Cremlino è stata la principale ragione del successo percepito del regime putiniano. Gli oligarchi degli anni Novanta derubavano la Russia a man bassa, ma almeno ci veniva riferito dalla stampa. Quei giorni sono finiti e la cerchia
di oligarchi vicini a Putin detiene un potere e una ricchezza che l’entourage di Eltsin non si sarebbe nemmeno sognato. Quando Putin divenne presidente nel 2000 non figurava nessun russo nella lista di Forbes dei miliardari di tutto il mondo. Nel 2005 ce n’erano trentasei e nel 2008 erano saliti a ottantasette, più di Germania e
Giappone messi insieme, in un paese in cui il 13% dei cittadini vive al di sotto della soglia di povertà, con 150 dollari al mese.

L’ipocrisia di condannare delle dittature deboli e intanto accogliere quelle forti a braccia aperte distrugge la credibilità americana ed europea e scredita qualsiasi iniziativa per costituire una leadership globale; anzi, in questo modo si incoraggiano le autocrazie più piccole a nutrire ambizioni più alte. I grandi leader crescono
soltanto accettando grandi sfide.

L’11 settembre 1858 un altro politico dell’Illinois che di lì a poco sarebbe diventato presidente, Abraham Lincoln, disse: “La nostra difesa è nella salvaguardia di quello spirito che ha a cuore la libertà in quanto patrimonio di tutti gli uomini, in tutte le terre, dovunque”. Non dove conviene. Non solo nei paesi che non hanno grandi riserve energetiche e armi nucleari. Dovunque.

L’America e i suoi alleati erano così concentrati sull’Iraq che stavano cedendo terreno su tutto il resto della cartina mondiale. La Corea del Nord si procurò l’atomica, anche in America latina partì la corsa agli armamenti, mentre intanto le petrol-dittature di Russia, Venezuela e Iran cavalcavano l’onda dei prezzi petroliferi in rialzo.

Apprezzo in particolare la parte in cui Romney afferma che bisogna prendere in parola gli uomini malvagi, perché è esattamente ciò che vado dicendo da anni a proposito di Putin. Sin dall’inizio del suo mandato Putin ha chiarito i suoi obiettivi. Anche se mente spudoratamente quando gli fa comodo, sulle questioni importanti come la centralizzazione del potere e il disprezzo per la democrazia e i diritti civili, la sua posizione è cristallina e per di più sappiamo per esperienza che tiene fede a ciò che dice.

In molti casi sono gli stessi leader e mezzi d’informazione occidentali a inventare le scuse per Putin e a scansare la parola ‘dittatore’. È un punto di forza e al tempo stesso di debolezza inscritto nel Dna del mondo libero quello di voler essere “giusti ed equilibrati” e di “raccontare le due versioni della storia” anche quando questo implica dare il beneficio del dubbio a chi per almeno dieci anni ha dimostrato di non meritarlo.

È tragico che il mondo libero si ostini a non voler imparare dagli errori del passato quando si tratta di dittatori o aspiranti dittatori. Gli autocrati, al contrario, studiano con zelo i loro predecessori, esaminando il modo in cui sottraggono diritti senza lasciare spazio alla ribellione, come schiacciano il dissenso e indicono elezioni fasulle continuando nel frattempo a viaggiare e a commerciare indisturbati in Occidente, come parlano di pace mentre intanto fanno la guerra.
E’ vero che le motivazioni che spingono i dittatori possono variare – comunismo, fascismo, conquista, ruberia – ma la volontà di controllo totale non cambia mai e i loro metodi sono penosamente ripetitivi. Sul fronte opposto, il principio in base al quale le nazioni libere hanno la responsabilità di difendere gli innocenti dalla morte e dall’oppressione è ormai in via di estinzione. Recuperiamo quel principio soltanto quando l’ultima crisi è già deflagrata. L’Ucraina è la vittima più recente di questa dinamica.

Sfortunatamente per Putin e Janukovyč, il popolo ucraino aveva da dire la sua riguardo a questo raggiro. Quando Janukovyč dichiarò che avrebbe sospeso i negoziati per siglare l’Accordo di associazione dell’Ucraina con l’Unione europea, gli ucraini si riversarono in massa nella Majdan Nezaležnosti, la piazza d’indipendenza nel cuore di Kiev, per protestare contro le manovre del presidente per allontanare
l’Ucraina dall’Europa e spingerla nel freddo abbraccio di Putin. Il 21 novembre 2013 nacque così il movimento “Euromaidan”, che contava dapprima qualche migliaio di manifestanti per poi salire a decine e persino centinaia di migliaia di persone nei giorni successivi. La protesta nata per chiedere l’integrazione europea sfociò nella richiesta di dimissioni di Janukovyč. L’Ucraina non era la Russia, i suoi cittadini facevano sentire la loro voce e avrebbero lottato perché le cose restassero così. Purtroppo avrebbero dovuto lottare davvero, e morire. Nel cuore della notte del 30 novembre il Berkut, le forze speciali di polizia ucraine, attaccò i manifestanti di Kiev e li cacciò dalla piazza, ferendone a decine. Il fatto straordinario fu che la gente non solo si radunò nuovamente ma moltissime altre persone reagirono all’attacco unendosi alla protesta. Nella prima settimana di dicembre i manifestanti organizzarono delle barricate e crearono un accampamento nella Majdan Nezaležnosti. Occuparono poi il municipio e chiesero a gran voce le
dimissioni del governo Janukovyč. Il 6 dicembre il presidente ucraino si recò quindi a Sochi per un incontro straordinario con Putin per ricevere istruzioni. I due non firmarono, come si temeva, alcun documento per l’adesione dell’Ucraina nel blocco commerciale dell’unione doganale di Putin, una sorta di “Unione sovietica light”, ma il premier ucraino annunciò che un importante accordo sarebbe stato firmato il 17
dicembre.

“Se Putin non potrà avere tutta l’Ucraina in pugno, allora si accontenterà di separarla.”

Mancando i meccanismi di confronto di una stampa indipendente e di elezioni autentiche, il tiranno comincia a credere che la sua gloria personale equivalga alla gloria del suo paese e che ciò che rende felice lui renda felice anche il suo popolo.

Non è a cuor leggero, quindi, che paragono una moderna dittatura personalistica, promotrice di una propaganda fascista, con una più antica, nel momento in cui annette pezzi di un vicino paese europeo ricorrendo al medesimo pretesto di “proteggere i nostri fratelli di sangue”. Non è per ignoranza o con un intento provocatorio che equiparo la codardia e l’atteggiamento conciliante dei moderni leader del mondo libero verso Putin al disperato, futile e in definitiva disastroso tentativo di distensione con Hitler negli anni Trenta. Sono schemi
analoghi e similmente pericolosi; non si tratta di futili parallelismi tra due dittatorelli ciascuno con un debole per l’empietà. Ma liquidare sbrigativamente la lezione che ci arriva dall’ascesa politica di Hitler, dal modo in cui esercitò il potere e dal fatto che per tanto tempo fu sottovalutato e anzi agevolato è stupido e pericoloso. Come ho detto nell’introduzione, nel 1936 nemmeno Hitler era ancora Hitler. Sì, era guardato con sospetto da tanti sia dentro sia fuori la Germania, ma intanto era lì, raggiante, nello stadio olimpico di Berlino a ricevere lodi dai leader mondiali e saluti a braccio teso dagli atleti di ogni angolo del pianeta. Non v’è dubbio che questo trionfo sulla
scena mondiale incoraggiò i nazisti e fortificò le loro mire.

Una settimana dopo la Crimea fu costretta a tenere un referendum farsa per dire se voleva unirsi alla Russia; un voto che si svolse secondo il sistema caro al Cremlino, ossia sotto la minaccia delle armi e con l’esito scontato in partenza. Che i crimeani avessero già votato in passato per rimanere in Ucraina non se l’è ricordato nessuno.

Senza vere elezioni e una stampa libera, l’unico canale di comunicazione di un dittatore con i suoi sudditi è la propaganda e l’unica legittimazione del suo potere sono le periodiche prove di forza. All’interno della Russia quella forza è rivolta contro i dissidenti e i diritti civili. All’estero la forza viene esercitata da Putin mediante azioni militari, sanzioni commerciali e ricatti economici, laddove ritiene di poterla fare franca. Finora è stato così e finora Putin ha avuto ragione.

Negoziare usando il territorio di un altro paese come merce di scambio è una vecchia tattica. L’esempio più eclatante risale al 1938, quando Hitler gentilmente si offerse di non conquistare tutta la Cecoslovacchia se gli fosse stato consentito di tenere il territorio dei Sudeti, senza lamentele da parte degli inglesi e dei francesi.

Dell’instabilità provocata dalla parziale annessione di un paese europeo da parte di una dittatura atomica, portata a termine nella totale impunità.
Una tale inerzia era triste ma prevedibile, e tuttavia pensai che essa potesse finalmente aver fine quando il 17 luglio un aereo della Malaysia Airlines (MH17) fu abbattuto da un missile terra-aria mentre sorvolava l’Ucraina occidentale, uccidendo tutte le 298 persone a bordo. I vertici dei separatisti locali immediatamente si vantarono pubblicamente di aver fatto esplodere quello che pensavano fosse un altro velivolo militare ucraino, per poi ritirare quelle dichiarazioni e cancellare i post non appena si venne a sapere che era un aereo civile. Ovviamente lo shock e l’orrore avrebbe ceduto il passo a rabbia e vergogna, tra i leader del mondo libero, per aver consentito che il conflitto ucraino degenerasse a tal punto. Ovviamente Putin si sarebbe reso conto di aver calcato troppo la mano e avrebbe tentato di prevenire il contrattacco ritirando i suoi militari e l’appoggio ai terroristi separatisti.
Ovviamente il fatto che due terzi dei passeggeri fossero europei (193 olandesi) avrebbe innescato dure proteste da parte degli occidentali e pesanti provvedimenti contro la Russia. Ma incolpare Putin per l’invasione dell’Ucraina e l’annessione della Crimea, e per aver fornito ai separatisti dei sofisticati missili terra-aria, è come incolpare il proverbiale scorpione per aver punto la rana. È scontato. È la sua
natura. Invece di chiedersi come cambiare la natura dello scorpione o, peggio ancora, in che modo placarla, ci si deve preoccupare di come il mondo civilizzato può contenere quella creatura pericolosa prima che muoiano altri innocenti.

Ha semplicemente finto che l’Ucraina non fosse affar suo. Ha sperato di poter ignorare l’Ucraina invece di difendere l’integrità territoriale di una nazione europea sotto attacco. È stato paralizzato dalla paura e da controversie interne. Si è astenuto dall’imporre pesanti sanzioni contro la Russia perché ne temeva le ripercussioni sulle sue economie nazionali. Ha salvato posti di lavoro ma perduto vite umane. Se fossero state applicate sanzioni efficaci contro la Russia nell’istante stesso in cui Putin avanzava verso la Crimea questa tragedia sarebbe avvenuta? Sarebbe avvenuta se la Nato avesse fatto capire fin dall’inizio che avrebbe difeso la
sovranità dell’Ucraina con armi ed esperti sul campo? Non lo sapremo mai. Passare all’azione richiede coraggio e il prezzo da pagare per raggiungere l’obiettivo può esser caro.

Ma come ci tocca constatare oggi con orrore, può esserci un caro prezzo da pagare anche per l’inazione, e per giunta senza centrare l’obiettivo.

Questo vocabolario della vigliaccheria, adoperato da Berlino a Washington, è oltraggioso quanto la propaganda del regime putiniano in cui “il bianco diventa nero”, e anzi ancor più pericoloso. Le cortine fumogene di Mosca non sono più nemmeno necessarie di fronte a tanta ostinata cecità. Se le menzogne di Putin sono ovvie e prevedibili, i leader europei e la Casa Bianca desiderano ancor più del Cremlino fingere che questo conflitto sia locale, perché in questo caso basta formulare qualche vaga promessa da una distanza di sicurezza. Come scrisse
George Orwell nel saggio sul linguaggio del 1946, scritto poco prima di cominciare il romanzo 1984 (di certo non un caso): “Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero”. La retorica della distensione usata dall’Occidente innesca un circolo vizioso di corruzione mentale e morale che si
autoalimenta. Dire la verità adesso significherebbe confessare di aver mentito per troppi mesi, e del resto ai leader occidentali ci sono voluti anni – e questa guerra – per decidere

Non c’è tempo di insegnare a nuotare a un uomo che annega. Gli Stati Uniti, il Canada e persino l’Europa hanno reagito in qualche maniera all’aggressione di Putin, è vero, ma sempre in ritardo, sempre quando l’effetto deterrente era già sfumato. Di sicuro l’arroganza e il linguaggio di Putin ci fanno tornare alla memoria Hitler ogni giorno di più, così come i vantaggi che ne ricava. Di questo Putin può ringraziare i tanti Chamberlain che occupano oggi le stanze del potere; e non si vede nessun Churchill in circolazione. La guerra scaturisce dalla debolezza, non dalla forza.

I leader europei vorrebbero giocare secondo le regole, anche se Putin ha strappato il manuale di gioco e ne ha gettato loro in faccia le pagine.
Se Putin ha in mente un obiettivo, qualsiasi bugia, crimine o violenza sono accettabili pur di raggiungerlo, oltre che prevedibili. Dopotutto, lo aveva detto a chiare lettere cosa aveva intenzione di fare. Non bisogna poi lamentarsi di come si comporta. Del resto, è così che Putin ha gestito la Russia. Putin non è un esperto stratega. È un giocatore di poker d’attacco, che trova dinanzi a sé una debole resistenza da parte di un mondo occidentale diventato così allergico al rischio da preferire lasciare invece che scoprire il bluff, a prescindere da quanto siano buone le sue carte. In fin dei conti Putin è un problema russo, e sono i russi a dover trovare il modo di risolverlo. Cionondimeno, lui e il suo regime repressivo sono tenuti in vita,
direttamente e indirettamente, dal mondo libero mediante una politica compromissoria, ma a senso unico.

Abbiamo il dovere di ricordare, per quanto sia penoso, quali fatali pericoli si corrono a cercare la distensione con un dittatore, a rimanere disuniti di fronte a un’aggressione e ad aggrapparsi disperatamente a una pace effimera mentre di fatto si garantisce il perdurare della guerra. E’ stata chiaramente la compiacenza dell’Occidente ad aver dato mano libera a tutti i suoi nemici, non solamente a
Putin. Le odierne dittature possiedono ciò che i soviet potevano a malapena sognare: un facile accesso ai mercati globali per finanziare la repressione al loro interno. Non soltanto i petrol-Stati come la Russia, l’Iran e il Venezuela, ma anche gli Stati industriali. L’idea che il mondo libero avrebbe usato a favore dei diritti umani la
linea del compromesso per esercitare pressioni sui dittatori è stata vanificata dagli stessi Stati autoritari, giacché questi ultimi sono disposti a sfruttare quel tipo di leva senza alcuna esitazione, laddove nel mondo libero non c’è una simile volontà.

Anzi, la linea del compromesso ha fornito alle dittature ancor più consumatori del petrolio che estraggono e degli iPhone che assemblano. Questi regimi utilizzano l’Interpol per perseguitare i dissidenti all’estero; finanziano o creano partiti politici e Ong per esercitare pressioni a favore della propria causa; scrivono editoriali
sul New York Times zeppi di appelli ipocriti per la pace e l’armonia. E tutto questo mentre a casa propria attuano un giro di vite più duro che mai. La strategia del compromesso è dunque una strada a senso unico ed equivale nei fatti alla linea della distensione. È un fallimento di leadership di proporzioni tragiche.

Che lo si voglia ammettere o meno, i nemici esistono davvero. Sono i nemici contro cui l’America e il resto del mondo libero intervengono. Sia che si tratti di Putin o dell’Isis, queste forze non possono essere sconfitte ricorrendo alla linea compromissoria. Assolutamente no, per batterli occorreranno l’unità, la determinazione e i principi attraverso cui la Guerra Fredda è stata vinta. Volendo usare il gergo scacchistico, venticinque anni fa i nostri grandi predecessori ci hanno lasciati in una posizione vincente. Ci hanno fornito gli strumenti per
rovesciare i dittatori e ci hanno mostrato come usarli. Ma noi abbiamo abbandonato questi strumenti e abbiamo dimenticato la lezione. Ormai è tempo di apprenderla nuovamente.

La globalizzazione ha a tutti gli effetti compresso le dimensioni del mondo, aumentando la mobilità dei beni, dei capitali e della forza lavoro. Tuttavia, questa compressione ha luogo non solo nello spazio ma anche nel tempo, poiché le tecnologie e le idee senza confini del ventunesimo secolo si scontrano con il proposito di culture e regimi antichi di continuare a esistere come nei secoli precedenti. Qui non si tratta tanto del celebre scontro di civiltà, quanto piuttosto del tentativo da parte di questi “viaggiatori nel tempo” di aggrapparsi alla propria
autorità in declino per cercare di fermare l’avanzata delle idee di una società aperta. I fondamentalisti islamici hanno impostato la macchina del tempo sul Medioevo e incoraggiano il massacro di tutti i loro oppositori. Vladimir Putin vuole che la Russia ritorni a un’epoca di grande potenza come quella degli zar e dei monarchi,
sottomettendo i propri vicini con la forza e senza essere disturbato da elezioni e da chi scende in piazza per i diritti. I regimi autocratici post-comunisti, guidati in Bielorussia e Kazakistan da dittatori vicinissimi a Putin, utilizzano l’ideologia unicamente allo scopo di restare aggrappati al potere a ogni costo. In Oriente, la Corea del Nord di Kim Jong-un cerca di arrestare il tempo all’epoca dei campi di prigionia staliniani. In Occidente, Maduro in Venezuela e i Castro a Cuba ricorrono alla propaganda socialista per resistere alle crescenti pressioni per i diritti umani. I signori della guerra di Boko Haram utilizzano la religione come pretesto per massacrare i propri rivali. Altri ancora, come le monarchie religiose in Medio Oriente, sono colpevoli di favoreggiamento poiché, con le loro restrizioni arcaiche nei confronti di una società libera, creano le condizioni favorevoli per il
dilagare della violenza. Ciò che unisce i viaggiatori nel tempo è il loro rifiuto della modernità, il loro odio e la loro paura nei confronti di ciò che dovremmo semplicemente chiamare “valori moderni”, così da rimpiazzare il ben più obsoleto e altezzoso “valori occidentali”. La globalizzazione ha messo questi pezzi da museo a contatto e in competizione con il mondo moderno, che minaccia di distruggere il loro ambiente e la loro autorità.

Non esistono soluzioni semplici ai terroristi cresciuti dentro casa propria o ai dittatori dotati di armi nucleari, ma dobbiamo pur cominciare, ponendo innanzitutto fine a questa cultura della negazione. Una società aperta che non difenda i propri cittadini non resterà a lungo tale. Una società che non combatta per la libertà finirà per perderla, una verità questa immortalata dalla dichiarazione di Reagan secondo cui la libertà “non è mai a più di una generazione di distanza dall’estinzione”. In questa lotta i simboli contano, simboli come Charlie Hebdo e le campagne “Bring back our girls”, o le fotografie dei capi del mondo che marciano insieme
per la libertà di parola. Non basta dire ai nostri immigrati, ai nostri cittadini e ai miliardi di anime che ancora vivono nel mondo non libero che tutti questi ideali sono importanti: glielo dobbiamo dimostrare. I terroristi e i loro maestri, così come i dittatori e coloro che li legittimano sono abili nello scovare l’ipocrisia o l’uso di due
pesi e due misure. Non possiamo scendere a compromessi perché, come scrisse Hugo nel romanzo I lavoratori del mare, “gli uomini si abituano al veleno per gradi”.

Se non riescono a smuovervi gli appelli alla morale e ai valori, sappiate che gli Stati Uniti hanno effettivamente degli interessi vitali in Ucraina. Essendo la più grande economia, potenza militare e consumatrice di energia al mondo, l’America ottiene grandi benefici dalla stabilità globale (laddove invece i grandi esportatori di
combustibili fossili, come la Russia, traggono più vantaggi dall’instabilità che tende a far crescere il prezzo del petrolio). Anche se siete dei cinici realisti o degli isolazionisti libertari, risulta essere sempre più pratico e meno
costoso prendere adesso una posizione nei confronti dell’Ucraina, anziché lasciar correre le cose per poi ritrovarsi con la preoccupazione costante per impegni ancora più forti da parte dell’America nei confronti delle repubbliche baltiche e della Polonia, che sono membri della Nato.

Le aggressioni di Putin e dell’Isis hanno colto impreparato il compiacente mondo libero, ma questa scusa non regge più e noi siamo ancora senza un piano d’azione. Bisognerebbe chiedere a ogni politico che corre per le elezioni che cosa intenda fare per rendere il mondo più sicuro. In un mondo di economie globalizzate e di
violenza globalizzata, non possiamo permettere ai candidati e ai politici di nascondersi dietro la fragile maschera delle “priorità nazionali”.

Una popolazione istruita è meno vulnerabile alla propaganda e più capace di produrre imprenditori e leader che possano creare opportunità economiche.