IL GRANDE RESET

Nulla tornerà come prima. Dimentichiamoci il mondo come lo avevamo conosciuto prima del febbraio 2020.Esagerazione? Catastrofismo? No, l’inizio di una nuova normalità. La crisi che stiamo vivendo sarà catalizzatore di cambiamenti necessari ad accelerare la realizzazione di un disegno già predisposto, smantellando l’attuale sistema socioeconomico. È il Grande Reset, il tema del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i grandi della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale. Un piano preciso, ufficiale e ben documentato, sul quale istituzioni internazionali, filantropi, organizzazioni non governative e mega-aziende private collaborano apertamente già da tempo. Le nuove abitudini acquisite dalle popolazioni durante la pandemia hanno apportato quell’impulso alla digitalizzazione e all’automazione decisivo per implementare la Quarta Rivoluzione Industriale, che finora stentava a realizzarsi. È l’inizio di una nuova era.


APPUNTI E RIFLESSIONI

Nelle precedenti rivoluzioni industriali le vecchie professioni sono state rimpiazzate dalla creazione di nuovi lavori, ma nella Quarta, che di industriale ha ben poco, non sembrano profilarsi valide alternative.

La mancanza di un lavoro stabile, oltre agli inevitabili scompensi psichici, già ora si riscontra un aumento del consumo di psicofarmaci e delle forme patologiche di ansia e depressione. La desertificazione industriale e sociale in atto brucia il terreno per la nascita di una società post lavoro liberata, che, come diceva Keynes, impari a godere dell’arte della vita.

«Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento… il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile»[]: è la celebre affermazione di Milton Friedman, padre del neoliberismo, che racchiude la logica della shock economy. Ci sono cambiamenti così radicali e destabilizzanti che, per essere imposti alla società senza che questa opponga resistenza, devono essere introdotti con immediatezza e tempestività: una situazione di forte crisi e disagio da parte della popolazione rappresenta la soluzione ideale perché vengano accettati.

Nel futuro le nostre case non saranno più spazi esclusivamente personali, ma saranno anche, attraverso la connettività digitale ad alta velocità, le nostre scuole, i nostri studi medici, le nostre palestre e, mette in guardia la Klein, se a stabilirlo sarà lo Stato, potranno divenire le nostre carceri.

In un contesto di paura perenne, in cui aleggia lo spettro della morte di massa, l’avvento di questa rivoluzione tecnologica invasiva viene presentato come unica via di salvezza; la crisi sanitaria ha offerto quel necessario input senza il quale non sarebbe stato possibile realizzarlo in modo sostanziale e in tempi rapidi. Ancora una volta viene confermata la teoria dello shock pandemico di cui ci parla Naomi Klein.

Il modello che ha in mente il visionario svizzero si rifà a quello della Cina, che ha scalzato gli USA nel ruolo di assistenza e aiuto internazionale e, permeata dallo spirito del confucianesimo, anteporrebbe il senso del dovere e della solidarietà generazionale ai diritti individuali.

Si tratta di un modello di capitalismo in cui le imprese private rappresentano dei fiduciari (trustee) della società e sarebbero in grado di offrire la migliore risposta alle sfide sociali e ambientali attuali.

A differenza di quanto propagandato dalla retorica arcobalenica dei canti sui balconi, l’attaccamento alla nuda vita e la paura di perderla non creano unione e solidarietà tra gli uomini, ma al contrario li accecano e separano

A differenza di un conflitto bellico, il nemico non è più identificabile e tangibile, ma invisibile e ubiquo, occorre dunque diffidare dell’Altro, ognuno è un potenziale nemico. Inoltre, a conclusione di una guerra, si vive nella prospettiva della ricostruzione e della crescita, in un clima di entusiasmo, mentre oggi il ripristino dello status quo ante è bandito, considerato responsabile della diffusione del virus e non più sostenibile, tanto che si punta

con sempre maggiore insistenza alla decrescita, dai risvolti tutt’altro che felici. Verosimilmente dalle ceneri non nascerà nulla, ma rimarrà piuttosto una desertificazione, un disboscamento che lascia nello sconcerto del vuoto.

Il biopotere non si limita ad assoggettare i corpi attraverso un regime dispotico imposto dall’alto, come di fatto sta accadendo, ma genera soggettività, comportamenti, stili di vita, che si innervano profondamente nella nostra essenza e le infondono l’attitudine alla servitù volontaria.

Come una monade telecomandata, l’individuo aderisce ai dispositivi di comando spontaneamente, come se provenissero dalla sua stessa volontà e dal suo desiderio.

Ciò che si prospetta, spiega Schwab, non è un semplice perfezionamento delle tecnologie odierne, ma un’onda d’urto rivoluzionaria, capace di modificare non solo le abilità percettive e organizzative dell’uomo, ma persino i suoi comportamenti.

Si tratta di un cambio di paradigma sul piano ontologico, per cui le tecnologie non verranno più considerate come agenti esogeni né meri strumenti utilizzati dall’uomo a suo uso e piacimento: al contrario queste si interconnetteranno e influenzeranno le nostre esistenze, «a volte in modo subdolo a volte in maniera palese».

L’obiettivo è accrescere le capacità dell’uomo nel processo decisionale, rincorrendo il mito dell’uomo “aumentato”, ossia con capacità fisiche, intellettuali e creative superiori a quelle di cui la natura lo ha dotato.

La concentrazione della ricchezza oggi è di nuovo ai livelli del 1905, quando negli Stati Uniti famiglie come Carnegie, Rockefeller e Vanderbilt controllavano vastissime fortune. Al tempo a dominare erano petrolio e acciaio, oggi c’è l’industria del digitale e della farmaceutica.

Pilastro portante dell’economia moderna, il consumismo si basa sulla continua creazione e soddisfazione di bisogni indotti, sfruttando la conoscenza della psicologia umana per trasformare in desideri materiali gli impulsi inconsci.

Il mercato è in grado di intercettare e reificare le emozioni del consumatore, che nell’era Covid coincidono con paura e angoscia.

Ma non solo, lo stesso mercato dell’informazione, che in questi mesi ha dato una priorità assoluta al tema della pandemia, diventando di fatto monotematico – al punto da rendere difficile liberarsi da ansia e angoscia per chi voglia mantenere un approccio più equilibrato e razionale – ha riscontrato benefici.

Con l’attenzione dei media tutta rivolta al numero delle vittime, ai tassi di infezione, alla chiusura di attività e alla disoccupazione, la generazione N è contrassegnata da un potente marker emotivo, fatto di paura per la propria salute, per quella degli altri e per le conseguenze sull’economia e sul proprio lavoro.

«Ciò darà origine a un mercato del lavoro sempre più segregato in segmenti bassa qualificazione/bassa retribuzione e alta qualificazione/alta retribuzione, che a sua volta porterà a un aumento delle tensioni sociali»,

«oltre ad essere una preoccupazione economica chiave, la disuguaglianza rappresenta la più grande preoccupazione sociale associata alla quarta rivoluzione industriale». E ancora, «questo aiuta a spiegare perché così tanti lavoratori sono disillusi e temono che i propri redditi reali e quelli dei loro figli continuino a ristagnare. […] Un’economia che vincendo prende tutto e che offre solo un accesso limitato alla classe media è una ricetta

per il malessere democratico e la disillusione».

D’altronde, come abbiamo visto, la tendenza già consolidata da tempo è quella di una sempre maggiore polarizzazione della società, tra chi detiene il capitale e le competenze per inserirsi in un mondo del lavoro ipertecnologico e chi farà lavori di bassa manovalanza, che non possono essere svolti dalle macchine. Rimarrà un’enorme fetta di disoccupati, che non saranno neanche nelle condizioni di ricercare un lavoro.

«Mentre i mondi fisico, digitale e biologico continuano a convergere» spiega «le nuove tecnologie e piattaforme consentiranno sempre più ai cittadini di interagire con i governi, esprimere le loro opinioni, coordinare i loro sforzi e persino eludere la supervisione delle autorità pubbliche. Allo stesso tempo, i governi acquisiranno nuovi poteri tecnologici per aumentare il loro controllo sulle popolazioni, sulla base di sistemi di sorveglianza

pervasivi e la capacità di controllare le infrastrutture digitali».

Di fatto è l’evoluzione del sistema economico ordoliberista, in cui il mercato e la concorrenza sono un pilastro imprescindibile, ma non la concorrenza astratta, accademica, che prevede la competizione di una miriade di operatori in un contesto di libero accesso al mercato; la partita si svolge tra pochi operatori, accumulatori di grandi capitali, che deflazionano il lavoro e si avvalgono di tecnologie sempre più invasive, in un mercato dove le istituzioni statali diventano i guardiani che decidono se il giocatore sia degno di entrare in campo oppure no.

Dunque, un mercato elitario, non accessibile a tutti, ma solo a chi ha il peso e il potere per farne parte, un club esclusivo per pochi eletti, che competono tramite rapporti di forza. Il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come afferma alla libertà dei mercati: esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica.

Di fatto la mente umana ha bisogno di staccare la spina da una connessione perenne a internet e, allo stesso, dovrebbe preservare la capacità, conquistata dall’uomo attraverso l’evoluzione, di impegnarsi in attività che richiedono concentrazione prolungata e il cosiddetto pensiero lento, consapevole, a differenza di quello veloce, istintivo impiegato nell’utilizzo dello smartphone e delle sue applicazioni. È come se il nostro

cervello stesse ormai regredendo a quello dell’homo erectus cacciatore, che viveva in uno stato di allerta continua per la mole di stimoli esterni da gestire. Assuefatti come siamo alla semplificazione tecnologica, ci stiamo disabituando al ragionamento, allo studio e, in ultima istanza, stiamo perdendo la nostra più grande risorsa, quella di pensare.

«Nella sua forma più pessimistica e disumanizzata, la Quarta Rivoluzione Industriale può effettivamente avere il potenziale per robotizzare l’umanità e quindi privarci del nostro cuore e della nostra anima»

Un individuo in psicologia è resiliente quando è in grado di adottare un comportamento o atteggiamento versatile rispetto a ciò che gli accade, quando fa un passo indietro per prendere la rincorsa e superare l’ostacolo esistenziale, superando eventi traumatici o avversità con una propensione positiva.

Questa attitudine, apparentemente ottimale e sinonimo corrente di intelligenza, intesa come capacità di adattamento, va letta sotto due aspetti: da una parte è funzionale ad assorbire un trauma, dall’altra indica un atteggiamento emotivo di indifferenza derivante da un possibile squilibrio psichico. Una macchina, un robot sono sicuramente più resilienti di un essere umano, ricettivo ai sentimenti e alle emozioni che lo rendono tale e per questo segnato in modo indelebile da eventi sconvolgenti, a differenza di un computer che può essere

resettato.

Una linea di pensiero che combacia con quanto affermato recentemente da un personaggio che del mondo della rete ha una conoscenza molto profonda: è Eric Schmidt, amministratore delegato di Google dal 2001 al 2011, presidente fino al 2015, gestore di Alphabet fino al 2019 e acquirente e controllore di YouTube. «Il contesto dei social network che funzionano come amplificatori per idioti e persone pazze non era ciò che noi volevamo», afferma il deus ex machina del mondo on line, per il quale nei prossimi anni nuove regole per la gestione dei

social saranno inevitabili, essendo diventate piattaforme che veicolano disinformazione e portano alla polarizzazione delle ideologie.

Il capitalismo della sorveglianza, fenomeno tangibile a tutti nella nostra società, viene sapientemente descritto come un nuovo ordine economico, capace di sfruttare l’esperienza umana e trasformarla in materia prima per pratiche commerciali, in grado sia di prevedere le preferenze del consumatore che di trasformare i comportamenti degli individui e delle masse. L’analisi della Zuboff è molto attenta e rigorosa e va oltre il fenomeno della manipolazione del consumatore, di cui ormai c’è sempre più diffusa consapevolezza: a essere in pericolo è il concetto stesso di democrazia.

Prima delle rivoluzioni industriali, più del 90% della popolazione americana si occupava di agricoltura. Durante la Prima Rivoluzione Industriale grandi masse di lavoratori abbandonarono l’agricoltura per andare a lavorare nelle fabbriche. Nella Seconda, le macchine e l’automazione presero il posto dell’uomo nell’industria manifatturiera e i lavoratori lasciarono le fabbriche per spostarsi nel terziario e adottare il computer come

strumento di lavoro. Oggi siamo di fronte al sorgere di un nuovo paradigma tecnologico, che fa perno sulle biotecnologie e sull’utilizzo sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale: le ripercussioni sull’occupazione anche questa volta saranno inevitabili. In un sistema di produzione capitalistica, l’innovazione è sempre finalizzata a ridurre il peso del lavoro vivo e a diminuirne il valore per consentire maggior estrazione di plus-valore.

Lo scenario più verosimile quindi non consiste nel rimpiazzo di milioni di lavoratori con milioni di macchine, ma piuttosto la loro sostituzione con una rete integrata. Il rischio è che nessun fattore compensativo di mercato possa entrare in azione.

Alcuni potrebbero auspicare, secondo una logica dicotomica, la fine del capitalismo e l’avvento del comunismo, ma in realtà mancherà l’elemento principale di una possibile effettiva revanche comunista, ossia la classe operaia. I gig workers sono privi di coscienza di classe e anzi includono se stessi tra gli imprenditori. Inoltre, come abbiamo visto, né il capitalismo né il consumismo si avviano al tramonto.

Molti cittadini si troveranno presto senza un compito, un’occupazione e, anche ammessa la soluzione del reddito universale, dovranno confrontarsi con un senso di inutilità esistenziale.

L’epoca post-lavoro Fin dagli albori, la civiltà umana si è strutturata intorno al concetto di lavoro: dai cacciatori-raccoglitori paleolitici agli agricoltori del Neolitico, all’artigiano medievale, all’addetto alla catena di montaggio dell’età odierna, il lavoro è da sempre parte integrante della vita quotidiana. Le repubbliche e le società contemporanee si dichiarano fondate sul lavoro, su di esso sono state costruite ideologie e teorie economiche, dalla piena occupazione di Keynes all’accettazione di un tasso di disoccupazione naturale per

mantenere stabile l’inflazione della dottrina neoliberista, dal “lavorare meno, lavorare tutti” di russelliana memoria al workaholismo del capitalismo più rampante. Oggi, per la prima volta, il lavoro umano rischia di essere eliminato dal processo di produzione, con una generazione di macchine intelligenti sempre più “umanizzate” che stanno sostituendo l’uomo in un’ampia gamma di mansioni, condannando milioni di operai e impiegati alla disoccupazione. Sta entrando a piena voce nel dibattito pubblico la fine della necessità di lavorare, finora considerata come idea utopistica o relegata al radicalismo ideologico e intellettuale. Questo potrebbe indurre nell’uomo un senso di inutilità.

Una soluzione proposta tra i fautori del reddito universale è quella di imporre a tutti i cittadini di contribuire al bene della collettività per ottenere il sostegno dello Stato. Chi non lavora potrebbe essere costretto a svolgere servizi per la comunità o altri tipi di attività. Apparentemente mossa da spirito filantropico e da buon senso, ad un’analisi meno superficiale una simile proposta evoca scenari dispotici e distopici allo stesso tempo. Se,

infatti, alcuni potrebbero dedicarsi con soddisfazione al volontariato e ad altre attività sociali, non tutti sono dotati della stessa vocazione e alcuni potrebbero vivere la situazione con disagio e frustrazione. Il cittadino potrebbe sentirsi intrappolato in un meccanismo di ricatto morale ed economico, impossibilitato a lavorare per mancanza di domanda, per cui per sopravvivere dovrà adeguarsi e obbedire a quanto imposto dal governo, senza

nessun riguardo per le peculiarità individuali. La prestazione di opere che dovrebbero essere mosse da uno spirito di liberalità diventerebbe una coercizione senza alternative, pena il rischio di un marchio sociale, di finire tra i reietti del sistema che non cooperano per il funzionamento di una società idealizzata, magari come nella logica del credito sociale cinese.

«Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane».

Per l’essere umano il lavoro non è solo sostentamento economico, ma un mezzo per conquistare indipendenza e integrarsi nella vita collettiva, partecipando allo sviluppo della società. È fondamentale che il risultato del lavoro generi la percezione di produrre utilità, valore positivo, oltre che per se stessi anche per la comunità, rafforzando l’autostima e gratificando il bisogno umano di riconoscimento.

La povertà non è solo di tipo economico: la solitudine, la mancanza di relazioni interpersonali, la carenza di spirito comunitario, la bassa qualità della convivenza collettiva, la miseria culturale e spirituale sono forme di povertà umana da non sottovalutare.

Ha ragione Elon Musk quando afferma che l’IA potrebbe creare il più temibile dei dittatori, un “dittatore immortale” che non invecchierebbe né morirebbe mai. Addirittura, secondo il magnate «un nuovo conflitto internazionale potrebbe essere avviato non dai leader dei vari Paesi ma da uno dei loro sistemi di intelligenza artificiale, se questo dovesse decidere che un attacco preventivo costituisce il percorso ideale per la vittoria»

È probabile che, al di là di una visione personale orientata al “pragmatismo”, ci sia una conoscenza più diretta di quanto noi, malgrado i nostri sforzi, fatichiamo a immaginare sull’attuale stato di progresso e irreversibilità raggiunto.

L’automazione è in sostanza un software che segue delle regole pre-programmate, con un unico scopo: permettere alle macchine di eseguire compiti ripetitivi e monotoni, con l’obiettivo di semplificare l’esperienza dell’utente finale; al giorno d’oggi i sistemi automatizzati sono praticamente ovunque. L’IA non è in grado solo di fare lavori ripetitivi e definiti ma è progettata per simulare il pensiero umano: una macchina alimentata con

un’intelligenza artificiale, proprio come il cervello umano, crea modelli e categorie per organizzare il mondo circostante e per compiere azioni conosciute, mentre cresce e migliora con l’esperienza.

I big data che incasellano i nostri comportamenti non sono più un tesoro (solo) per il mercato, che orienta i nostri acquisti e plasma i nostri desideri a suo piacimento, ma diventano materiale prezioso per il potere.

Paradossalmente le macchine sono capaci di superare l’uomo anche nelle scelte morali. Come confermato da esperimenti, è evidente che l’uomo in condizioni di preoccupazione e stress possa contravvenire anche alla propria etica, cosa che non può capitare a un robot, che una volta programmato per seguire determinati comportamenti non si discosterà mai dal loro adempimento, salvo un reset da parte dei loro programmatori. A differenza degli umani, gli algoritmi non possiedono né emozioni né bias cognitivi, quindi sono meno soggetti a sbagliare.

Da una parte l’umanizzazione della macchina, dall’altra la robotizzazione dell’uomo, sempre più incapace e quasi renitente a conoscere il proprio sé, che nessun algoritmo potrà mai davvero prevedere: è questo il rischio cui andiamo incontro. Solo attraverso la consapevolezza della nostra soggettività e il contatto con il nostro io più profondo possiamo sfuggire all’ortopedizzazione omologante e alla deriva transumanista di una società che

rincorre il modello robotico. E sfuggire così al grande reset delle nostre menti.