LA LIBERTA’ CHE NON LIBERA


“Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti a cui appartiene naturalmente.” E’ immensamente stupido e arrogante giudicare opere e azioni del passato con i canoni morali del presente. Una rilettura in chiave moralistica della storia dell’Occidente porterebbe alla sua totale cancellazione fino al secondo
dopoguerra. Le gesta del passato, giuste o sbagliate, ci hanno condotto a quello che siamo oggi. Alla nostra identità frutto degli errori e del progresso sociale e culturale. Insomma la nostra storia non può essere semplicemente cancellata perché non ci piace più.

Credo che la cancel culture sia il frutto dell’idea che non abbiamo bisogno di radici, perché l’unica radice che riconosciamo è la vita individuale dominata dal desiderio. Il nostro mondo è nel presente e nel futuro. Nel presente per chi teme il futuro e vive tutto rinchiuso nella dimensione del desiderio e della paura. Nel futuro per chi è privilegiato e istruito e crede alle meraviglie della tecnica che lo renderanno un homo deus.

Quella giudaico-cristiana è una radice culturale dell’Occidente, indipendentemente dal suo essere anche credo religioso per milioni di persone. Il problema non è dunque la moralità o l’immoralità della radice, ma il rifiuto dell’idea stessa di radice come limite all’egocentrismo di individui che vogliono sentirsi liberi dalla memoria e
dalla storia. Vogliamo essere privi di identità perché sentiamo l’identità come un limite. E così, orfani di ogni conoscenza storica ci avventuriamo in un mondo dove la storia rappresenterebbe invece una bussola indispensabile.

La mancanza di connessione con la storia determina il monopolio della politica “a breve termine” che affligge tutti i paesi occidentali. Anche per questo non abbiamo dato sufficiente peso alla nuova fase della politica estera espansionistica russa, che pure era evidente sin dall’invasione della Georgia del 2008. Non abbiamo capito che
stavamo assistendo a un profondo cambiamento degli assetti geopolitici destinato a rimanere e a sconvolgere il sistema delle relazioni internazionali. Un cambiamento che avrebbe dovuto portarci a ridurre la nostra dipendenza dal gas russo (che abbiamo invece aumentato) e a investire sulla difesa comune europea.

Sono pronto a scommettere che dopo la conclusione della guerra in Ucraina l’opinione pubblica europea tornerà rapidamente a essere contraria a un aumento delle spese per la difesa. E i politici inevitabilmente si adegueranno.
Eppure basterebbe la vittoria alle prossime elezioni presidenziali americane di un leader isolazionista per ritrovarci più esposti di prima.

Potremmo semplicemente liquidare la cancel culture come un fenomeno di idiozia collettiva che per fortuna non ha ancora colpito l’Italia. Ma la violenza di questi movimenti e la paura delle università di essere messe sotto i riflettori sono tali per cui oggi la libertà di opinione è effettivamente a rischio.
Morale e moralismo d’altronde sono concetti molto differenti. La prima è costituita dal complesso dei valori, dei costumi e della storia di un popolo. La seconda è la sanzione morale di chi si ritiene superiore agli altri.

Il moralismo determina, insieme alla scomparsa della storia, l’annullamento della politica. Essere i buoni vuol dire: essere “green” senza mai spiegare come gestire la transizione ecologica; essere giustizialisti quando c’è un avviso di garanzia e garantisti quando arriva un’assoluzione; chiedere la pace senza mai essere pronti a
difenderla; parlare continuamente di porti aperti e solidarietà verso i migranti senza mai spiegare come gestirli (e continuando a firmare accordi con la guardia costiera libica).

Scriveva Abraham Lincoln: “La vera norma nel determinare se accettare o respingere qualcosa non è se in essa vi è del male, ma se vi è più male che bene. Vi sono poche cose del tutto cattive o del tutto buone.”

Ma noi non possiamo farlo, perché abbiamo falsamente stabilito che l’idea stessa di valori che scaturiscono dalla storia di un popolo o di una civiltà contrasta con il relativismo storico e morale, che favorisce il moltiplicarsi dei diritti individuali. Se l’unico valore è il desiderio trasformato in diritto individuale, la comunità nazionale passa, nel migliore dei casi, in secondo piano.

Dobbiamo stare molto attenti , sulla nascita del “capo” quando lo stato sostituisce la Patria. Non è forse quello che sta accadendo in India, Cina, Russia e Turchia? Non è quello che rischiamo di vedere accadere negli USA con un eventuale ritorno di Trump? Se non è la comunità, la Patria a scaldare i cuori, presto o tardi arriverà un individuo capace di strumentalizzare questa mancanza.

“Un approccio realista alla politica estera parte dall’analisi dei rapporti di forza per ricercare un equilibrio che almeno in parte deve prescindere da valutazioni valoriali. Durante la guerra fredda, all’apice dello scontro ideologico corrispose una politica estera fortemente realista.”

Invece di ricercare la coesistenza tra culture diverse, si sta determinando una inedita “tirannia delle minoranze” di cui parlerò diffusamente. L’obiettivo era l’opposto: ovvero difendere le minoranze dalla tirannia della maggioranza.

Dobbiamo riconoscere che destra e sinistra hanno coltivato per anni la cultura che oggi condanniamo nei movimenti No Vax. La saldatura culturale tra populisti di sinistra e sovranisti si trova nel rifiuto degli obblighi, delle responsabilità e
dei doveri.
“trascuratezza benestante” di Helene von Bismarck: “uno stato di
decadenza che risulta dall’aver avuto tutto troppo facilmente per troppo tempo, portando a ritenere egoisticamente equivalenti i piccoli disagi e i mediocri conseguimenti al dolore e alla lotta di persone che conoscono il significato dei problemi reali”.

Finché l’Occidente capitalistico ha avuto davanti un pericoloso avversario (il comunismo), ha agito in modo prudente evitando di determinare fratture sociali nelle quali il “nemico” avrebbe potuto infiltrarsi. È stata la nostra età dell’oro, che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni settanta. L’epoca che ha
costruito il welfare state e diffuso l’istruzione di massa. Ma soprattutto è stato il tempo della certezza che il futuro dei figli sarebbe stato migliore del passato dei genitori. Un’epoca insieme idealista e pragmatica, che ha determinato una profonda riforma dei costumi e l’impegno di milioni di persone in battaglie politiche, economiche e sociali, insieme a un oggettivo miglioramento delle condizioni di vita della classe media e del proletariato. Dopo il 1989 l’attenzione a tenere insieme progresso e mercato da una parte e comunità e giustizia sociale dall’altra è scemata.
Oggi celebriamo solo gli “eroi” del successo personale e della fama individuale. Quasi nessun uomo pubblico negli ultimi quarant’anni è riuscito ad acquisire una fama imperitura. I nostri idoli sono i grandi capitalisti tecnologici, gli sportivi, gli attori, i cantanti e le celebrities. In particolare queste ultime sono una vera e propria
novità nella storia dell’umana insensatezza; ultimo sintomo del rinfanciullimento dell’uomo contemporaneo.
La qualità dei nostri “miti” mostra il degrado dell’impegno civico e politico. È scomparsa una scala di valori che in passato identificava l’eroe in relazione al bene fatto a una comunità. Il Covid-19 e la guerra in Ucraina stanno ridando centralità a chi difende, a rischio della vita, una comunità. I medici, i soldati ucraini, gli infermieri, i sindaci sono tornati a essere modelli di impegno civile. Dobbiamo coltivare questo ritorno agli eroi dell’impegno civico e dell’altruismo.

Nell’esempio di panfilo di Bezos abbiamo una plastica rappresentazione della sottomissione della comunità al capriccio individuale di un capitalista che ha scordato l’etica del capitalismo.
Dopo anni di slancio e forzatura dei limiti, abbiamo bisogno di rimettere al centro dell’azione umana il tema dei valori e dunque del limite.

Il “progresso tecnologico” come tale non esiste se non da un punto di vista storico o filosofico. Piuttosto esistono innumerevoli e diverse possibilità offerte dalla tecnologia e dalla scienza, ognuna con un effetto diverso sull’uomo. Alcune sono inequivocabilmente positive (il vaccino per il Covid-19, le energie rinnovabili); altre,
forse la maggioranza, comportano rischi e opportunità e comunque hanno effetti che vanno gestiti (i social network), altre ancora sono intrinsecamente negative (l’accresciuta possibilità di autodistruzione). Tutte richiedono una riflessione sui loro effetti e sui limiti entro i quali devono rimanere.

L’essenza della democrazia liberale è la protezione delle minoranze dalla tirannia della maggioranza.

Il riconoscimento da parte dei leader populisti della legittimità della rabbia collettiva si accompagna sempre all’individuazione di un nemico verso cui indirizzarla. Il riconoscimento della dignità lesa di chi ha sofferto per le fratture del progresso e della globalizzazione arriva oggi prevalentemente da chi opera contro il sistema delle democrazie liberali: Trump, Putin, i fautori della Brexit, Bolsonaro ecc.

Se il mio valore è riconosciuto solo come consumatore di prodotti e stili di vita è inevitabile che una società libera si trasformi in una società della solitudine e della rabbia.

Se vogliamo garantire un futuro alle democrazie liberali, dobbiamo ricostruire un ethos capace di riportare nella maggioranza dei cittadini la convinzione di vivere in un sistema giusto, che riconosce la loro dignità e ordina lo spazio comune fondandolo anche su doveri e obblighi morali.

Un antidoto alla solitudine è la stabilità delle relazioni. La fabbrica è un ambiente di lavoro duro e ripetitivo, ma è anche un’istituzione sociale stabile, una comunità.

Questa transizione è frutto del passaggio da società dei bisogni a società dei desideri. I bisogni sono comuni e pertanto disegnano una società organizzata in classi. In una società dei bisogni esistono legami di solidarietà che animano battaglie comuni. Una società fondata sui desideri è al contrario una società frammentata e
individualizzata. La felicità collettiva, quella che accompagnava per esempio le grandi battaglie civili e politiche degli anni sessanta e settanta, si è polverizzata in un mondo di desideri individuali.

Il punto è trovare un equilibrio attraverso l’identificazione del limite oltre il quale l’individualismo non è più una qualità sociale positiva.
Il paradosso è che gli italiani votano leader rumorosi, ma si sentono rassicurati da figure che sono l’emblema della gravitas come Mario Draghi e Sergio Mattarella.

Velocità, cambiamento, innovazione; il nostro non è davvero un mondo adatto ai vecchi.

Sempre nel suo saggio sul puer aeternus, Hillman sostiene che il ruolo del padre è traghettare il figlio dal giardino dell’Eden al mondo reale. Un compito che va svolto anche con durezza, come esemplifica con una storiella molto diffusa: un padre invita il figlio a saltare tra le sue braccia da una posizione sempre più alta, facendolo alla fine cadere. “Non fidarti mai completamente” è il messaggio del padre. Quella di Hillman è ovviamente una metafora. Ma cosa accade se il padre è anch’esso prigioniero nel giardino dell’Eden? Abbiamo descritto nei capitoli precedenti un uomo incapace di uscire dalla dimensione del desiderio e insofferente alle
gerarchie e alle radici che ne limitano la libertà. I padri sempre più spesso restano fanciulli. Essi per primi non riconoscono l’autorità di una comunità e vogliono rimanere ragazzi per sempre per poter appagare liberamente ogni loro desiderio. Ma un padre fanciullo non potrà di certo aiutare i figli a divenire adulti. Tanto più che oggi possiamo delegare l’appagamento dei desideri dei figli a strumenti elettronici potentissimi, semplicemente rimuovendo ogni regola e senza alcuna fatica.

Vivere la socialità online, consumare a casa tramite Amazon, ricevere un generoso reddito di cittadinanza universale (caldeggiato dalle Big Tech), mentre ingurgitiamo pillole della felicità. Il postulato fondamentale della contemporaneità per cui ogni invenzione di successo è di per sé giusta è il motto di una classe di capitalisti, innovatori, ingegneri, scienziati e creativi che ha l’ambizione di definire gli stili della nostra vita dematerializzata senza alcuna intromissione pubblica. È un futuro lontano e fantascientifico? Forse, ma pensate a quanto è cambiata la nostra vita negli ultimi vent’anni. E non sempre per il meglio. La cosiddetta “distrazione digitale”, ovvero il tempo che passiamo guardando o controllando il telefonino
(milleduecento ore all’anno per un adulto), ha portato le municipalità di Seul, Tel Aviv e Sydney a installare i semafori sul bordo dei marciapiedi in modo che i pedoni immersi nel loro smartphone possano vedere quando attraversare senza alzare lo sguardo.

Ricerche internazionali condotte su campioni molto ampi di persone dimostrano che l’utilizzo intenso di smartphone conduce a: diminuzione dell’uso della conversazione a favore di messaggi di testo e vocali sempre più criptici e sintetici; riduzione radicale della capacità di attenzione e concentrazione; diminuzione della capacità di sorridere o essere empatici con l’ambiente che ci circonda; incapacità di recepire messaggi complessi o articolati; mancanza di capacità relazionale già in età prescolare.

Byung-Chul Han: “I social media rappresentano l’atrofizzazione della socialità.”

La prova che non esercitiamo più l’autorità non solo per una questione di pigrizia, ma per una precisa scelta, la troviamo nel deterioramento del rapporto tra genitori e scuola. Non solo non abbiamo tempo o voglia di insegnare ai ragazzi il valore del dovere, dell’autorità, del limite; non vogliamo neanche che glielo insegni la scuola!

Dacia Maraini: “Gli spazi in cui ci muoviamo hanno una loro identità simbolica che non si può trascurare. Non si va in chiesa in costume da bagno, non si va a teatro in tuta da ginnastica, non si va in parlamento in calzoncini corti e infradito, così non si dovrebbe andare a scuola come si va in discoteca. Ogni luogo ha la sua sacralità da rispettare e la scuola più di altri luoghi va onorata proprio perché da decenni è stata dissacrata e va riportata alla sua dignità di centro comunitario del pensiero, della conoscenza e della democrazia.”


Scrive Remo Bodei: “Il desiderio della maggioranza delle persone di apparire sempre giovani contrae il tempo della maturità.” E così “da un lato la giovinezza si prolunga oltre i termini tradizionali […], dall’altro la vecchiaia si sforza di mimare una vitalità che non possiede”.

Passare direttamente dal giardino dell’Eden, virtuale e famigliare, a una realtà fredda e inospitale, senza essere stati adeguatamente preparati, genera alienazione e depressione. Dobbiamo però avere consapevolezza che quanto ho riportato in questo capitolo colpisce prevalentemente (ma non esclusivamente) le famiglie a bassa istruzione. Sono tante, soprattutto in Italia. Siamo oggi il paese più ignorante d’Europa. Qualsiasi indice internazionale si consideri. È una disfatta che supera per gravità ogni altro indicatore del declino italiano e che ha pesanti conseguenze sulla partecipazione alla vita sociale, politica e culturale. Meno di un italiano su due ha una vita culturale di qualsiasi tipo e frequenta musei, teatri, concerti, mostre. Ma soprattutto siamo il paese più ineguale dal punto di vista culturale. I giovani che frequentano il liceo e l’università sono tra i migliori in Europa. Ma sono pochissimi.

L’Italia è oggi il paese con il minor numero di laureati in Europa dopo la Grecia.
L’istruzione può moltissimo, anche sul piano dell’insegnamento delle regole della vita civile, ma la scuola non può combattere da sola contro un ambiente famigliare e sociale che rifiuta l’idea stessa di regole. Per questo sono convinto che sia lo stato, in tutte le sue articolazioni e non solo attraverso la scuola, a dover assumere il
compito di riportare l’istruzione e l’educazione civica, morale e istituzionale al centro della vita sociale.

Epicuro, che plasmò una larga parte della classe dirigente romana: “Il più orribile dei mali, la morte, non è nulla per noi, poiché per tutto il tempo in cui noi siamo, la morte non è presente; e, invece, per tutto il tempo in cui la
morte è presente, noi non siamo.”

Lucrezio, sempre sulla morte: “Volgiti anche a guardare, come niente sia stata per noi la distesa del tempo eterno, trascorso avanti che nascessimo. Questo è lo specchio che natura ci offre del tempo che ancora sarà dopo la nostra morte. Appare forse in esso qualche cosa di triste o terribile. Non è una quiete più calma di ogni
sonno?”

“Non abbiamo poco tempo ma ne perdiamo molto. Ci è stata data una vita abbastanza lunga e in misura sufficiente alla realizzazione delle imprese più grandi se fosse tutta ben impegnata.” E ancora: “Piccola è la parte di vita che viviamo veramente. Tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo.”

Su impulso di Azione, in alcune scuole è stata data la possibilità di sostituire l’ora di religione con un’ora di etica, contestualizzandola nel presente. È un primo passo. Dobbiamo estendere questo esperimento a tutte le scuole superiori, ampliando il tempo dedicato allo studio della filosofia, della storia e degli autori classici. Occorre contestualizzarli nel presente, mettendoli a confronto con le questioni della nostra epoca.

Forse nel tempo prevarrà l’idea che il sesso è una sovrastruttura culturale (e un limite naturale) inutile, ma fino a quel momento imporre un cambiamento sulla base del sentire di una minoranza mi sembra immorale e un esempio lampante di tentativo di tirannia della minoranza sulla maggioranza, che va decisamente respinto. I partiti progressisti si accodano o al più rimangono silenziosi, terrorizzati come sono di essere considerati reazionari ogniqualvolta emerge una nuova pretesa concernente i “diritti”. Il desiderio diventa immediatamente la richiesta di riconoscimento di un diritto e il diritto diventa rapidamente la pretesa di imporre un cambiamento culturale a tutta la società. Il risultato è che la maggioranza, sentendosi ignorata e calpestata, finisce nelle braccia dei populisti.

Sono tuttavia fermamente contrario a legalizzare la gestazione per altri, sia per le coppie omosessuali sia per quelle eterosessuali, per due ragioni fondamentali. La prima è che la maternità non può essere oggetto di un contratto economico. Non si può affittare un utero. Si obietterà a questo punto che tutte le legislazioni che
consentono la GPA rispettano formalmente questo principio vietando passaggi di denaro, al di fuori delle spese connesse alla gravidanza. E tuttavia è evidente che ben difficilmente una donna porterà per nove mesi nella pancia un bambino, sottoponendosi a tutte le difficoltà e i rischi connessi, per pure ragioni altruistiche. Ed è altrettanto evidente che nessuna legge è in grado di impedire il passaggio di denaro tra la coppia e la donna che porta avanti la gravidanza per loro.

“la felicità pubblica, la felicità collettiva che già Socrate individuava nell’esperienza politica condivisa, è assente dal panorama attuale, caratterizzato dal ritirarsi nella cittadella interiore per prendersi morbosamente cura di se stessi.”

Nelle società moderne la ricerca della felicità è stata sostanzialmente ridotta a ricerca dell’appagamento, del bisogno prima e del desiderio poi. Il lavoro ha per conseguenza assunto un aspetto totalizzante. Essendo i desideri individuali ridotti alla capacità di consumo, lavoro e desiderio si alimentano a vicenda. Scriveva Hannah Arendt: “Il lavoro, in poche parole, produce beni di consumo. E lavorare e consumare non sono che le due fasi del ciclo sempre ricorrente della vita biologica.

Aumenta da per tutto l’astensionismo elettorale. Lo stato appare più freddo e distante, mentre la Patria è ignorata dai progressisti e degradata dalla retorica sovranista a rancoroso nazionalismo. La mancanza di partecipazione politica fa sì che lo stato diventi sempre più “altro” rispetto a noi. Da qui nasce
l’espressione più ricorrente della politica italiana: “Lo stato deve assicurare.” In altre parole aumentano gli obblighi dello stato verso di noi, mentre pretendiamo che diminuiscano i nostri doveri nei confronti dello stato.
Lo stato deve assicurare tutto, perché non ha dei limiti derivanti dalle risorse. Lo stato non gestisce i nostri soldi, crea risorse dal nulla. Risorse infinite di cui si pretende un uso illimitato.

La “servitù volontaria” verso politici incapaci è appena meno dannosa di quella verso i tiranni.

La politica degli slogan può permettersi di non spiegare nulla, tanto poi c’è sempre tempo per cambiare idea una volta arrivati al governo, se le circostanze lo richiederanno. Resta il fatto che chi racconta che del gas non abbiamo bisogno, e che possiamo fare affidamento solo sulle rinnovabili, mente e che i cittadini devono
imparare a sanzionare la menzogna in politica come farebbero nella loro vita privata.


L’informazione dovrebbe dare un quadro complessivo della situazione di cui si occupa, e in quel quadro contestualizzare una notizia. Quello che accade invece è che l’informazione si è trasformata in cronaca. La cronaca è più semplice da comprendere, è una storia, spesso violenta, che si avvicina all’intrattenimento quando raccontata in modo sensazionalistico. Da tempo sostengo che il futuro sarà di chi saprà interpretare la tecnologia con spirito umanistico. La tecnologia
diventerà un abilitatore a disposizione di tutti e a basso costo. Vincerà chi saprà utilizzarla, non chi sarà capace di produrla.

In poche parole una classe media più povera e indebitata sostiene una crescita drogata, che viene spartita in
modo ineguale favorendo i detentori di capitale. “In cambio” sussidi sempre più estesi cercano di mantenere entro limiti accettabili lo scontento sociale. Ma quei
sussidi sono pagati dalle tasse versate dalle stesse persone che li ricevono. Negli ultimi quarant’anni abbiamo infatti assistito a uno spostamento senza precedenti della pressione fiscale dal capitale al lavoro.

E’ tempo che questo pensiero trovi finalmente una casa politica forte e diventi determinante nelle scelte di governo.
Non possiamo continuare sulla strada del conflitto ideologico degenerato oggi in un distruttivo e vuoto bipopulismo.

All’Italia occorre in primo luogo una rinascita civile e culturale, che si raggiunge aumentando il livello dell’istruzione, la diffusione della cultura, la consistenza delle virtù civiche e la forza delle istituzioni pubbliche. E’ necessario offrire ai cittadini italiani un’alternativa al bi-populismo, di destra e di sinistra, attraverso la
costruzione di una nuova area politica liberalprogressista, autonoma dalla destra e dalla sinistra, che non deve però rifugiarsi nel centrismo e nel moderatismo. Cultura di governo, rifiuto del populismo, riformismo pragmatico e richiamo alla centralità dei doveri di cittadinanza devono essere i valori di quest’area in cui mi riconosco fortemente.

Meloni e Salvini sono sempre stati dalla parte dell’irresponsabilità piuttosto che per un’interpretazione organicistica dello stato, perseguita invece dagli autocrati a cui pure si ispirano. Anziché temerne fantomatici disegni autoritari, dovremmo constatare la loro pericolosità sul piano etico, istituzionale e internazionale.

Scrivevo ne I mostri: “Immaginando un diagramma cartesiano dove l’asse orizzontale va dallo stato liberale minimo allo stato totalitario (socialista) e l’asse verticale dalla minima libertà individuale alla massima libertà individuale, gli italiani si collocherebbero decisamente nel quadrante in alto a destra. Massima libertà e stato onnipresente. Come è del tutto evidente, quel quadrante semplicemente non esiste. E da qui originano molti dei nostri problemi: le aspettative irrealizzabili.”