FORSE SEI FELICE E NON LO SAI

Essere felici, significa fare in modo che la linea di confine fra obiettivo sfidante e obiettivo irrealizzabile , e quindi frustrante , non venga mai superata .

Semplice : se nel vostro cervello è scritta la regola secondo cui volere è potere , ogni volta che non riuscirete a “ potere ” qualcosa , allora per voi significherà non averlo “ voluto ” abbastanza . Se questo in alcuni casi può essere vero ( io so che se lo volessi davvero potrei liberarmi di quel chilo di lardo ) , in altri di certo non lo è ( io so anche , infatti , che non posso essere cinque centimetri più alto , o avere la faccia di Brad Pitt , o battere il record del mondo dei cento metri a quarantotto anni suonati e con due ernie silenti pronte a ricordarmi cosa posso fare e cosa no ) . Ecco perché forse siete già felici e non lo sapete . Magari , quel che vi impedisce di essere felici è il triste pensiero che non avete avuto quel che avreste voluto per colpa vostra o del vostro atteggiamento , quando invece è successo semplicemente perché quella cosa non la potevate ottenere per uno o più motivi . Tutto qui . Certe cose , passatemi questa doccia fredda , non le potete avere . Punto .

Non puoi ottenere quel lavoro che pensi proprio di meritare se arriva qualcuno più bravo di te , o più ammanicato di quanto sia tu . E ancora , non puoi risolvere la congettura di Riemann , uno dei più grandi problemi aperti in fatto di teoria dei numeri , se non hai studiato matematica come si deve e non hai un quoziente intellettivo sopra la media ( non è vero che siamo tutti intelligenti allo stesso modo , e non è vero che tutti possono capire tutto : anzi , la progressiva e dilagante ignoranza , perpetrata anche dal sistema scolastico italiano , è figlia proprio della pretesa che tutti possano ottenere gli stessi risultati . Cosa , per l’appunto , biologicamente impossibile ) .

Volere è potere solo nella misura in cui i nostri “ voglio ” sono rispettosi dei nostri “posso ” .

Qualcuno di noi ha limiti più estesi , confini più ampi entro i quali esprimere se stesso , ma che comunque esistono e di cui è sempre bene tenere conto .

Ecco , è questo il concetto fondamentale : possiamo anche fare passi lunghissimi , ma dovremo in ogni caso sempre fare i conti con la lunghezza della nostra gamba, che ci dice chi siamo, da dove veniamo e, in buona sostanza, quel che, pur al massimo della nostra espressione di potenziale, possiamo fare .

L’ignoranza è contagiosa , l’intelligenza no .

Quindi , riassumendo : cosa vi compete , cosa può sfuggire al vostro “ volere ” , quali limiti “ supposti ” avete . Tutto qui . Si tratta di una semplice presa di coscienza , ovvero di un sano controllo del bagaglio prima di iniziare il viaggio .

2. No game, no gain

Un antico adagio recita che a vent’anni hai la faccia che ti ha dato Madre Natura , mentre a sessanta hai la faccia che ti meriti .

“ No game , no gain ” , quindi . Nessun divertimento , nessun guadagno . Se non vi divertite , non ne vale la pena . A questo punto la questione che si pone è quella di come bilanciare il “ pain ” e il “ game ” per ottenere il “ gain ” , visto che un po ’ di fatica bisogna pur farla .

Pensate al viaggio di cui siete protagonisti . Lo fate per voi o lo fate per gli altri ? Lo fate per compiacervi o per compiacere ? Quali indicazioni e quali desideri state seguendo nel corso di questa impresa ?

Questo , d’altronde , rientra in una generale inclinazione tipica della nostra società a un benessere permanente , a una possibile esistenza senza dolore . Ecco che allora la rimozione della possibilità del dolore comporta una negativizzazione della fragilità . Anche in questo caso occorre mettere in atto un sano processo di revisione linguistica . La nostra fragilità è inevitabile : inutile far finta che non ci sia . Anzi , è una caratteristica , un tratto saliente che non andrebbe mai nascosto , ma , piuttosto , gestito . Non credete dunque a quelli che vi dicono che per essere forti come leoni e avere gli occhi della tigre bisogna negare la propria fragilità , bollata come rivelatrice di debolezza . Siate forti come leoni , ma senza che questo tolga valore al vostro nucleo più delicato , quello fragile , appunto . A volte dovremmo avere il coraggio di appiccicarci addosso un cartello con la scritta “ fragile ” , proprio come faremmo con un servizio di bicchieri di cristallo imballato per il trasloco , con l’aggiunta “ e chi rompe paga ” . Per ricordare a tutti che “ fragile ” non è sinonimo di “ debole ” , ma di “ prezioso ” , e che proprio per questo va maneggiato con cura , e non sbatacchiato a destra e sinistra come qualcuno potrebbe fare se non ci fosse quel cartello . Fragili , quindi : e dunque forti e preziosi . Perché l’essere fragili può coesistere con l’essere forti . Dichiarate la vostra fragilità e , contemporaneamente , dichiarate la vostra forza . Proteggete voi stessi così come proteggereste quella scatola che contiene il vostro servizio di bicchieri di cristallo nelle mani di un traslocatore poco attento . Proteggetevi , senza però nascondervi , perché non è la negazione della fragilità a rendervi forti , ma la manifestazione della stessa , accompagnata da una ferrea determinazione .

La fortuna esiste

E se gli scritti di Taleb non bastassero a soddisfare i vostri palati esigenti , andatevi a leggere anche Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman , in particolare la parte in cui parla delle previsioni degli esperti che , secondo il premio Nobel , hanno probabilità di realizzarsi pari a quelle di un gruppo di scimmie che schiacciasse dei pulsanti a caso . Sempre Kahneman ha ampiamente dimostrato come i grandi successi aziendali di brand famosi ( da Google a scendere ) – additati da molti autori di libri motivazionali quale esempio di strategie eccezionali che hanno condotto a risultati strabilianti – in realtà siano , né più né meno , il frutto di un inanellarsi di eventi fortuiti e non prevedibili , con buona pace di chi inneggia a imprenditori alla Elon Musk .

Qualsiasi corso di formazione e crescita personale , ma anche di vendita e marketing , dovrebbe dirlo : fate del vostro meglio , tenendo presente che sarete soggetti a colpi di fortuna o sfortuna , contro i quali c’è ben poco da fare .

Ovvero : a volte si chiude una porta e si apre un portone , ma a volte non si apre proprio un bel niente .

Quindi , se parliamo di previsioni riguardanti la lotteria , la fortuna non esiste . Se parliamo di successi personali , invece , oltre a tutta una serie di capacità utili che una persona deve sviluppare per farcela , la fortuna esiste e costituisce una parte determinante della nostra riuscita , nel campo personale così come in quello professionale . Omettere questo dettaglio è imprudente , poco etico e non realistico .

Accettare l’idea che le nostre imprese potrebbero funzionare o fallire in base a eventi del tutto casuali , e quindi al di là del nostro controllo , può spaventare e inibire i nostri comportamenti : chi si cimenterebbe in imprese ardite come quella di avviare un’azienda , sapendo che buona parte della sua riuscita è determinata dal caso ? Chi si metterebbe a scrivere un libro sapendo che buona parte del suo successo dipende da una botta di culo o da una particolare congiuntura astrale ?

Ci sono montagne che non possiamo e non potremo mai scalare , obiettivi che non possiamo e non potremo mai raggiungere , partite che non possiamo e non potremo mai vincere . Realisticamente , dobbiamo prenderne atto : le promesse , quindi , si possono rimangiare , se fatte in momenti in cui ci sembravano , in buona fede , realizzabili , e poi quei momenti sono cambiati .

La resa , signori miei , è bellissima , se avete fatto del vostro meglio e vi rendete conto che ogni grammo di forza consumata in più sarebbe uno spreco e potreste impiegarlo in qualcos’altro .

La resa non è un peccato : è rendersi conto che la strada è chiusa e ne dovete imboccare una nuova , proprio come fareste guidando in autostrada , di fronte a un casello chiuso per lavori in corso . Se proprio non ce la fate più , pur avendo dato il massimo , arrendetevi , che va bene così .

Sappiate riconoscere la differenza tra determinazione e ostinazione ,“ cecità selettiva ” ( vedo solo quello che voglio vedere )

La dopamina , inoltre , ovvero la sostanza che ci motiva a fare un sacco di cose in vista di una ricompensa , funziona bene solo se il cervello sperimenta dolore : senza dolore , la dopamina non funziona . Di nuovo , è biologicamente impossibile “ pensare sempre e solo positivo ” . Se non avessimo in testa l’idea di pericoli da evitare e di scenari non rosei , saremmo fritti . O , appunto , morti .

Perché “ essere felici ” è una condizione irrealizzabile , e anche quando ci pare di “ esserlo ” in realtà non lo “ siamo ” davvero : stiamo semplicemente sperimentando un picco di sostanze chimiche piacevoli presenti nel nostro corpo , successivo a uno stato in cui ne erano presenti altre meno piacevoli ( benché necessarie ) . Se cercate , cioè , una condizione permanente di felicità non la troverete . Se capite , invece , che la felicità – tecnicamente intesa – è un insieme di discese verso il basso e di salite verso l’alto e che le une non possono esistere senza le altre , allora scoprirete , appunto , che forse siete già felici e non lo sapete . Fico , vero ?

Ci hanno infarcito la testa ( e , lo confesso , di teste ne ho infarcite pure io , prima di scoprire che oltre ai libri di self – help esistevano anche quelli scientifici ) con idee strampalate che hanno prodotto scenari per natura intrinsecamente sbagliati . Ecco perché dobbiamo fare tabula rasa e ridefinire il campo di gioco . Come ? Ridimensionando innanzitutto le aspettative , e non aspettandoci quindi stati permanenti di gioia , quanto piuttosto collezionando picchi positivi , perché la felicità non è un continuum esperienziale di vita e il benessere prevede alti e bassi . Ridefinire il campo di gioco , insomma , significa capire cosa può portarci momenti di gioia e cosa no , e scoprire , guardando dalla parte giusta , il tesoro davanti agli occhi , che , accecati dalla luce fasulla di riflettori artificiali , non abbiamo mai visto .

Non è possibile essere sempre felici , essere sempre positivi , vedere sempre il bello nel mondo , avere una vita in cui non succedono mai cose orribili , perché a volte “ la merda capita ” . Inevitabilmente , lungo il percorso , vi imbatterete in personaggi che , per egoismo , cattiveria o semplice ignoranza , faranno il possibile per complicarvi l’esistenza , dal tuttologo che vi offrirà la sua lezione non richiesta al leoncino spelacchiato da tastiera che vi vomiterà addosso la sua frustrazione .

Ma , soprattutto , vi aiuterà la serena accettazione che non potete vincere sempre , non potete avere tutto e non potete convincere chi non vuole essere convinto . Accettare le proprie debolezze , trasformandole in punti di forza e coccolando tutte quelle che non riusciamo a risolvere , rappresenta un aspetto fondamentale di questo percorso di crescita realistica e sostenibile .

La conoscenza di come funzionano davvero le parole vi consente , infatti , di leggere fra le righe di chi vi parla , di comprendere il significato profondo dei termini che vengono utilizzati e , soprattutto , di liberarvi dai falsi bivi spesso imposti per distrarvi dalla vera scelta che potreste compiere .

La conoscenza , è vero , costa fatica . Sia per il tempo che occorre dedicarle sia per le conseguenze che occorre sopportare . Ma ne vale la pena . L’ignoranza vi rende schiavi di voi stessi e di chi fa leva su di voi per profitto personale . La conoscenza , invece , rende liberi .

Avere , però , a disposizione un piano B , un piano C e un piano Z vi aiuterà , e molto . Fate così : pensate al vostro prossimo obiettivo e al relativo piano di azione . Poi dividete quest’ultimo in tappe consequenziali : stabilite cosa fare prima e poi dopo , passo dopo passo . Per ogni tappa del vostro piano , immaginate quindi opzioni e strategie alternative da mettere in campo , nel caso in cui le cose non andassero come avevate programmato . Chiedetevi : se la tal cosa non succede , che faccio ? Se mi consegnano i materiali in ritardo , che faccio ? Se il cliente non mi dà conferma perché è partito per il Guatemala , che faccio ? Se mi ammalo e sono costretto ad annullare tutti gli appuntamenti , che faccio ? Insomma , più evenienze prenderete in considerazione e più strategie alternative elaborerete , più facile sarà raggiungere l’obiettivo che vi siete prefissati .

5. Ognuno fa quello che può con i neuroni che ha

Ognuno fa quello che può , ovvero esprime se stesso attraverso una gamma di comportamenti possibili , rientranti nel novero delle sue facoltà , in funzione della struttura neurologica e biologica di cui Madre Natura l’ha dotato , del modo in cui è stato allevato , delle persone con cui è cresciuto e così via .

“ ognuno fa quello che può con i neuroni che ha ” ,

Un idiota , come un diamante , è per sempre . L’unica strada percorribile in questi casi è quella della resa , di cui io qui dichiaro tutta la bellezza e l’utilità . Arrendersi , infatti , vi aiuta a : rilassarvi ; sentirvi meno in colpa ; avere più tempo libero .

Ci ho messo anni , lo ripeto , a sviluppare questa capacità , perché ho spesso dovuto fare i conti con un nemico acerrimo , l’ego , un nemico comune a tutti noi , il quale si manifesta soprattutto nel desiderio di avere sempre ragione . Anzi , nel desiderio di dimostrare di avere sempre ragione , tanto che ci troviamo sistematicamente invischiati in discussioni inutili o litigi più o meno cruenti , dai quali nessuno esce quasi mai realmente vincitore .

Il perdono è la meta , il perdono è il viaggio . Il perdono è da dare , da chiedere , da concedersi .

Proprio in questo ordine , perché è molto più semplice perdonare gli altri che sé stessi e , per questo , è bene che i primi passi siano quelli che riusciamo meglio a sostenere . Perdono da dare : perdonate , quindi , e poi ringraziate la persona che ha sopportato il peso della vostra rabbia , rabbia che era rivolta soprattutto a voi , perché prima di essere arrabbiati con gli altri , lo siamo con noi stessi . Poi , perdono da chiedere . Infine , perdono da concedersi , e questa è la cosa più complicata . Non significa giustificarsi , nascondersi dietro la scusa dell’aver fatto del nostro meglio , o autoassolversi : il prezzo delle nostre azioni va pagato sempre . La scelta è fra sistemare subito la faccenda o saldare il nostro debito a rate , e , per quanto mi riguarda , è meglio togliersi subito il dente perché con le rate paghi sempre anche gli interessi .

Per eseguire questo esercizio non conta tanto l’oggetto della discussione , quanto piuttosto il fatto di entrare in contatto con idee diverse dalle vostre e sulle quali vi viene naturale argomentare , dibattere , eventualmente contestare . Be ’ , non fatelo . Almeno una volta al giorno . Non commentate , annuite e passate oltre , non esplicitate la vostra posizione . Fatelo soprattutto nel caso di argomenti per cui non vale proprio la pena discutere : se voi preferite Riccione e un vostro collega Forte dei Marmi , anche volendo argomentare non gli fareste cambiare idea , discuterne sarebbe inutile . Lasciate correre .

“ Forse sei già felice e non lo sai ” significa anche questo . Forse hai in corpo tutto quel che serve al tuo cervello per essere felice e tu lo stai semplicemente chiamando in un altro modo .

Ho chiarito che se cominci una telefonata con il classico e terribile “ scusa se ti disturbo ” rischi di fare una pessima figura , così come se durante un corso esordisci con “ ho una domanda stupida ” la pessima figura è una certezza matematica . Veniamo infatti giudicati per le parole che pronunciamo o scriviamo , e le persone – attenzione , questa fa male – ci trattano come noi diciamo loro di trattarci e ci attribuiscono il valore che noi diciamo loro di meritare . Spesso , da questo punto di vista , siamo vittime delle parole che usiamo o che usano contro di noi , perché siamo legati al loro significato più immediatamente disponibile . Agiamo così per economia cognitiva , e questa è un’altra delle nostre caratteristiche evolutive di cui non ci resta che farcene una ragione .

Pensiamo anche alla differenza che esiste tra il definire una situazione “ problematica ” o “ da risolvere ” : chi ha il potere di definire un concetto ha il potere di controllarlo , di determinarne l’essenza stessa .

Il silenzio non è un vuoto , è un pieno : è qualcosa che fai , che occupa spazio e tempo . La solitudine non è un vuoto , è un pieno : è qualcosa di tangibile , che occupa spazio e tempo , tempo in cui si fa qualcosa , come pensare , o divertirsi , o guardare la tv , o mangiare , o chissà cos’altro . Pure rimpianti , recriminazioni e pensieri ricorrenti non sono un vuoto : sono quello che riempie la nostra testa dalla sera alla mattina , sono qualcosa in carne e ossa ( e i pensieri sono “ carne ” , in quanto diventano sostanze chimiche che si possono toccare , osservare e misurare ) . Lo diceva già Aristotele , del resto : la natura non sopporta il vuoto , e perciò in un modo o nell’altro lo riempie . In un modo o nell’altro , appunto , ed è qui che entriamo in gioco noi , perché spetta proprio a noi scegliere come riempirlo .

“ Scappare ” , “ arrendersi ” , “ mollare ” : tutti verbi che dicono più o meno la stessa cosa , ma che funzionano meglio se ricondotti alla consapevolezza della differenza esistente fra ostinazione e determinazione 

Realisticamente parlando , non credo che tutte le promesse vadano mantenute , perché le situazioni cambiano , i contesti e gli scenari pure , e anche noi . A volte , facciamo promesse in buona fede , ritenendole in quel momento perfettamente sensate e realizzabili , poi però la vita ci dimostra che le cose non vanno sempre esattamente come avevamo pensato .

Suggerisco di essere contenti senza accontentarsi mai , ovvero di avere sempre in mente pensieri ambiziosi che ci portino a fare passi più lunghi della gamba e , allo stesso tempo , di essere contenti di quello che abbiamo , gustandoci ogni singolo istante di ogni singolo giorno della nostra vita .

Quando basta ? Qual è il limite di sopportazione per le cose brutte e per le cose belle ? Qual è il confine che separa quel che dobbiamo fare e quel che potremmo fare a meno di fare ? Qual è il confine oltre il quale ci rendiamo conto di non poterne più , o di non volerne più ?

Chi si accontenta delle persone che ha intorno e le frequenta pur non apprezzandole rode perché si sta accontentando per timore di restare solo. Chi si accontenta di relazioni mediocri o che non rendono la vita più splendida di quanto sarebbe se non ci fossero rode perché anche in tal caso si accontenta per timore di restare solo .

La vita è come un viaggio in treno , che tutti noi auspichiamo essere il più lungo possibile , ma è comunque un viaggio , e di sola andata . Cioè : per quanto spiacevole sia sentirselo dire , non c’è ritorno .

Quando arrivi , arrivi e basta . Ed è per questo che dovremmo scegliere di compiere questo percorso con persone in grado di impreziosirlo : nessuno di noi amerebbe intraprendere un lungo viaggio in treno nella stessa carrozza insieme a persone fastidiose , con idee e valori diversi dai nostri e con le quali fare discussioni senza senso .

In conclusione , ecco il mio consiglio : siate contenti di quello che siete e di quello che fate . Esercitatevi nell’apprezzamento di ogni singolo momento della vostra vita quotidiana , gustate ogni istante e assaporate tutto . Con il cuore e uno spirito indomito , che sempre e comunque veleggia altrove , perché i mondi da scoprire non finiscono mai .

Aspettare di essere pronti per qualcosa significa condannarsi all’infelicità eterna , quella di chi passa la vita a guardare ammuffire i propri sogni nel cassetto .

Del resto , lo dice la parola stessa : coraggio deriva infatti dal latino e rimanda al verbo “ agere ” , agire . Agire con il cuore , che è pur sempre agire .

La realtà è esattamente come te la descrivi

Il termine “ comunicazione ” , infatti , veicola , di solito , l’idea di tutta una serie di elementi che la compongono , ovvero il livello verbale ( le parole che si dicono ) , il livello non verbale ( i gesti e le espressioni facciali ) e il livello paraverbale ( il tono di voce , le pause , la velocità e così via ) .

La nostra realtà , infatti , è il frutto delle interazioni che viviamo quotidianamente con noi stessi e con gli altri .

La realtà , quindi , assume significato a seconda del nostro modo di percepirla , che a sua volta è correlato al nostro modo di descriverla .

Il potere del linguaggio è immenso . Usare ( alcuni ) verbi con il prefisso “ ri – ” è come voler andare avanti camminando all’indietro , dando le spalle al futuro . Se volete superare il passato , iniziate dalle parole , cominciate dal raccontarlo in modo diverso e , di conseguenza , cominciate a guardare al futuro con occhi nuovi . Quindi , invece di “ ricominciare ” , usate “ cominciare ” o “ cominciare qualcosa di nuovo ” . Invece di “ rifare ” , usate “ fare ” o “ fare qualcos’altro ” . Invece di “ riprendere ” in mano la situazione , “ prendetela ” in mano e basta . Invece di “ rivedere ” la situazione , “ guardatela in modo diverso ” . Invece di “ rialzarvi ” dopo una caduta , “ alzatevi ” e basta , con occhi nuovi , cervello nuovo , gambe nuove .

Descrivere un’esperienza traumatica o luttuosa utilizzando la forma associata “ ho perso ” indica una rappresentazione “ associata ” dell’esperienza . Cosa vuol dire esperienza “ associata ” ? Significa viverla dall’interno , in prima persona . Giusto per farvi un esempio , al cinema si ha una visione “ associata ” quando si vede la scena con gli occhi del protagonista , in prima persona . Si ha , invece , una visione “ dissociata ” quando si vede la scena dall’esterno . Quando ci rappresentiamo le esperienze in modo associato , l’impatto emotivo dell’esperienza è molto più forte , nel male e nel bene . Per rappresentarvi in modo diverso le esperienze traumatiche o luttuose allo scopo di renderle meno dolorose , operate questi cambiamenti nel vostro linguaggio . Ecco alcuni esempi : “ Ho perso Olivia . ” diventa : “ Olivia è morta / mancata . ” “ Ho perso il mio amore . ” diventa : “ Il mio fidanzato / la mia fidanzata mi ha lasciato / a . ” “ Ho perso entrambi i genitori . ” diventa : “ I miei genitori sono morti . ”

Riassumendo : quando volete superare velocemente eventi luttuosi o traumi sentimentali , e vi rendete conto di vivere il ricordo in forma associata usando la formula “ ho perso ” , cancellatela dal vostro vocabolario e vivete il ricordo in forma dissociata , sostituendo il vecchio modo di parlare con il nuovo , che sposta la responsabilità dell’accaduto su chi è oggetto del lutto o del trauma . Insomma : non siete voi ad aver perso i genitori , sono loro a essere morti . Non siete voi ad aver perso un fidanzato o una fidanzata , è lui , o lei , che se ne è andato , o andata . Infine , non siete voi ad aver perso un cane , è il cane a esser morto . Duro , forse , ma vero .

Sei le parole che usi, diventi le parole che scegli

Le parole hanno anche il potere di raccontare agli altri e a noi stessi chi siamo davvero , cosa abbiamo davvero in testa , come stiamo .

Uno specifico aspetto della crescita personale , consiste nel modificare la realtà non solo e non più modificando le parole che usiamo per descriverla ( cosa buona e giusta ) , ma anche , quando non possiamo modificare le parole , modificando il significato che esse hanno per noi .

Il concetto è chiaro : sei le parole che usi . Ovvero : il linguaggio che utilizzi dichiara chi sei , anche dal punto di vista energetico . Avere ben chiaro quali parole utilizzate più spesso vi permette di conoscervi meglio , di capire come funzionate e , quindi , di eliminare dal vocabolario quelle che potrebbero peggiorare la situazione . Diventi le parole che scegli : cambiare linguaggio , scegliendo parole nuove , vi aiuterà a trovare altre strade , a vedere le cose in modo diverso , a favorire un diverso funzionamento del vostro cervello .

Il nostro vocabolario racconta la nostra storia , i nostri schemi mentali , le nostre abitudini , il nostro modo di intendere la vita , le nostre convinzioni , le nostre paure e persino i nostri sogni . Dice chi siamo . Parla di nostro padre e di nostra madre , delle nostre delusioni , del dolore patito . Dice tutto di noi , appunto . Racconta la nostra storia , una storia che non è detto che ci piaccia e , soprattutto , una storia che non è detto vogliamo raccontare ancora . Possiamo scriverne altre . Dopotutto , come ripeto spesso , siamo storie che camminano : il passato non esiste ( sono solo ricordi elaborati dal cervello a suo uso e consumo , che con quello che è successo davvero hanno poco o nulla a che fare ) , il futuro non esiste ( sono solo fantasie , aspettative , proiezioni ) e il presente dura un battito di ciglia . La nostra vita , cioè , è composta al 99,99 per cento di storie che ci hanno raccontato o che ci raccontiamo . Vale la pena quindi raccontarle bene , decidere che tipo di trama tessere e – per quanto possibile – che tipo di vicende affronteranno i personaggi di questo bizzarro e a tratti meraviglioso film che è , appunto , la nostra esistenza .

Se non siete ( o non vi sentite ) sicuri di voi , ad esempio , per tutta una serie di motivi , userete un linguaggio coerente e consono con questo stato d’animo ( “ Scusami se ti disturbo ” , “ Ti dico una cosa che forse non c’entra ” , “ Avresti voglia di … ” , “ Ti faccio una domanda stupida ” , “ Nulla , niente di che … ” , “ Speriamo … ” e così via ) . Per migliorare la stima in voi stessi , dovreste quindi scegliere parole diverse , parlare come chi sa il fatto suo ( “ Ti faccio una domanda ” , “ Me ne occupo io ” , “ Voglio … ” , “ Adesso facciamo … ” e cose del genere ) . Il cervello , all’inizio , entrerà in dissonanza e penserà : “ Ma come diavolo parla ? Io non sono abituato a queste cose ! Mi sento strano a dirle ! Mi sento innaturale anche solo a pensarle ! Non sono io , scherziamo ? ” . Ecco , si chiama dissonanza cognitiva .

Si cambia cambiando, non parlando del cambiamento

“ Avete abbastanza momenti buoni ? ” . E ancora : “ I momenti buoni , nella vostra vita , quanto spazio occupano rispetto a quelli meno buoni ? ” .

Cosa ci rende felici ? Cosa ci fa battere il cuore ? Potremmo rispondere che siamo felici quando desideriamo i nostri desideri e non i desideri degli altri , ad esempio . Oppure , che siamo felici quando riusciamo a goderci il momento , a prescindere . Quando siamo contenti di quello che abbiamo , senza al tempo stesso accontentarci nel caso volessimo di più . Quando viviamo la pienezza di ogni momento , nel suo splendore .

Questa domanda , quindi , ha fatto bene anche a me e , come vedete , sto davvero facendo questo percorso con voi , proprio adesso , come è giusto che sia . Ci ragionerò , così come potreste ( dovreste ) fare anche voi : avete quello che desiderate ? I vostri desideri sono chiari nella vostra mente e nel vostro cuore ? State desiderando i desideri di altri ? Pensateci , vi conviene e vi farà molto bene .

Lasciateli perdere , i maestri delle scuse . Ogni volta che qualcuno inizierà con la storia del : “ Eh , sai , c’è così poco tempo ” , oppure : “ Eh , sai , aspetto il momento giusto … ” , o ancora : “ Aspetto l’ispirazione ” , voi annuite e ribattete : “ Eh , già , il tempo ! Sembra non bastare mai , vero ? ” . Ma , come sempre , fate attenzione , perché quell’interlocutore potreste essere voi che ve la state raccontando davanti allo specchio . 

Accade quando ti ricordi chi sei e quello che sei capace di fare . Accade quando capisci che non sei responsabile della felicità altrui ma solo della tua . Accade quando hai il coraggio di fare il passo più lungo della gamba .