
APPUNTI E RIFLESSIONI
La folla è irrazionale. Risponde a stimoli immediati ed a pulsioni emotive. Per questo per guidare la folla occorre sempre un leader carismatico, un guerriero, un ammaestratore , un Cesare. L’importante è che il Cesare della situazione sia dotato di sufficiente prestigio, di carisma, che sia convincente in quello che dice, che sia certo e non manifesti mai dubbi. Le armi del capo alla fine sono tutte qui, nelle parole.
Colui che è in grado di guidarle, di portarle anche verso la distruzione dell’ordinamento esistente, lo fa tramite un linguaggio, che è nella sua essenza semplice e non argomentativo. Non vuole né deve dimostrare alcunché. La folla non vuole usare la ragione, ma essere guidata, quasi fosse un branco animale.
“Più l’individuo compreso nella massa, in seguito alla sua educazione, è diventato impotente, e più accentuata sarà l’identificazione con il capo, più il bisogno infantile di appoggiarsi a qualcuno assumerà la forma di sentirsi tutt’uno con il capo.
Poco inclini a ragionare, le folle sono invece molto adatte all’azione.
Fino a oggi, le civiltà sono state create e guidate da una ristretta aristocrazia intellettuale, dalle Elitè mai dalle folle. La folla ha solo la capacità di distruggere.
La civiltà comporta delle regole fisse, una disciplina, il passaggio dall’istintivo al razionale, la capacità di guardare avanti, un grado elevato di cultura, tutte condizioni che le folle, lasciate a se stesse, si sono sempre dimostrate incapaci di realizzare.
Semplici capi di piccole collettività umane, sono sempre stati degli psicologi inconsapevoli, con una conoscenza istintiva dell’anima delle folle, spesso molto sicura; e proprio perché la conoscevano bene ne sono divenuti i padroni.
Le folle non si possono guidare con regole basate sull’equità astratta, ma cercando ciò che può impressionarle e sedurle. Se un legislatore vuole, per esempio, introdurre una nuova imposta, dovrà scegliere quella in teoria più giusta? Non sia mai. La più ingiusta potrà risultare nella pratica la migliore per le folle. Se allo stesso tempo sarà anche la meno visibile, la meno pesante in apparenza, sarà anche la più facilmente accettata.
L’esperienza non ha ancora sufficientemente insegnato che gli uomini, quando diventano folla, non si comportano seguendo i dettami della ragion pura.
Tra il grande matematico e il suo calzolaio potrà anche esserci un abisso, dal punto di vista intellettuale, ma quando sono “folla” la differenza è il più delle volte nulla o molto limitata. Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli individui, e di conseguenza la loro individualità, si azzerano. L’eterogeneo annega nell’omogeneo, e dominano le qualità inconsce.
Ed è questa messa in comune di qualità ordinarie a spiegarci per quale ragione la folla non possa mai compiere atti che comportino un’intelligenza elevata. Le decisioni d’interesse generale prese da un’assemblea di personaggi stimati, ma di specializzazioni differenti, non sono sensibilmente superiori alle decisioni che prenderebbe una riunione di imbecilli. Nella pratica, costoro non possono mettere in comune nient’altro che le qualità mediocri che tutto il mondo possiede. Nelle folle, si accumula la stupidità, non l’intelligenza.
L’individuo nella folla acquisisce, per il solo fatto del numero, una sensazione di potenza e di invincibilità che gli permette di cedere ai propri istinti che, se fosse stato solo, avrebbe dovuto necessariamente frenare.
Dunque, progressiva sparizione della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento tramite suggestione e contagio dei sentimenti e delle idee
in un medesimo senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, ecco i principali caratteri dell’individuo nella folla.
L’individuo nella folla è come un granello di sabbia tra altri granelli di sabbia che il vento fa svolazzare a suo piacimento. E così vediamo giurie emettere verdetti che ogni giurato individualmente disapproverebbe, vediamo assemblee parlamentari adottare leggi e misure che ognuno dei membri che le compongono criticherebbe.
La conclusione è quindi che la folla è sempre intellettualmente inferiore all’individuo isolato ma, dal punto di vista dei sentimenti e degli atti che questi sentimenti generano, può, in base alle circostanze, essere migliore o peggiore.
Per usare una terminologia fisiologica, possiamo dire che l’individuo isolato possiede l’attitudine a dominare i suoi riflessi, mentre la folla ne è priva.
La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti delle folle fanno sì che esse non conoscano né il dubbio né l’incertezza. Il sospetto solo ventilato si trasforma immediatamente in una prova indiscutibile. Un accenno di antipatia e di disapprovazione, che nell’individuo isolato non si accentuerebbe, diviene subito odio feroce nell’individuo in mezzo a una folla.
Nelle folle, lo stupido, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dalla consapevolezza della propria nullità e della propria impotenza, sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera ma immensa. Sempre estrema in ciò, la folla si fa impressionare solo da sentimenti eccessivi. L’oratore che vuole sedurla deve abusare di affermazioni violente.
Esagerare, affermare, ripetere, e mai tentare di dimostrare qualcosa con un ragionamento, ecco la prassi argomentativa conosciuta a fondo dagli oratori dei grandi comizi.
L’esagerazione delle folle verte esclusivamente sui sentimenti, e in alcun modo sull’intelligenza. Per il solo fatto di trovarsi nella folla, il livello intellettuale di un individuo si abbassa di colpo e considerevolmente. È pertanto è solo nell’ordine del sentimento che le folle possono salire molto in alto e scendere al contrario molto in basso.
Lo sappiamo tutti fino a che punto le credenze religiose siano intolleranti e quale imperio dispotico esercitino sulle anime.
Nelle folle l’autoritarismo e l’intolleranza sono sentimenti molto chiari, che concepiscono facilmente e che altrettanto facilmente accettano e praticano. Rispettano docili la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà, che il più delle volte è per loro soltanto una forma di debolezza. Sempre pronta a sollevarsi contro una debole autorità, la folla si piega con servilismo di fronte a un’autorità forte. Se la forza dell’autorità è altalenante, la folla, sempre obbediente ai propri sentimenti estremi, passa alternativamente dall’anarchia al servilismo, e da questo di nuovo all’anarchia.
Le folle si sono fatte eroicamente massacrare per fedi, idee e parole che comprendevano a stento.
Potremmo paragonare le idee fondamentali alla massa d’acqua di un fiume che scorre pigro nel suo alveo. Le idee passeggere sono le piccole onde sempre cangianti che agitano la superficie, e che non hanno un’importanza reale, sono solo più appariscenti della corrente vera e propria del fiume.
Oggigiorno le grandi idee fondamentali con cui hanno convissuto i nostri padri sono sempre più precarie, pericolanti. Hanno perso tutta la loro solidità, e nel contempo hanno iniziato a traballare anche le istituzioni che su questi ideali poggiavano. Ogni giorno nascono parecchie di quelle piccole idee effimere di cui parlavo poco sopra, ma pochissime sembrano essere in grado di crescere visibilmente fino ad acquisire un’influenza preponderante.
Una sequenza logica è totalmente incomprensibile per le folle, ed è per questo che ci è concesso affermare che non ragionano o ragionano male, né sono influenzabili dai ragionamenti.
Da questo punto di vista, sono tanti gli uomini che non si sanno elevare sopra la folla. La facilità con cui certe opinioni divengono generalizzate è dovuta soprattutto all’incapacità della maggior parte degli uomini di formarsi un’opinione particolare basata sui propri ragionamenti.
L’apparenza ha sempre recitato nella storia un ruolo molto più importante della realtà. L’irreale vince sempre sul reale.
Il potere dei conquistatori e la forza degli stati si basano sull’immaginazione popolare. È soprattutto influenzando quest’ultima che si possono addomesticare le folle. Tutti i grandi eventi storici, la creazione del buddhismo, del cristianesimo, dell’islamismo, la Riforma, la Rivoluzione francese sono le conseguenze dirette o remote delle robuste impressioni sull’immaginazione delle folle.
Chi conosce l’arte di fare impressione sull’immaginazione della folla conosce anche l’arte di governare.
Abbiamo dimostrato che le folle non ragionano, che ammettono o rifiutano le idee in blocco, che non tollerano discussioni o di essere contraddette e che le suggestioni in grado di fare effetto su di loro invadono totalmente la loro mente e tendono subito a diventare atti. Abbiamo anche dimostrato che le folle suggestionate a puntino sono pronte a sacrificarsi per l’ideale che è stato loro suggerito. Abbiamo inoltre visto che conoscono solo le sensazioni violente ed estreme, che in loro la simpatia diventa subito ammirazione e che, appena nata, l’antipatia
si trasforma in odio. Queste indicazioni generiche permettono di prevedere la natura delle loro convinzioni.
Nella sua eterna lotta contro la ragione, il sentimento non è mai stato sconfitto. Le folle non vogliono più ascoltare il verbo del dio e della religione, nel cui nome si sono per tanti secoli inginocchiate, eppure non hanno mai avuto tanti idoli quanti nell’ultimo secolo, e mai le vecchie divinità si videro innalzare altrettanti altari e statue.
Gli insegnamenti impartiti alla gioventù di un paese permettono di prevedere come sarà un giorno quel paese.
L’istruzione data alla generazione attuale giustifica le più cupe previsioni.
La potenza delle parole è legata alle immagini che evocano, non al loro significato reale.
Talvolta le più efficaci sono quelle il cui significato è più confuso, per esempio, termini come democrazia, socialismo, uguaglianza, libertà eccetera, il cui significato è talmente vago che non bastano ponderosi tomi per precisarlo.
Pertanto, quando le folle finiscono per covare un’antipatia profonda per le immagini evocate da certe parole in seguito a qualche rivolgimento politico, il primo dovere del vero uomo di stato è quello di cambiare vocabolario, beninteso senza toccare le cose in sé, essendo queste ultime troppo legate a una struttura ereditaria per poter essere trasformate. L’assennato Tocqueville ha fatto notare tanto tempo fa che il lavoro del Consolato e
dell’Impero è consistito soprattutto nel rivestire di parole nuove la maggior parte delle istituzioni del passato, rimpiazzando termini che evocavano immagini odiose nell’immaginario delle folle con altre parole la cui novità impediva un’evocazione del genere. Pertanto la taglia divenne un tributo fondiario, la gabella la tassa sul sale, gli aiuti imposte indirette e dirette, la tassazione di immobili e mestieri è divenuta una licenza eccetera. Una
delle funzioni essenziali degli uomini di Stato consiste nel saper ribattezzare con parole popolari, o quanto meno neutre, i fenomeni che le folle non riescono più a sopportare sotto il loro vecchio nome. La potenza delle parole è tale che basta designare con termini scelti a puntino le faccende più odiose per farle accettare dalla moltitudine.
Taine ricorda giustamente che fu invocando la libertà e la fraternità, vocaboli all’epoca molto popolari, che i giacobini poterono “instaurare un dispotismo degno del Dahomey, un tribunale identico a quello dell’Inquisizione, ecatombi umane memori di quelle dell’antico Messico”. In realtà corrispondono a idee e immagini diametralmente opposte nella mentalità latina e nelle menti anglosassoni. Presso i latini la parola democrazia significa soprattutto azzeramento della volontà e dell’iniziativa individuale a favore della comunità rappresentata dallo stato. È lo stato che provvede sempre di più a dirigere tutto, a centralizzare, monopolizzare e fabbricare tutto. È allo stato che si richiamano costantemente tutti i partiti senza eccezione alcuna, radicali, socialisti o monarchici. Tra gli anglosassoni, in particolare quelli d’America, la medesima parola, democrazia, significa al contrario lo sviluppo intensivo della volontà e dell’individuo, e l’azzeramento il più completo possibile dello stato, al quale non si lascia dirigere nulla a parte polizia, esercito e relazioni diplomatiche, nemmeno l’istruzione. Insomma, la stessa parola significa presso un popolo l’annullamento della volontà e dell’iniziativa privata e la preponderanza dello stato, presso un altro, invece, sviluppo smodato della stessa volontà, della stessa iniziativa, e annullamento completo dello stato, vale a dire che ha significati completamente opposti.
La filosofia, con tutti i suoi progressi, non ha ancora saputo offrire alle folle alcun ideale che sia in grado di sedurle, perciò, dal momento che le illusioni sono assolutamente necessarie, le folle sciamano per istinto, come gli insetti alla luce, verso i retori che gliele regalano.
Le folle non sono mai state assetate di verità. Poste di fronte alle prove che non gradiscono, si voltano dall’altra parte, preferiscono divinizzare l’errore, sempre che sia un errore seducente. Chi sa illuderle ne diventa agevolmente il padrone, chi tenta di disilluderle ne è sempre la vittima.
Per riconoscere che il protezionismo rovina i popoli che lo accettano, saranno necessari per lo meno vent’anni di esperienze disastrose.
Abbiamo già dimostrato che le folle sono impermeabili ai ragionamenti e comprendono soltanto le concatenazioni di idee grossolane.
Perciò è alle emozioni e mai al raziocinio che fanno appello gli oratori che sanno come influenzarle.
Le leggi della logica su di loro non funzionano. Se si vuol convincere le folle, per prima cosa si devono comprendere bene i sentimenti che le animano, fingere di condividerli, quindi tentare di modificarli evocando immagini molto suggestive per mezzo di associazioni mentali rudimentali, poi, se è il caso, saper tornare sui propri passi, soprattutto indovinando in ogni istante i sentimenti che si fanno nascere. Questa necessità di adeguare senza sosta il linguaggio nel momento stesso in cui si parla a seconda dell’effetto, vanifica sin da
subito il valore di qualsiasi discorso studiato e preparato. L’oratore seguirebbe in tal caso il proprio pensiero e non quello degli ascoltatori, e già solo per questo la sua influenza sarebbe nulla.
In circa duemila anni i più splendidi genî si sono piegati alle loro leggi ed è stato necessario arrivare all’era moderna per poter semplicemente contestare la loro veridicità. Il Medioevo e il Rinascimento hanno avuto tanti uomini illuminati, ma non uno solo al quale la ragione abbia dimostrato i connotati infantili delle superstizioni e suscitato un pur vago dubbio sulle malefatte del diavolo o sulla necessità di bruciare le streghe.
Lasciamo allora la ragione ai filosofi, ma non chiediamole con troppa insistenza di intervenire nel governo degli uomini. Non è con la ragione ma spesso contro la ragione che sono stati creati sentimenti come l’onore, l’abnegazione, la fede, l’amore della gloria e della patria, le possenti molle di ogni civiltà.
I capi non sono quasi mai uomini di pensiero, bensì uomini d’azione. Sono poco chiaroveggenti, né potrebbero esserlo dato che la capacità di guardare oltre porta in genere al dubbio e all’inazione. Fra tutte le forze a disposizione dell’umanità, la fede è sempre stata una delle più grandi, tanto che il Vangelo, a ragione, le attribuisce il potere di smuovere le montagne. Dare all’uomo una fede significa decuplicarne la forza.
I grandi eventi storici sono stati causati da oscuri credenti che avevano soltanto la propria fede. Le grandi religioni che hanno governato il mondo non sono state fondate da letterati o filosofi, e soprattutto non da scettici, e nemmeno lo sono stati i grandi imperi che andavano da un emisfero all’altro.
Se l’energia di questi capi è irresistibile, essa è anche effimera e non sopravvive allo stimolo che l’ha fatta nascere. Una volta rientrati nella corrente della vita di tutti i giorni, gli eroi che ne erano animati dimostrano un’incredibile inettitudine, come coloro che ho citato poco fa. Sembrano incapaci di riflettere e di affrontare come si deve le circostanze più banali, proprio loro che avevano saputo guidare tanto bene gli altri. Sono dei capi che possono esplicare la loro funzione solo a condizione di essere guidati ed eccitati loro stessi senza sosta,
di avere sempre sopra di sé un uomo o un’idea, di seguire una linea di condotta ben delineata.
L’affermazione pura e semplice, separata da ogni prova e ragionamento, è uno dei mezzi più sicuri per inculcare un’idea nella testa delle folle. Più l’affermazione è concisa, più è scevra della minima apparenza di prove e dimostrazioni, maggiore è la sua autorità. I testi sacri e i codici di tutte le epoche hanno sempre contenuto semplici affermazioni. Gli uomini di stato chiamati a difendere una qualunque causa politica, gli industriali che distribuiscono i propri prodotti a suon di pubblicità conoscono molto bene il valore dell’affermazione.
Però essa ha una reale influenza soltanto a condizione di essere ripetuta con pervicacia, e il più possibile nei medesimi termini. Credo sia stato Napoleone a sostenere che c’è una sola figura retorica seria, la ripetizione.
Le opinioni e le credenze delle folle si propagano principalmente grazie al meccanismo del contagio, mai grazie ai ragionamenti.
IL prestigio acquisito, o artificiale, è di gran lunga il più diffuso. Per il solo fatto che un individuo occupi una certa posizione, che possieda una certa fortuna, gli si affibbino certi titoli, ha prestigio, pur essendo totalmente privo di valore intrinseco. Un militare in uniforme, un magistrato in toga rossa avranno sempre un certo prestigio.
Pascal ha giustissimamente notato la necessità della toga e della parrucca per i giudici. In loro assenza, costoro perderebbero i tre quarti della propria autorità. Il socialista più accanito sarà sempre un po’ emozionato nel trovarsi a tu per tu con un principe o un marchese, ed è sufficiente assumere un titolo del genere per scroccare ogni cosa a un commerciante.
Ad un lettore moderno l’opera di Omero suscita una noia incontestabile e immensa, ma chi oserebbe dirlo? Il Partenone, nel suo stato attuale, è una rovina priva di ogni interesse, ma possiede un tale prestigio che lo vedi soltanto accompagnato dal suo corteo di memorie storiche. La caratteristica del prestigio è quella di impedire di vedere le cose per come sono e di paralizzare ogni nostro giudizio.
Quando l’eroe cade come uno dei tanti, la folla si vendica di essersi piegata davanti a una superiorità che non riconosce più.
Le chiavi per influenzare sulle folle sono: l’affermazione, la ripetizione, il prestigio e il contagio.
Il candidato deve avere assolutamente un certo prestigio, perché significa imporsi senza stare nemmeno a discutere. Se gli elettori, che sono in maggioranza operai e contadini, scelgono molto di rado uno di loro a rappresentarli è perché le personalità uscite dalle loro file non hanno per loro il benché minimo prestigio.
Se l’avversario non conosce a menadito la psicologia delle folle tenterà di giustificarsi con i ragionamenti invece di limitarsi a rispondere alle affermazioni con altre affermazioni, ma in tal caso non avrà comunque la minima speranza di vincere.
D’altronde il regime parlamentare incarna l’ideale di tutti i popoli civilizzati moderni. Traduce l’idea, psicologicamente errata ma universalmente accettata, che il consesso di molte persone sia molto più capace di prendere una decisione assennata e indipendente su un dato argomento rispetto al numero ridotto. Nelle assemblee parlamentari ritroviamo le caratteristiche generiche delle folle: il semplicismo delle idee, l’irritabilità, la facilità a essere suggestionate, i sentimenti esagerati, l’influenza preponderante dei capi. Però, a causa della
loro composizione speciale, le folle parlamentari evidenziano alcune differenze c.
Può essere che il capo sia una persona intelligente e istruita, ma questo di regola gli è più d’intralcio che di giovamento. Mostrando la complessità della situazione, permettendo di spiegare e comprendere, l’intelligenza favorisce sempre l’indulgenza e smorza parecchio l’intensità e la violenza del convincimento necessario agli apostoli.
I grandi condottieri di folle di tutte le epoche, soprattutto quelli della Rivoluzione, erano tristemente limitati dal punto di vista mentale, ma sono appunto i più limitati a esercitare la massima influenza.