
APPUNTI E RIFLESSIONI
Per società signorile di massa si intende una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano.
L’essenza della società signorile in passato è stata sempre l’esistenza di un gruppo sociale, costituito dai nobili, dai guerrieri e dal clero, che aveva il privilegio di consumare il sovra prodotto, surplus, senza contribuire in alcun modo alla sua formazione. Ora la condizione signorile, ovvero accedere al surplus senza lavorare, non è, come nelle società signorili di un tempo, nonché nella stessa società italiana del passato, un privilegio riservato a una minoranza, ma una condizione altamente ambivalente che tocca più della metà dei cittadini.
Infatti:
(1) il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano; (2) la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa; (3) il sovra-prodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita.
In nessuna altra società lo scarto fra il tasso di occupazione degli stranieri e quello dei nativi è ampio come in Italia, dove lavora il 59.8% degli stranieri e solo il 43.3% dei cittadini italiani. Questo è un altro indizio dell’importanza che, nella società signorile, svolge la presenza di un’ampia infrastruttura “para-schiavistica”, di cui la popolazione straniera è quasi sempre una componente essenziale.
La condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano è diventata di massa.
Che cos’è qualificabile come cospicuo o opulento oggi? Quali sono i consumi che possiamo definire opulenti ora che quasi tutti hanno la TV, gli elettrodomestici, il bagno in casa? Qual è la soglia che permette di affermare che il livello, e il grado di diffusione, del benessere di una società autorizza a qualificarla come opulenta?
Una definizione potrebbe essere che nella popolazione nativa il surplus, ossia il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza.
Quando diciamo che quella italiana è divenuta una società signorile di massa, stiamo parlando della condizione di coloro che hanno la fortuna (o il privilegio) di avere la cittadinanza italiana. Le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà assoluta, secondo l’ISTAT, sono 1 milione e 800.000, di cui quasi 600.000 straniere. Questo significa che circa un terzo del fenomeno povertà è dovuto agli stranieri, e che –
fra gli stranieri – una famiglia su quattro è povera.
Un fenomeno aggiuntivo e nuovo, che è anche il secondo pilastro della società signorile di massa è la disoccupazione volontaria, soprattutto giovanile.
A questo dobbiamo aggiungere il danno scolastico. Chi esce dalla maturità o dall’università ha in mano un pezzo di carta che “certifica” le sue “competenze” ma, cosa più importante, ha maturato delle aspettative: si aspetta di occupare una posizione sociale non inferiore a quella dei suoi genitori. Siamo però in presenza di una massa crescente di persone i cui livelli di scolarizzazione sono scadenti e con aspirazioni irrealistiche. Il risultato è, in molti casi, proprio la disoccupazione volontaria, che – nel nostro paese – fa crescere a dismisura l’esercito dei NEET.
L’Italia è però, di gran lunga, il paese europeo in cui è maggiore l’eredità attesa, ovvero la quantità di patrimonio che un giovane può aspettarsi di ereditare al momento del decesso di un familiare più anziano.
I giovani finiscono così per vivere nel presente piuttosto che guardare al futuro che si presenta difficile e minaccioso! Tradotto: siccome non c’è lavoro, o non è quello che soddisfa le mie aspettative, le tasse aumentano, il clima è impazzito, la Cina ci dominerà, tanto vale godersi il presente e spendere quel poco o tanto che si ha.
Quando poi interviene l’ansietà genitoriale per il successo dei figli, i genitori finiscono per subentrare ai loro ragazzi, o per fare cose per loro, perché desiderano che abbiano successo e siano felici. Ma questo significa fraintendere grossolanamente che cos’è la felicità. Non si diventa felici per assenza di difficoltà. La soddisfazione più grande si ha quando ci si pone un obiettivo ambizioso, ci si impegna nel raggiungerlo, non avendo la certezza di farcela, e si raccolgono tutte le proprie forze per tendere a esso. In nessuna situazione si è più felici che in questo sprint finale verso una meta impegnativa, quando puoi quasi assaporarla ma devi ancora fare un ultimo passo per raggiungerla. È questo il modo in cui il cervello crea stati mentali positivi e un senso di soddisfazione che è di gran lunga più duraturo che comprare l’ultimo gadget.
La società italiana è, non da ieri, una società profondamente individualista, avversa alle regole, anarchica, scarsamente sensibile al richiamo dell’interesse collettivo: una caratteristica che, da più di mezzo secolo, attira l’interesse dei sociologi e dei politologi, e nel tempo ha stimolato una mole di studi empirici sulla nostra anomalia, da quelli sulla cultura civica a quelli sull’evasione
fiscale
In una società altamente individualista, è inevitabile che la cultura civica, intesa come volontà di spendere tempo e risorse per il bene comune, finisca per appassire, e prima o poi ci si trovi tutti a giocare in proprio o, per dirla con la celebre analisi di Robert Putnam, a giocare a bowling da soli (Bowling Alone, Putnam 1995).
In parole semplici, se il Suv ce l’hanno ormai quasi tutti, se la laurea è conseguibile da un numero sempre crescente di giovani (e comunque ha perso valore), se alle Maldive ci va chiunque lo desideri, se la spiaggia esclusiva di un tempo ora è affollata da bagnanti di ogni provenienza sociale, scovare beni che siano ancora
posizionali si fa sempre più arduo.
Per i ceti medi e medio-bassi, scatta uno dei fenomeni più tipici del nostro tempo: la ricerca di nicchie di consumo e di vita in cui potersi sentire qualcuno, magari anche solo come follower di una star, o come influencer in un piccolo gruppo, più spesso come membro riconosciuto di un’élite autoproclamata tale.
È il lusso di una vita nascosta anziché esibita, in un tempo in cui tutti invece si mostrano ed esibiscono: un “vivere nascosto” e di astenia .
Fra i paesi OECD solo il Messico ha meno laureati di noi, fra i paesi europei solo la Romania. Quanto ai lettori di libri, la maggior parte dei paesi europei ha indici di lettura decisamente più alti dell’Italia.
Spendiamo una frazione spropositata del nostro reddito e del nostro tempo nel gioco d’azzardo, legale e illegale: in nessuna società avanzata accade nulla di simile.
Complessivamente, queste tre anomalie ci restituiscono un’immagine del nostro paese piuttosto sconcertante: siamo, in definitiva, un paese che non studia, non legge e gioca.
Il ristagno della produttività, combinato con la nostra preferenza per il tempo libero, renderà sempre più difficile aumentare ancora la nostra ricchezza. Prima o poi (più prima che poi), la stagnazione si trasformerà in declino.
Un declino lento ma sicuro, una sorta di progressiva “argentinizzazione” del paese perché i soldi finiranno. Infatti, siamo abbastanza prosperi per permettere a tanti di noi di non lavorare, ma non siamo abbastanza produttivi per permetterci di conservare a lungo la nostra prosperità.
La produttività del lavoro del sistema-Italia non è solo ferma da vent’anni, ma è bassa, molto più bassa di quello che sarebbe richiesto dai nostri consumi (e dai nostri costumi): il fatto è che da mezzo secolo viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Ecco perché il vittimismo non è giustificato.
Chi dipinge i giovani come una generazione di esclusi, cui “è stato rubato il futuro”, non vede l’altra faccia della luna, ovvero che oggi – grazie alla ricchezza accumulata dai loro genitori – sono molti più di ieri i giovani che possono permettersi di non fare nulla. Un “racconto”, una “narrazione” (come oggi si ama dire) di cui siamo prigionieri, e che di fatto finisce per svolgere una sola funzione: nascondere quello che siamo diventati, o meglio mostrarne una faccia sola, quella che riguarda la minoranza esclusa dal benessere (spesso costituita da immigrati), allontanando lo sguardo dalla massa benestante.
Le ombre della società signorile di massa ci accompagnano verso il declino: una società che spende più nel gioco d’azzardo che nella sanità pubblica (per citare una sola delle nostre ombre), già solo per questo ha qualcosa che non va. Se non facciamo nulla il processo di “argentinizzazione lenta” sarà inevitabile, e tanto più pericoloso proprio perché lento: chi sprofonda poco per volta, difficilmente si accorge che sta sprofondando. È paradossale, ma quel che potrebbe succedere è che il racconto vittimistico oggi prevalente, alla lunga, funzioni come una profezia che si autorealizza.