LA STUPIDITA’ SECONDO VITO MANCUSO

Ho letto l’ultimo libro di Vito Mancuso “Destinazione speranza”. 

Mi ha colpito in modo particolare la parte relativa alla stupidità umana. Raccolgo qui gli appunti salienti.

Per riuscire in qualche modo a limitare i danni della nostra o altrui stupidità è importante conoscere la sua essenza ricorrendo a due considerazioni molto efficaci di Bonhoeffer e Kant.

Bonhoeffer sostiene che la stupidità è “essenzialmente un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità di una persona”. La stupidità di una persona , cioè, non contrassegna una persona incapace di capire, come solitamente si è portati a pensare; no, contrassegna una persona incapace di essere umana. Prova ne sia che vi  sono persone molto dotate dal punto di vista intellettuale che sono stupide, e altre intellettualmente modeste che non lo sono affatto.

Kant sostiene che “Si può essere grande erudito e tuttavia molto piccolo rispetto all’uso del proprio sapere”.

Come definire allora la stupidità?

Nel cercare di comprendere l’essenza di un fenomeno è sempre di grande aiuto l’etimologia del termine  che lo designa. Ora, la radice st di stupidità esprime una situazione di stasi e di stallo, come mostrano gli altri termini con la medesima radice st tutti orientati a descrivere un’assenza di movimento; stare, stato, statica, statua, statuto, stazione, stazionario, stampa. Anche studiare presenta la stessa radice e infatti, prima che nel senso di “apprendere”, tale verbo va inteso nel senso di “Applicarsi con zelo”. Etimologicamente quindi la stupidità si manifesta come staticità. rigidità, durezza, impenetrabile chiusura agli argomenti contrari rispetto ai propri. Si esprime cioè con rifiuto di riflettere , ovverosia di accogliere qualcosa da fuori e diventare riflessivi, e da qui flessibili, elastici, duttili, capaci di considerare il punto di vista diverso rispetto al proprio e in tal modo progredire. La stupidità è uno stallo dell’intelligenza, sia di quella cognitiva che emotiva.

Essa coincide con l’incapacità di pensare ex novo, di iniziare sempre a pensare come se fosse la prima volta. La stupidità è non-pensiero, ripetizione stereotipata del già pensato a prescindere dal contesto; lo stupido è un ripetente. Alla luce di questa definizione, secondo Vito Mancuso, vi sono quattro forme  di stupidità e quattro tipologie di stupidi.

La prima forma di stupidità si produce quando ci si ritrova privi di cultura e di convinzioni proprie, quindi in balia del dato che arriva alla mente e di colui che la comunica, senza nessuna possibilità di comprendere alcunché. In questo caso si è stupidi nel senso ordinario del termine. La raffigurazione tradizionale di questa à un voto con la bocca aperta e lo sguardi svampito, condizione descritta da una profusione di termini tra cui, babbeo, credulone, deficiente, ebete, idiota, sciocco, etc. questa prima forma di stupidità consiste in un’effettiva incapacità di comprendere e di conseguenza  di pensare, essendo la comprensione la prima  indispensabile componente  del processo di pensiero.   

La seconda forma di stupidità si ha laddove il soggetto non recepisce il dato di realtà perché presuppone di sapere già tutto: in questo caso si è stupidi perché chiusi alla realtà, così pieni di sé da non avere spazio per altro e per altri, e la conseguente stupidità è una chiusura mentale definibile supponenza. Si tratta di una forma di stupidità che contrassegna soprattutto i dotti, gli eruditi, i sapientoni, gli affermati, i potenti, quelli che sanno tutto e che pertanto si ritengono già arrivati. Ritenendosi tali, essi stanno fermi pretendendo che tutto si muova nella loro direzione e quindi sono stupidi nel senso di statici, stanziali, stazionari. Discutere con loro è impossibile perché non conoscono il dialogo ma solo il monologo, primi e ultimi attori del loro ripetitivo e noioso palcoscenico mentale. Un’ulteriore manifestazione di questa seconda forma di stupidità è la superstizione, termine che non a caso contiene la medesima radice st e che contrassegna la chiusura mentale di quei credenti che accettano a scatola chiusa tutto quello che insegna la loro chiesa e rifiutano a priori di prendere in considerazione qualsivoglia argomentazione contraria. Ovviamente tale superstizione non riguarda solo i credenti in senso religioso, ma anche quelli in senso politico, sportivo, musicale e di altro genere, compresi alcuni ferventi non-credenti che fanno del loro.

La terza forma di stupidità è quella che consegue dalla disonestà, quando non si pensa per capire ma per carpire: questo tipo di stupidità coincide con la tanto celebrata furbizia, che spesso altro non è che malizia. Comunemente si ritiene che il furbo non sia per nulla stupido, anzi lo si considera proprio il contrario dello stupido, non a caso «fatti furbo» è uno dei motti preferiti della cultura popolare. La furbizia però (a differenza dell’astuzia, della sagacia, dell’acume) è un uso distorto dell’intelligenza, e il furbo è spesso vittima a sua volta della propria intelligenza male utilizzata. Tanti furbi infatti creano il caos, e chi vuole un esempio pensi al traffico impossibile di quelle città dove i più non rispettano il codice della strada perché si ritengono per l’appunto furbi, e pensi alla parallela scorrevolezza stradale di quelle città dove nessuno fa il furbo e tutti si attengono alle regole. Se ora si estende la logica del rispetto delle regole stradali a tutti gli ambiti vitali, emerge con evidenza quanto la furbizia sia in realtà una malattia dell’intelligenza. La si può definire uso dell’intelligenza analitica a sfavore dell’intelligenza emotiva, cioè di quella intelligenza che genera empatia e che porta a non fare agli altri quello che non si vuole che gli altri facciano a noi, e il cui risultato è il benessere generale. 

La quarta forma di stupidità è definibile gregarietà. Essa coincide con la mancanza di un centro personale, per ritrovarsi a dire oggi una cosa e domani un’altra a seconda di come tira il vento. Questa forma di stupidità contrassegna soprattutto chi segue costantemente la moda, sia in quanto modo di vestirsi sia in quanto modo di parlare e di pensare, perché per questo tipo di persone tutto dipende da quello che fanno gli altri. Si vestono in quel modo, parlano e pensano in quel modo, non perchè sono in quel modo, ma perchè gli altri fanno così.

Concludendo, le quattro forme di stupidità individuate sono ottusità, supponenza, furbizia, gregarietà. L’ottusità è incapacità di comprensione; la supponenza, incapacità di ascolto; la furbizia, incapacità di giustizia; la gregarietà, incapacità di scelta. La prima denota un difetto dell’intelligenza, la seconda un difetto della personalità, la terza un difetto della socialità, la quarta un difetto del coraggio.

Quanti sono gli stupidi? Sono tanti, sono pochi, sono la maggioranza, sono la minoranza? Non si tratta di una domanda secondaria per la questione umana. Una cosa comunque è sicura: nessuno vuole passare per stupido. Cattivo sì, anche arrogante, violento, avaro, traditore, volgare, maleducato, persino ignorante, ma stupido no, proprio no. Esattamente per questo, però, la cosa veramente importante è trovare l’onestà intellettuale di porre a se stessi la seguente domanda: e io, in tutto questo, che tipo di stupido sono? A quale delle quattro forme di stupidità appartengo? All’ottusità, alla supponenza, alla furbizia-malizia o alla gregarietà? Il punto, infatti, è che quando parliamo della stupidità pensiamo sempre che il discorso riguardi gli altri, mai noi stessi: sono gli altri a essere stupidi, non noi.

Se la stupidità, secondo le quattro tipologie elencate, si definisce come staticità del pensare, è necessario essere consapevoli del fatto che noi, almeno in qualche momento delle nostre giornate, pensiamo in modo statico e ripetitivo, e quindi siamo soggetti alla stupidità. Non pensiamo in modo aperto e flessibile e siamo stupidi o perché non abbiamo capito, o perché non abbiamo ascoltato, o perché abbiamo volutamente distorto il ragionamento facendo i furbi, o perché ci siamo conformati all’opinione più conveniente. Per almeno uno di questi motivi, tutti noi siamo soggetti alla stupidità e occorre diventarne consapevoli.