
Le idee non stanno ferme. Le grandi idee, i principi e le visioni del mondo hanno sempre delle radici, un pò come le piante. Crescono e si sviluppano grazie al nutrimento che ricevono dalle persone che a quelli ideali si ispirano. Le idee però a differenza delle piante , si muovono ed è ciò che è successo agli ideali di sinistra: difesa dei più deboli, cultura come via privilegiata verso l’emancipazione e l’uguaglianza, la libertà di pensiero. Oggi queste idee non abitano più lì.
Non esiste in Italia oggi un partito più antipatico del Partito Democratico! Un aneddoto a cui si riferisce Luca Ricolfi è emblematico quando alla domanda fatta ai dirigenti del partito democratico “Chi volete rappresentare? risposero “La parte migliore del paese!” Come se chi non votasse PD per ciò stesso dovesse rappresentarne la parte peggiore. Questa risposta cela di fatto un sentimento di disprezzo verso chi non ritiene di essere rappresentato dal PD; se si tratta di ceti popolari, perché incapaci di riconoscere i loro interessi, se si tratta di elité culturali non allineate con il “pensiero politicamente corretto” perché populisti e fiancheggiatori della destra. Il fatto è che la sinistra, rappresentata dal Partito democratico, si trova ora sottratta non solo del corpo sociale di cui in passato ha rappresentato gli interessi ma dei suoi stessi valori fondativi che erano appunto la difesa dei più deboli, la libertà di pensiero e l’emancipazione attraverso la cultura. Le stesse battaglie per i diritti sociali, come l’aumento dei salari, la redistribuzione del reddito la difesa dei più deboli, il welfare sanitario e sociale non sono ideali scomparsi ma deformati, annaquati e surclassati dalle battaglie per i diritti diritti civili. E’ cambiata la stella polare di riferimento: una volta quella che splendeva era la stella dei diritti sociali ora è quella dei diritti civili delle minoranze.
Un’altro errore che rende difficile un nuovo corso è la maniera acritica con cui la sinistra ha sostenuto in questi anni il capitalismo, l’economia di mercato, la globalizzazione, l’Europa anche a costo di una subalternità culturale, sociale ed economica. La convinzione che la strada maestra della globalizzazione e della economia di mercato avesse garantito a tutti crescita economica e benessere ed avesse attenuato per sempre lo scontro di classe ha emergere il senso di superiorità e di pensiero unico “politicamente corretto”. Sono cambiate quindi le priorità. la sfida è diventata la lotta contro le discriminazioni, la difesa degli immigrati, le grandi battaglie di civiltà come le unioni civili, eutanasia, liberalizzazione delle droghe, diritti LGBT. Così, a causa di questa distopia, il PD ha sostituito il pensiero storico di Gramsci di emancipazione attraverso la scuola e la cultura, della difesa “del salario dei lavoratori e della difesa del più poveri” con il pensiero liberista e radicale fondato sui diritti civili. In questo modo Il PD è diventato orfano non solo dell’elettorato che storicamente esso rappresentava ma anche dei suoi ideali storici che nel frattempo hanno mutato “referente”.
La sinistra moderna post 1989 ripudia senza ambiguità il comunismo, accetta il capitalismo e l’economia di mercato , crede nei benefici della globalizzazione , è cosmopolita, combatte le discriminazioni, difende gli immigrati, è impegnata nelle grandi « battaglie di civiltà » : unioni civili, eutanasia, liberalizzazione delle droghe , diritti LGBT. La sua stella polare sono i diritti civili, la sua parola d’ordine « inclusione.
La differenza fra la logica del diritto e quella del dono ha, tra l’altro, delle conseguenze fondamentali sul piano pedagogico. Una cosa infatti è insegnare a un bambino quali sono i suoi diritti ( e come difenderli); altra cosa è insegnargli lo spirito del dono ( vale a dire insegnargli a saper dare, ricevere e ricambiare ). Nella misura in cui l’educazione liberale (o «progressista » ) riconosce solo la prima logica [ … ], non può che trasmettere al bambino la sensazione che « tutto gli è dovuto » ( compresa la sufficienza in tutte le materie scolastiche. Di qui l’idea molto moderna – e molto liberale – che « per avere successo nella vita » basta saper « chiedere , ricevere , prendere ».
Come mai, in Italia, non esiste un’offerta politica progressista e al tempo stesso comunitaria ?
Come mai la visione del mondo comunitaria, che pone al centro dell’azione politica la sensibilità e gli interessi dei nativi , trova ampio spazio tra le forze politiche di destra , e quasi nessuno spazio fra quelle di sinistra ?
Sembra una domanda facile, ma non lo è. E non lo è perché l’Italia non è più, se mai lo è stata in passato, una società divisa fra borghesi e proletari. La condizione di lavoratore dipendente nulla indica se non specifichiamo dove e come : il dipendente pubblico che svolge un lavoro amministrativo è lontano anni luce dall’operaio di una piccola impresa. Cosi come assai poco significa essere lavoratori autonomi : la condizione del grande imprenditore, o del professionista affermato, ha ben poco a che vedere con quella dell’artigiano, del contadino, o del piccolo commerciante. La medesima ambivalenza e polarizzazione investe il lavoro manuale : un operaio metalmeccanico , assunto regolarmente in una grande impresa presidiata dalle organizzazioni sindacali, ha ben poco da spartire con il muratore che , senza contratto e senza contributi , lavora 12 ore al giorno in una microimpresa familiare.
Non esistono due classi contrapposte ma centinaia di nicchie , ognuna con caratteristiche sue proprie. Inutile provare a tracciare un confine fra i deboli e i forti.
L’Italia è l’unico grande Paese occidentale ad avere conservato , e per certi versi ampliato , quattro fondamentali anomalie : un economia sommersa di grandi dimensioni, un peso elevatissimo del lavoro autonomo, un divario territoriale profondo e persistente , un consistente esercito di ipersfruttati e quasi – schiavi, in prevalenza costituito da immigrati ( in uno studio precedente ho provato a contarli, arrivando a una stima di circa 3,5 milioni di persone , pari al 15 per cento degli occupati ).
Esiste la faglia che separa gli inclusi dagli esclusi; e la faglia che , nell’ambito degli inclusi, separa i garantiti dai non garantiti
La marca distintiva degli inclusi-garantiti è la sicurezza, mentre la marca distintiva degli inclusi-non garantiti è la vulnerabilità. La società degli esclusi, è costituita da quanti – pur lavorando o essendo disposti a farlo – risultano « fuori » del sistema, o perché hanno perso il lavoro ( disoccupati) o perché lavorano completamente in nero (irregolari), o perché hanno smesso di cercare un lavoro ( scoraggiati ). È essenzialmente all’interno di questo terzo segmento della società italiana, in misura preponderante dislocato nel Mezzogiorno, che si annida l’esercito di ipersfruttati, o infrastruttura paraschiavistica, di cui abbiamo parlato sopra. La marca
distintiva della terza società è la sua perifericità, il suo situarsi al di fuori o ai margini del potere economico e istituzionale
La differenza cruciale fra la prima società (inclusi-garantiti) e le altre due (inclusi-non garantiti ed esclusi), infatti, sta nella natura del rischio che corrono i loro membri. Nella prima società, di fronte alle turbolenze del mercato, alla
stagnazione dell’economia, alla corsa dei prezzi, il rischio è solo un ridimensionamento del potere di acquisto. Nella seconda e nella terza società, il rischio è l’azzeramento del potere di acquisto, per cessazione dell’attività o perdita del posto.
Quel che possiamo fare, però, è rovesciare la domanda. Anziché chiederci chi difende i deboli, possiamo chiederci : da chi si sentono difesi i deboli ?
Jean – Michel Naulot “Definisce come populismo l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle »
In Francia la scelta di gran lunga prevalente fra chi ha difficoltà economiche è il partito di Marine Le Pen ( Rassemblement National ), collocato nettamente a destra. La scelta privilegiata di chi non ha difficoltà economiche è il partito di Macron (La République En Marche ), partito di centrosinistra e quintessenza dell’establishment
Il succo di questa breve rassegna è semplice. I ceti deboli rifuggono dai partiti dell’establishment , ivi compresi quelli progressisti, e preferiscono indirizzare i loro consensi verso i partiti populisti. Ma fra i due populismi, quello di destra e quello di sinistra, preferiscono quello di destra.
In generale, c’è una tendenza dei ceti deboli a guardare a destra, e dei ceti benestanti e protetti a guardare a sinistra.
Ebbene, in tutti e cinque i maggiori Paesi europei, i laureati sono il gruppo sociale che fornisce i maggiori consensi alla sinistra. E in quattro Paesi su cinque (l’eccezione è la Spagna) i consensi alla sinistra crescono regolarmente man mano che si passa dai ceti meno istruiti a quelli più istruiti; e , simmetricamente , i consensi ai partiti di destra diminuiscono man mano che si sale nel livello di istruzione. (vedi tabella sul libro).
In breve il consenso alla destra è massimo nei ceti che non hanno conseguito neppure il diploma di scuola superiore ed à minimo nei ceti più attrezzati che hanno
conseguito la laurea o un titolo ancora più elevato.È ragionevole pensare che , in un’epoca di grandi cambiamenti, in cui i mestieri tradizionali divengono rapidamente obsoleti, il livello di istruzione conseguito diventi un indicatore della condizione sociale ancora più significativo che in passato.
Ma la spallata finale avviene con la caduta del muro di Berlino e il decollo della globalizzazione. Persuasa dei benefici del commercio mondiale e delle virtù del mercato , insensibile a ogni richiamo ai rischi dell’apertura e dell’interdipendenza, la sinistra abbandona quasi in toto le grandi battaglie per i diritti sociali ( lavoro, studio, salute ) , per indirizzare tutte le energie su due sole questioni : diritti civili , difesa degli immigrati. Diritti gay , coppie di fatto, quote rosa, fecondazione assistita, maternità surrogata , stepchild adoption, eutanasia, depenalizzazione delle droghe, testamento biologico, linguaggio sessista, omofobia, transfobia, diritti degli immigrati, accoglienza sono diventate le grandi « battaglie di civiltà » della sinistra ufficiale negli ultimi trent’anni. E probabilmente hanno contribuito non poco a edificare quel senso di superiorità morale, quella convinzione di rappresentare « la parte migliore del Paese » , che da anni accompagna la classe dirigente della sinistra ufficiale
Liberandosi della zavorra dei ceti popolari. la sinistra ufficiale ha in fondo trovato un suo equilibrio. Da un lato. sa perfettamente che le grandi « battaglie di civiltà » interessano solo i ceti medio – alti, i professionisti , gli artisti, i giornalisti, il mondo della cultura e dello spettacolo, e che quella, ormai, è la sua base sociale, da coccolare e rafforzare nella propria autostima. Dall’altro, grazie alla difesa intransigente degli immigrati e dei loro diritti, può continuare ad autopercepirsi come paladina degli ultimi, anche se ha perso gli operai. Gli immigrati sono una specie di « assicurazione» contro la perdita di identità della sinistra. Senza gli immigrati, il re sarebbe nudo. Grazie agli immigrati, e alle battaglie a difesa delle minoranze LGBT , la sinistra può continuare a eludere la domanda fondamentale : perché i ceti popolari le hanno voltato le spalle, e preferiscono votare per i partiti di destra?
A dire il vero non è esatto affermare che la sinistra ufficiale non si chieda perché il popolo preferisce i partiti di destra. Qualche volta prova a chiederselo. Il problema è la risposta che dà alla domanda : le destre parlerebbero « alla pancia del Paese » , prospettando soluzioni semplicistiche, e solo per questo motivo riuscirebbero a intercettare il consenso popolare. Di questa risposta la prima cosa che colpisce è il disprezzo con cui i dirigenti della sinistra guardano ai ceti deboli e alla gente comune. Ma come è possibile , mi sono sempre chiesto , che proprio i progressisti, che pretendono di battersi per i diritti degli ultimi , abbiano così poca considerazione per l’intelligenza, la sensibilità, il modo di ragionare dei ceti popolari? Da dove viene tanta supponenza ? Che cosa li ha convinti che la gente non sia in grado di ragionare con la propria testa ? Alle volte mi vien da pensare che , a dispetto di ogni riconversione, revisione , autoriforma e sforzo di modernizzazione , gli eredi del Partito comunista siano rimasti profondamente e irrimediabilmente leninisti nell’anima, prigionieri dell’idea che il popolo non sia in grado di prendere coscienza dei propri interessi da sé , e che per far maturare tale coscienza siano indispensabili le « avanguardie » , guide politiche e spirituali delle masse incolte. Quali che siano le ragioni del disprezzo per i sentimenti popolari, è chiaro che una risposta cosi
stronca alla radice ogni riflessione. Se il popolo è una massa informe, irrazionale e facilmente suggestionabile, ed è questa sua fragilità cognitiva che lo consegna nelle braccia della destra, non c’è niente da capire e niente da fare. Noi progressisti, ricchi di umanità e custodi dei più alti valori di civiltà, possiamo solo cercare di educare il popolo, denunciando le menzogne della destra e spiegando al popolo stesso che le sue preoccupazioni sono infondate.
La realtà è che i ceti popolari avvertono il lato oscuro della globalizzazione, ossia la sua tendenza a distruggere non solo i posti di lavoro, ma il tessuto sociale e i modi di vita tradizionali. Mentre il lato luminoso , fatto di battaglie per i diritti civili , apertura delle frontiere, inclusione dei diversi non lo vedono proprio.
Siamo arrivati così al nodo cruciale. Fondamentalmente i ceti popolari chiedono sicurezza, tutela del tessuto sociale, freni alla cultura dei diritti, protezione dai guasti della globalizzazione. È una domanda di sinistra? È una domanda di destra ?
Da quando non esiste più un « vento della storia ». che conduce inesorabilmente alla società senza classi. Le medesime devastazioni materiali e culturali vengono viste solo come segni dello strapotere dei giganti dell’economia, che travolgono e sottomettono ogni cosa, preparando la strada all’incubo di un governo mondiale, che tutto sorveglia e tutto omologa nel segno del consumismo e del superamento di ogni limite morale.
E il popolo ha scelto : non la destra sulla sinistra, ma il comunitarismo tiepido della destra contro il liberalismo radicale della sinistra .
Era dunque più che naturale che a difendere la libertà di espressione fossero l’opposizione di sinistra e il mondo laico, e a vestire il ruolo di censori fossero le forze conservatrici, dalla destra più reazionaria alla Democrazia cristiana .
In principio, cioè negli anni Settanta, il politicamente corretto era essenzialmente la politica degli eufemismi, che aveva provato a gettare un’ombra di negatività su parole come «negro », « spazzino » , « cieco » , « sordo » , « bidello » , « donna al servizio » Ingiungendo di usare termini come « nero », « operatore ecologico », « non vedente » , « non udente » , « collaboratore scolastico » , « Colf», « diversamente abile » , « persona di bassa statura » , « anziano » ( e tralascio gli eufemismi più grotteschi , in cui gli americani sono specialisti ), il politicamente corretto delle origini produceva già parecchi effetti negativi . Innanzitutto ipocrisia e sopraffazione nei confronti del comune sentire popolare.
Ma le preoccupazioni della Ginzburg cadono nel vuoto. Ormai il politicamente corretto ha iniziato la sua colonizzazione di tutti i gangli della società. E, poco per volta, l’intellighenzia progressista si fa essa stessa portatrice ( illuminata ) del linguaggio ufficiale cadaverico. Da un lato restringe drammaticamente il vocabolario degli scrittori (forse anche per questo, a lanciare inascoltata l’allarme è stata una scrittrice ), dall’altro allarga sciaguratamente quello degli odiatori.
Ai bambini la fiaba di « Biancaneve e le sette persone di bassa statura »? Come si fa a rendere politicamente corretto il titolo del romanzo Il nano , capolavoro di Pär Lagerkvist ( Nobel nel 1951 ) ? E il titolo I ciechi nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese ?
Nelle politiche di inclusione possono tranquillamente rientrare : rinunciare alle nostre tradizioni ( il presepe e il crocefisso che offenderebbero gli islamici ); modificare i programmi scolastici e universitari ( meno Dante e Shakespeare e più autori di « altre culture »); censurare opere ritenute lesive della sensibilità di individui o gruppi ( rimozione di statue e dipinti) ; concedere a carcerati maschi ( trans MtF ) 22 l’accesso agli spazi femminili. Fino all’assurda, e invero un po’ totalitaria, pretesa di modificare artificialmente il linguaggio , reo di prevedere solo due generi. A differenza di quello di eguaglianza, che si accontenta di proteggere i ceti deboli e garantire l’eguaglianza delle opportunità, il principio di inclusione esige la sottomissione della collettività a ogni sorta di rivendicazioni particolari , individuali e di gruppo , in una rincorsa senza fine.
Ebbene , oggi, specie negli Stati Uniti, la cosiddetta Critical Race Theory e altre ideologie correlate propugnano precisamente questo : la messa in atto di forme sistematiche di «discriminazione positiva » Se sei maschio , bianco , eterosessuale , occidentale , allora sei perciò stesso un privilegiato. Se sei femmina , nera
oppressa. Con tutte le gradazioni e le situazioni intermedie che possono presentarsi fra i due estremi. Secondo questo modo di vedere, ad esempio, i maschi bianchi eterosessuali attuali sarebbero corresponsabili del colonialismo occidentale, della segregazione dei neri, delle ingiustizie e discriminazioni patite dalle donne nelle società patriarcali del passato , e dovrebbero in qualche modo pagare un prezzo per questa macchia dei loro antenati. E, specularmente, donne, neri, omosessuali eccetera, nella misura in cui nel loro « capitale anagrafico » si intersecano le varie condizioni di emarginazione e oppressione, avrebbero diritto a una sorta di risarcimento per così dire postumo , indipendentemente dal fatto di essere attualmente , come individui , soggetti a oppressione, sfruttamento
emarginazione , e per il solo tatto di esserlo stati come categoria.
Nulla, ovviamente. Eppure il nuovo politicamente corretto è arrivato al punto da convincere Lufthansa a eliminare questo tipo di saluto, per non offendere chi eventualmente non fosse stato certo di essere Dame o Herr. E il bello è che Lufthansa, come tutte le compagnie terrorizzate di finire in qualche polemica e di essere accusate di sessismo, razzismo, discriminazione , è stata ipocritamente al gioco. D’ora in poi il pilota non saluterà con l’escludente « cari signori e signore »,
ma con l’inclusivo buongiorno. L’associazione americana dei produttori di materiali audio (PAMA) invece si . Lei si turba. E ha pensato che, al giorno d’oggi, non si poteva continuare a parlare di jack « maschio » e jack « femmina » . Ed ecco il rimedio : d’ora in poi , in uno « spirito di inclusività e coerenza » , il jack maschio sarà chiamato plug ( « spina » ), quello femmina socket (« presa »)
La negazione del passato, qualche volta impropriamente chiamata cancel culture, o « cultura della cancellazione », consiste nella pretesa di rimuovere dallo spazio pubblico personaggi e opere del passato colpevoli di ledere la sensibilità attuale , o meglio la sensibilità degli autoproclamati censori.
Il timore di esprimere le proprie opinioni , e la conseguente tendenza ad autocensurarsi ( chilling ) , riguarda tutti , compresi i giovani e gli studenti.
La moltiplicazione delle scuole professionali corrisponde ad una particolare esigenza dell’organizzazione industriale moderna : è da ammettere; ma la teorizzazione pedagogica di questo fenomeno lo trasforma in tendenza falsamente moderna, cristallizzatrice e retrograda : la tendenza a tenere tutto un gruppo sociale chiuso in un sistema ristretto di cultura destinato a perpetuare in questi strati una funzione tradizionale determinata , direttiva e strumentale , con pregiudizio delle capacità e delle qualità individuali. È il caso di osservare subito che la soppressione degli esami di riparazione, accoppiata con severe linee guida antibocciatura, anziché ridurre la dispersione scolastica l’ha incrementata.
I due picchi sono dovuti semplicemente al fatto che i promossi con due , tre, talora quattro insufficienze vengono immessi in un ordine scolastico per il quale non sono pronti. Con una conseguenza disegualitaria drammatica : se figli di ricchi , vanno avanti a forza di ripetizioni private , se figli di poveri , interrompono gli studi o passano a un ordine di studi più basso.
È paradossale, ma la realtà è che sono precisamente i rimedi escogitati contro la selezione di classe – secondo l’imperativo « la scuola dell’obbligo non può bocciare » – che contribuiscono a rendere la scuola selettiva e classista; se nella scuola dell’obbligo non si fa grammatica e analisi logica, difficile poi alle superiori capire un libro, costruire un discorso complesso, e meno che mai, per esempio, studiare
latino. Poco per volta, di riforma in riforma, la cultura alta è stata sfrondata, alleggerita, sostituita da argomenti aculturali, buone intenzioni , attività pseudoculturali interne ed esterne, fino a trasformare la scuola in un luogo di socializzazione e assistenza sociopsicologica più che di trasmissione di un patrimonio culturale. Sfortunatamente, l’articolo di Young non diede luogo ad alcuna riflessione o ripensamento nella leadership della sinistra riformista, che allora contava su nomi come quelli di Bill Clinton, Tony Blair, Gerhard Schröder, Romano Prodi. E la Terza via, che della meritocrazia faceva la sua bandiera, divenne l’ideologia dominante dei progressisti in Europa. Qual era il nucleo di quella ideologia ? Fondamentalmente la convinzione, maturata dopo due decenni di successi della globalizzazione, che la sinistra debba abbandonare la via
socialdemocratica, basata sulla redistribuzione ex post del reddito e della ricchezza, e puntare piuttosto sul mercato come meccanismo capace, attraverso la selezione dei migliori, di favorire l’avanzamento dei ceti popolari. In una « società basata sulla conoscenza » , che premia il talento e l’impegno , la redistribuzione non riguarderebbe il reddito ma le opportunità. E lo strumento principe di tale redistribuzione dovrebbero essere gli investimenti in istruzione, secondo il motto di Tony Blair : « Education, education, education». È attraverso l’istruzione di massa e la formazione permanente che all’individu0 sarebbe consentita la possibilità di essere valutarne i propri meriti e non per la propria origine
Questa visione , a prima vista plausibile e persino attraente, ha guidato per due decenni la sinistra riformista, in Italia come negli altri principali Paesi europei. Ed è spesso stata presentata come tipica di una sinistra moderna e liberale, contrapposta alla vecchia sinistra, socialdemocratica e statalista. Ma è un equivoco. La concezione liberale dell’eguaglianza non si riduce alla mera promozione del merito, concepito come mix di talento e impegno, ma richiede anche un altro ingrediente, non meno fondamentale : la parità delle condizioni di partenza. Se le condizioni di partenza sono troppo diverse. e poco si fa per rendere equali la competizione sociale. la meritocrazia degenera in qualcosa di profondamente illiberale che in certi aspetti ricorda la distopia di Young.
Nulla, tuttora, garantisce che un ragazzo « capace e meritevole », ma di umili origini, abbia la possibilità di completare il ciclo degli studi, fino alla laurea o al dottorato, solo in virtù dei suoi risultati di apprendimento. Nulla fa sì che la competizione fra il figlio del dottore e il figlio del panettiere non sia troppo sbilanciata a favore del primo. Le due alterazioni di cui abbiamo parlato – l’attacco di Bourdieu alla cultura alta e l’ideologia meritocratica della terza via – hanno di tatto trasformato le nostre istituzioni educative in una perfetta macchina della diseguaglianza
Una recente ricerca condotta su una vasta base di dati italiani ha dimostrato che una istruzione di qualità mitiga ‘handicap dell’origine; mentre , simmetricamente , l’abbassamento della qualità rende il destino sociale di un ragazzo più , e non meno , dipendente dall’origine sociale. È questo il meccanismo centrale attraverso cui le riforme « democratiche » della scuola e dell’università hanno contribuito ad amplificare le diseguaglianze. Pensiamo a un ragazzo di ceto elevato che , per qualche motivo, non va bene a scuola. La famiglia, di norma, reagisce riempiendolo di ripetizioni che alla fine gli consentono di diplomarsi. Quando arriva all’università, lo mantiene agli studi per anni e anni, spesso in una sede universitaria lontana, fino a quando riesce in qualche modo a laurearsi , magari con un imbarazzante 90 su 110. Se il neolaureato non trova lavoro, mobilita le conoscenze familiari per farlo assumere in qualche azienda o studio professionale. E , se anche questa via
non funziona , gli apre un negozio , un’agenzia immobiliare , un bar specializzato in apericena. o gli compra una licenza, che gli permetterà di esercitare un’attività di lavoro autonomo. Nessuna di queste possibilità è aperta ai figli dei ceti popolari. L’unica arma con cui possono sperare di competere alla pari con i figli dei ceti alti è la qualità della preparazione. Ecco perché spuntare questa arma, come per decenni si è fatto, è stato un errore. Come è stato un errore rinunciare a investire risorse adeguate per garantire ai « capaci e meritevoli » ma « privi di mezzi » di non soccombere nella competizione con i ragazzi dei ceti alti. Si potrebbe obiettare che, almeno su un punto, le riforme hanno avuto ragione : la scuola di oggi è meno selettiva della scuola di ieri. Il numero di ragazzi che arriva al diploma di maturità è enormemente aumentato rispetto a quarant’anni fa. E così il numero di laureati. Ma è un ragionamento ingenuo, che non tiene conto di due circostanze cruciali. La prima è che il titolo di studio è oggi svuotato di sostanza, puro numero da brandire nelle statistiche europee: inutile arrivare alla laurea se un sistema di istruzione impoverito mi ha insegnato poco, e certifica una preparazione che non ho. Fra il livello di istruzione formale e il livello di istruzione effettivo lo scarto sta diventando sempre più grande. La seconda circostanza è l’inflazione dei titoli di studio. Oggi, per quasi tutti i lavori, sono richiesti quattro o cinque anni di studio in più rispetto a ieri. Quindi, se vogliamo stabilire se c’è più o meno selezione di ieri, non dobbiamo chiederci qual è la percentuale di studenti che raggiunge un determinato
titolo di studio, ma quanti sopravvivono nel passaggio critico che separa i ceti bassi da quelli alti. Ieri questo passaggio era quello che conduce dalla licenza elementare al diploma, oggi è quello che conduce dalla licenza media alla laurea. Ebbene, un calcolo di larga massima rivela che questo passaggio critico ieri lo effettuava con successo 1 ragazzo su 4, oggi solo 1 su 6. Se calcolata in modo appropriato, ossia tenendo conto dell’inflazione dei titoli di studio, la dispersione complessiva negli otto – nove anni che conducono al titolo di studio cruciale (ieri il diploma, oggi la laurea ) è aumentata, non certo diminuita. Morale : abbiamo abbassato la qualità dell’insegnamento per rendere il sistema meno selettivo, ma il risultato e che siamo riusciti nel miracolo di ridurre la qualità dell’istruzione e al tempo stesso aumentare la selettività del sistema.
La ragione di tutto ciò è semplice. La vecchia scuola era molto più esigente e selettiva nella fascia dell’obbligo, ma proprio per questa sua maggiore selettività permetteva a chi superava i primi ostacoli di affrontare i livelli successivi con più chance di successo. La scuola riformata , invece , non frappone alcun filtro nella fascia dell’obbligo , e proprio in virtù di questa sua rinuncia a selezionare ( e pretendere ) rende molto più difficile, per i ragazzi, superare gli ostacoli dei gradi successivi dell’istruzione. La selezione è solo prorogata, non certo abolita. E, come abbiamo visto, sono soprattutto i ragazzi dei ceti deboli a pagare il conto più salato.
Nella prima parte di questo libro abbiamo osservato come la difesa del ceti popolari. un classico principio di sinistra. sia di fatto transitato a destra. Nella seconda parte abbiamo visto come un’analoga transizione, da sinistra a destra, sia toccata alla libertà di espressione. Queste due transizioni , in realtà, non sono né casuali né indipendenti fra loro . Alla base di entrambe , infatti, vi è il medesimo fenomeno : l’adesione acritica all’ideologia del politicamente corretto, che ha progressivamente trasformato il PD in una sorta di partito radicale di massa, dimentico della questione sociale e ossessionato dalla tutela di alcune specifiche minoranze , in particolare immigrati , omosessuali, transessuali.
E l’ideale dell’eguaglianza, un tempo stella polare della sinistra? Che fine ha fatto l’idea dell’emancipazione attraverso la cultura, così cara ai comunisti ancora negli anni Cinquanta ? E la promozione dei capaci e meritevoli, scolpita nell’articolo 34 della Costituzione ?
La realtà è che l’ideale egualitario non ha difensori, né a sinistra né a destra. L’idea della cultura come strumento di emancipazione dei ceti popolari è oggi un’idea orfana, in Italia come in Europa. La domanda è : possiamo permettercelo ? I nostri governanti paiono rispondere di sì. O meglio : non sembrano vedere il problema. Ma il problema esiste .
IL deterioramento del contenuto culturale dei titoli di studio e l’impoverimento della lingua non si limitano a rendere più iniqua la competizione sociale, ma mettono a repentaglio la crescita economica e , più ancora, la qualità della vita civile.
Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.
Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri George Orwell : 1984 : Ray Bradbury : Fahrenheit 451 ) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole.
Ma riflettiamo su un fatto documentato, anche se poco noto e poco discusso. Per circa cinquant’anni, dalla metà alla fine del secolo scorso, il quoziente intellettivo (Ql) medio della popolazione misurato dagli psicometrici è stato in costante crescita ovunque, in Europa e fuori dall’Europa, nei Paesi avanzati e in quelli in via di sviluppo. È verosimile che questo trend, che si chiama « effetto Flynn » ( dal nome dello studioso che l’ha scoperto ), sia soprattutto dovuto all’innalzamento dei livelli effettivi di istruzione, legati alla crescita economica e alla scolarizzazione di massa ( il cosiddetto QI è fortemente correlato al livello di istruzione ). Negli ultimi vent’anni, però, diversi studiosi si sono accorti di un fatto sorprendente, che hanno battezzato « effetto Flynn inverso » : il quoziente intellettivo medio smette di salire, e comincia a scendere. E, cosa ancora più interessante, questa discesa non si verifica
nei Paesi in via di sviluppo, dove il Ql continua a salire, ma in alcuni Paesi avanzati, compresa la Francia, il Regno Unito e i Paesi scandinavi. Azzardiamo una congettura. Così come la crescita del Ql rifletteva la crescita del livello di istruzione effettiva, così la diminuzione del Ql ne segnala la riduzione. Una riduzione che si presenta nei Paesi avanzati proprio perché li la scolarizzazione di massa non è la naturale conseguenza della crescita del benessere, ma il risultato artificiale di politiche volte a innalzare i livelli di istruzione formale attuate abbassando gli standard. Un abbassamento di cui l’impoverimento della lingua è probabilmente l’indizio più chiaro.
Ecco perché, a conclusione di questa riflessione sull’eclisse della cultura, non trovo parole migliori di quelle di Christophe Clavé : Cari genitori e insegnanti : facciamo parlare. leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia. scontare la lingua dei suoi « difetti » , abolire i generi e i tempi. le sfumature , tutto ciò che crea complessità sono i veri artefici dell’impoverimento dalla menta umana Non c’è libertà senza necessita. Nn c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.
L’evoluzione effettiva del capitalismo negli ultimi decenni ha messo sotto i nostri occhi una terza possibilità : una società che resta capitalistica ma , diversamente dal capitalismo austero e bacchettone dell’era fordista. promuove il consumismo, la libertà sessuale, l’autorealizzazione, la socializzazione, il gioco, i diritti civili, la caduta di ogni tabù e ostacolo che possa limitare i desideri e le aspirazioni individuali. Ecco perché non è illogico che la sinistra, nutrita da decenni di lotte contro la « repressione » , abbia finito per convincersi che , al di là di qualche inciampo e inconveniente secondario , il cammino del capitalismo. con la sua spinta perenne all’innovazione. sia fondamentalmente progressivo. e vada
semplicemente aiutato ad allargare la sfera degli « inclusi » e ad adeguare le istituzioni allo spirito dei tempi.
Certe idee di sinistra, e segnatamente quelle di cui abbiamo parlato in questo libro – difesa dei deboli, libertà di espressione, emancipazione attraverso la cultura – diventino semplicemente impraticabili, in quanto incompatibili con il dogma del progresso come inclusione , che impone di privilegiare gli immigrati rispetto agli operai, le minoranze LGBT rispetto alle donne , le istanze del politicamente corretto rispetto alla libertà di opinione , I’istruzione di massa rispetto alla trasmissione del patrimonio culturale.
E nello stesso tempo accade che alcune idee di sinistra entrino, più o meno modificate, in risonanza con il modo di sentire della destra. La difesa dei deboli diventa difesa dei perdenti della globalizzazione, e attenzione costante ai problemi della società del rischio ( lavoratori autonomi e loro dipendenti ), in aperto contrasto con la priorità che la sinistra assegna agli immigrati e ai garantiti. La difesa della libertà di espressione , classico cavallo di battaglia della sinistra, entra in sintonia con l’ostilità della destra al politicamente corretto, e ci restituisce il paradosso di una destra che difende la libertà di opinione , contro una sinistra ogni volta tentata di imporre l’opinione giusta.
Fosse vivo Herbert Marcuse, probabilmente la descriverebbe come la contrapposizione fra principio del piacere e principio di realtà. O meglio fra coloro la cui vita obbedisce agli standard della « società signorile di massa » e coloro che ne sono sostanzialmente esclusi. Fra « mondo di sopra » , impegnato nella lotta per l’autorealizzazione , e mondo di sotto», ancora intrappolato nella lotta per la sopravvivenza.
La civiltà in cui viviamo è la prima, e finora l’unica, in cui due amplissime minoranze vivono in due universi radicalmente diversi , e sostanzialmente incomunicanti. In alto, la soffice realtà di chi già vive in un mondo di immagini, etereo e smaterializzato, fatto di lavori leggeri , ben pagati e spesso gratificanti, e di bisogni postborghesi, o postmaterialisti come amano chiamarli i sociologi della cultura : autorealizzazione , cura del corpo, promozione della propria immagine, ipersocialità, gioco, evasione, uso sfrenato di Internet. In basso, la pietrosa realtà di chi , ancora oggi, è alle prese con il mondo delle cose materiali, sia nel senso che continua a fare i lavori duri di sempre , sia nel senso che è impegnato a soddisfare
i bisogni di base : casa, alimentazione, sicurezza economica e sociale. È la realtà delle campagne, di una parte della provincia, delle periferie urbane, delle città – ghetto operaie. Ed è anche la realtà della deindustrializzazione, che ha cancellato milioni di posti di lavoro e desertificato interi quartieri e intere città
Fra questi due mondi non vi è mai stato grande interscambio, come non ve n’è mai stato fra gli abitanti della ZTL e quelli delle periferie. Ma credo che mai così grande sia stato l’abisso fra i temi che appassionano il mondo di sopra – ecologia e transizione digitale, diritti e accoglienza, eutanasia e liberalizzazione delle droghe, ristoranti e vacanze, gioco e intrattenimento, sessualità e social media – e i problemi che devono fronteggiare gli abitanti del mondo di sotto : trovare un lavoro, non chiudere un’attività, pagare le bollette affrontare una spesa medica imprevista, arrivare alla fine de mese, vivere e proteggersi in quartieri degradati
Ebbene, rispetto a questa frattura, che è oggettiva ma si trascina dietro abissali differenze di linguaggio , di sensibilità, di modi di comunicare, amare e persino ridere, la sinistra ufficiale entra naturalmente in sintonia con il mondo di sopra, mentre la destra sta istintivamente con quello di sotto, ancora una volta in compagnia della sinistra anticapitalista, per la quale la mera persistenza di un mondo di sotto in società mediamente ricche e arrivate è l’ennesima prova del potere distruttivo del capitalismo, del lato oscuro del progresso
Ce lo ha ricordato di recente Fausto Bertinotti, forse il leader più « di sinistra » dell’Italia repubblicana, quando ha ricordato l’avvertimento di Walter Beniamin : « Il progresso non è accelerare la locomotiva in corsa, ma sapere quando tirare il freno. Frenare vuol dire voltarsi indietro a vedere se , nelle stazioni che abbiamo attraversato , c’è anche qualcosa di fondamentale che abbiamo perduto e che ci piacerebbe recuperare e chiedersi se la locomotiva della storia ci sta preparando « magnifiche sorti e progresso » o ci sta portando verso l’abisso! Un esercizio che la destra sta facendo da anni e che alla sinistra ufficiale non interessa più!