IL DANNO SCOLASTICO

Paola Mastrocola e Luca Ricolfi per la prima volta insieme in un libro per denunciare a due voci il paradossale e tragico abbaglio della scuola democratica, che, nata per salvare i più deboli, oggi di fatto ne annega le speranze. Due voci, di cui una lancia un’ipotesi e l’altra la raccoglie, provandola con la forza dei dati, testandola con modelli matematici e arrivando alla conferma. Sì, è così: una scuola facile e di bassa qualità allarga il solco fra ceti alti e ceti bassi. Un disastro, di cui rendere conto e chiedere scusa, ai ragazzi e alle loro famiglie. Questo libro è un j’accuse, spietato e dolente, e al tempo stesso un atto d’amore verso il mondo della scuola e dell’università, i docenti, gli studenti. È un grido d’allarme che i due autori hanno lanciato più volte nei loro libri, in questi anni. Un grido sempre andato perso, ma doveroso, e ora più che mai disperato. Perché non c’è più tempo. Ma anche perché proprio questo tempo sospeso e minaccioso, in cui ci troviamo ora a navigare, è forse il più adatto per scardinare vecchi schemi ideologici e provare a cambiare tutto


APPUNTI E RIFLESSIONI

Come può un ragazzo fare il liceo se per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli è stato  insegnato quasi niente o, se gli è insegnato qualcosa, poi si è deciso di non pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se  non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. La scuola ne ha fatto uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali.

Tali ragazzi “si disperdono” altrove perché non hanno le basi per andare  avanti, perché in prima liceo non sono in grado di capire un libro di testo, e non sanno niente di storia, geografia,  matematica… Eppure hanno fatto otto anni di scuola. Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo otto  anni di scuola! Allo stesso modo, all’università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili  delle facoltà cosiddette deboli, la cui laurea però non li porterà purtroppo da nessuna parte), per cui s’iscrivono,  arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale,  che è il risultato delle scelte scriteriate che la scuola ha compiuto negli ultimi  vent’anni. Mollano a causa della scuola che doveva dare pari opportunità a tutti, non è il colmo? 

Ciò che succede è che abbiamo ad un estremo un manipolo di studenti e studentesse normali (normali e non iperdotati) che  studiando sono in grado di assimilare anche una materia complessa. All’altro estremo una massa di studenti e  studentesse lontanissimi da una anche appena accettabile padronanza della lingua italiana e, a maggior ragione,  della materia che devono apprendere. 

Sono studenti che potranno anche strappare un 18, ma solo perché così va l’università oggi, non perché se l’è  meritato o mostra di aver capito abbastanza della materia.

È come se il cervello di questi studenti avesse una sorta di tara, o avesse subito una lesione che impedisce loro di fare  pensieri adulti, ossia non elementari come quelli di cui è capace un bambino. Se certe abilità, a partire dalla più fondamentale, la piena padronanza della lingua e delle sue strutture, non le hai  apprese al momento giusto, sarà estremamente difficile per te farlo in un momento successivo. E sarà tanto più  difficile quanto più una certa abilità (per esempio la capacità di astrazione) ne presuppone altre, magari  anch’esse caratterizzate da un loro peculiare periodo critico. 

Arrivati a questo punto, forse il lettore si aspetta che io chiami alla sbarra le riforme della scuola, e l’ideologia  progressista che le ha volute e imposte. Ma non lo farò. Perché se la macchina dell’istruzione è diventata un  formidabile amplificatore delle diseguaglianze, innanzitutto cognitive, non è solo colpa dei politici, delle riforme che pezzo dopo pezzo hanno smantellato quel  che c’era prima, ma è il risultato di un cambiamento complessivo della società italiana, che quelle scelte ha  gradito, assecondato, e mai seriamente combattuto. 

La scuola facilitata, con tutta la catena di conseguenze che produce, è innanzitutto il risultato dell’evoluzione  della mentalità collettiva, un lungo processo indubbiamente guidato dalla cultura progressista e dai suoi slogan –  “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” – ma che ha trovato negli studenti e  nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare.

C’era un tempo in cui le famiglie non facevano di testa loro, guidate solo dalle mode  e convenienze del momento. Allora si dava molto retta alle persone più autorevoli della propria cerchia. Non  autorevoli in generale, ma autorevoli in un dato campo, quello su cui occorreva prendere una determinata  decisione. 

L’insegnamento era una missione e l’insegnante era riconosciuto da tutti come “autorevole”. Se avesse annacquato l’insegnamento o chiuso un occhio su chi non aveva il livello di preparazione necessario,  avrebbe sentito di tradire lo stato, della cui volontà si sentiva la leale custode. Promuovere chi non ha i requisiti,  rilasciare titoli cui non corrispondono effettive capacità e conoscenze, nel mondo di ieri era percepito come un  falso in atto pubblico. E come un mandare allo sbaraglio gli studenti, lanciati nel mare aperto dell’università  senza l’imbarcazione giusta. 

Oggi la scuola è diventata una azienda erogatrici di “servizi”, che non devono rendere conto allo stato ma agli “utenti” del servizio. 

Il risultato di oggi è l’effetto della liberalizzazione dei piani di studio, ma anche della codardia della classe docente, impaurita  dalla protesta antiautoritaria, dalle accuse (spesso giustificate) di baronismo, più in generale dal clima  intimidatorio che la lotta contro la “selezione di classe” aveva creato. 

L’idea che si fece strada, e che tuttora aleggia sugli atenei non solo italiani, è che gli studenti siano dei bambini  fragili, bisognosi di protezione, accudimento, tutoraggio, senza il minimo riguardo all’altra faccia della storia di  questi anni: se gli studenti universitari hanno permanente bisogno di essere supportati, aiutati, assistiti, stimolati,  monitorati, è prima di tutto perché arrivano largamente impreparati; e se arrivano largamente impreparati è  perché, per decenni e decenni, la scuola è stata indotta ad abbassare gli standard, non tanto e non solo nel senso  di annacquare i programmi (cosa avvenuta in Italia meno che altrove), ma nel senso di abbassare sempre più  l’asticella della promozione. E quando la misura diventa un obiettivo, essa cessa di essere una buona misura. 

Bobbio colse quella contingenza storica per ammonirmi e farmi notare la differenza: una rivoluzione politica  può anche avere successo, ma è reversibile, basta una controrivoluzione o una controriforma per cancellarla; una  rivoluzione del costume, no, le rivoluzioni del costume durano. 

Eppure, basterebbe riflettere. La ragione per cui la dispersione ha raggiunto livelli intollerabili, il motivo per cui  – nonostante il nostro benessere – ancor oggi così pochi giovani riescono a laurearsi, è che, fin dalla scuola  dell’obbligo, abbiamo somministrato loro la medicina sbagliata dell’abbassamento dell’asticella. È stato uno  sbaglio, uno sbaglio enorme. Uno sbaglio che, come vedremo nell’ultima parte di questo libro, ha danneggiato  innanzitutto quei “ceti popolari” che l’ideologia democratica ha sempre finto di avere a cuore. 

Dice la dottoressa Mastracola: “Non sapevo a che ceto sociale appartenessero, le mie compagne. Non si capiva. O meglio, non era una categoria  che abitasse nei nostri cervelli: nessuna di noi ce l’aveva chiara. Ero piccola e sprovveduta. Facevo ragionamenti ingenui, molto semplici. C’era però un particolare. Portavamo  tutte il grembiulino bianco con il fiocco blu, eppure qualche differenza io riuscivo a notarla: c’era chi lo portava  ben stirato, con la stoffa quasi lucida, e chi lo aveva con le pieghe stazzonate e il colletto storto; c’era chi lo  aveva d’un bianco quasi abbagliante e chi invece di quel bianco giallino stanco, che sembrava sempre sporco; e  soprattutto il fiocco, c’era chi lo aveva bello gonfio, e chi un farfallino striminzito e stinto. Quelle erano le  differenze che “vedevo”. Non ricordo che i voti, alti o bassi, dipendessero dalla forma e dal colore del fiocco.  Non sono in grado di dire se chi era di famiglia bene andava meglio a scuola e chi era di ceto basso non riusciva  negli studi. Poteva essere, ma anche non essere. E comunque non si vedeva in modo così chiaro e indiscutibile.  Se però adesso mi sforzo, riesco a farmi venire qualche pallido sprazzo di memoria. Per esempio ricordo che la  prima della classe, quella che prendeva tutti 10, era figlia di operai. E la madre della seconda della classe, che  aveva la media del 9, faceva le pulizie. Ma c’era una bambina, con i denti mangiati dalle carie e con i capelli  perennemente unti, che andava male a scuola e, sì, doveva essere povera, perché ricordo che le davano i  quaderni del Patronato; e lei non imparava a scrivere, e sul quaderno faceva le macchie d’inchiostro. E il suo  grembiule era giallino. In compenso c’erano due figlie di dottore, una bambina bionda dolcissima e una bambina  bruna un po’ grassoccia, entrambe con il grembiulino inamidato, che arrivavano a malapena alla media del 7,  non di più. Forse studiavamo per una ragione ancora più semplice: se non studiavamo non passavamo l’anno e i genitori ci  dicevano che ci avrebbero mandati a lavorare. 

Ho detto che gli insegnanti davano brutti voti “senza pietà”. Sì, la pietà non era un sentimento contemplato, tra i  docenti. Tantomeno richiesto, o apprezzato. Andava molto di più fare il proprio dovere, che era di far bene  lezione e dare i voti giusti: alti a chi studiava, bassi a chi non studiava. Era una scuola semplice. Se vogliamo,  anche molto ovvia. Il senso del dovere dei docenti però funzionava: induceva noi studenti allo stesso senso del  dovere. Per cui, se avevamo insegnanti che esigevano da noi lo studio, noi studiavamo. Chiarisco il verbo  esigere. Non si limitavano a dirci di studiare, lo esigevano. 

La dispersione scolastica è una bocciatura più soft, diluita nel tempo, ma meno chiara e meno onesta: non  bocciamo più, ma lasciamo che i ragazzi si disperdano. (Salvo poi dedicarci con passione a studiare il fenomeno  della dispersione, finanziando progetti e ricerche…) 

Ora al classico ci va chi ha avuto la fortuna, alle elementari e medie, di avere insegnanti che tenevano alta  l’asticella: questa è oggi la vera élite. E l’ha costruita, abbassando quella benedetta asticella, proprio chi si  batteva perché la scuola non fosse d’élite. 

Mi dilungo a descrivere questo fenomeno, perché poi studiare è diventato leggere il capitolo assegnato,  richiudere il libro (o il tablet) e basta. Si pensa che sia sufficiente. Ho passato anni a spiegare ai miei allievi che  non lo è. Ciò che si legge soltanto, vola via. È come se ogni volta la frase successiva scacciasse dalla mente la  frase precedente. Studiare non è leggere. Bisogna selezionare, riorganizzare, trattenere, ricordare. E ricordare è  imprimere. Come facevano gli antichi, che imprimevano le parole su una tavoletta di cera. O nel cuore. 

Se il cosiddetto ascensore sociale non funziona più, è perché ai poveri, per non farli sentire poveri, abbiamo dato  una scuola impoverita. 

Oggi siamo afflitti da questo difetto di collocazione temporale, che ci fa compiere atti vandalici e iconoclastici  rozzi e ridicoli: togliere dal programma i miti greci perché ci paiono pieni zeppi di episodi di violenza che  potrebbero suonare come insulto alle donne; abolire le favole classiche, perché la principessa s’innamora sempre del Principe azzurro, e questo ci pare insopportabilmente antifemminista e omofobico; eliminare Dante, perché  colloca Maometto al fondo dell’Inferno, e questo potrebbe offendere chi è di religione musulmana. (Ma  veramente consideriamo Zeus uno stupratore seriale? E la Bella Addormentata una poveretta che si lascia  baciare da uno sconosciuto senza aver dato il consenso informato?) 

Errori madornali di prospettiva. Esempi demenziali di distorsione ideologica. Succede quando non si ha più  dimestichezza con il passato, non si sanno collocare le cose nel tempo. Succede quando non si è più in grado di  leggere interpretando, di cogliere il valore simbolico di una storia, il doppio livello semantico di una parola.  Così, tutto viene travolto dal delirio del politicamente corretto, frullato in un presente che confonde e distrugge. 

Dev’essere molto colto, un insegnante, lo vogliamo dire? Parlo di cultura, non di erudizione. Parlo di quella  cultura profonda e non esibita, nemmeno tanto consapevole, fatta di sottili strati, accumulata negli anni e  depositata sul fondo, che riemerge a tratti, senza nemmeno volerlo. 

È lo stravolgimento ultimo e definitivo della scuola intesa come luogo di cultura. Le competenze sostituiscono di  fatto le conoscenze, o perlomeno le rendono subordinate e marginali. Ora non importa più il sapere, gratuito,  libero, fine a se stesso, ma importa il saper fare. Si apprendono nozioni solo se utili, finalizzate a un risultato  pratico, “spendibili” poi nel mondo del lavoro. I contenuti disciplinari si riducono a puri “strumenti”, utilizzabili  per “costruire esiti formativi”. 

Ora, dopo la frattura della roccia e la deriva conseguente, si studia Dante solo se “utile strumento” per  “acquisire” determinate “competenze spendibili” nella vita lavorativa. Lascio al lettore immaginare quali  possano mai essere le competenze legate alla Divina Commedia… Ciò che mi sembra drammaticamente chiaro è  il definitivo trionfo dell’“utile”, la fine di quella nobile inutilità che ha a che fare con lo studio in sé, cioè con la  libertà sganciata da ogni progettualità e finalità future. Puro spazio della mente, tempo sospeso che la scuola ci  regalava (e coincideva, guarda un po’, con la giovinezza): il tempo in cui ci prendevamo il lusso di coltivare il  nostro spirito, prima di consegnarci alle incombenze della vita adulta.

Nonché in balia di una forza con cui sempre più deve fare i conti: i genitori, la loro sempre crescente ingerenza  nella conduzione dell’azienda-scuola. Ma, soprattutto, il loro continuo intervento in difesa dei figli. I genitori  sono gli strenui e indefessi paladini dei figli e, a priori, direi per partito preso, si schierano contro gli insegnanti:  li percepiscono, e li trattano, come il nemico. Li combattono. Di fronte alla prima insufficienza del figlio,  corrono dall’insegnante a protestare. E se non basta, vanno dal preside a fare le loro rimostranze. Quasi sempre  vincono la battaglia: il preside convoca l’insegnante, non l’allievo. È sempre l’insegnante l’imputato, colui che  deve difendere il suo operato, spiegare perché ha dato quel brutto voto, e vivere nel timore di ricorsi, processi,  condanne. Non è mai l’allievo a dover giustificare la sua insufficienza, il suo mancato studio o un suo gesto  sbagliato, contro le regole. 

Bisognerebbe occuparsi molto anche di loro, invece, perché una società che si perde i migliori amputa il suo  futuro. Qui, dovremmo chiedere scusa, non solo a loro ma alla società, a cui abbiamo consegnato ragazzi furbetti, viziati  e sommamente impreparati. Abbiamo certificato il falso. Ogni volta che promuoviamo qualcuno nonostante le  sue insufficienze, è questo che facciamo, consapevolmente o no: compiamo un falso in atto pubblico. 

Ma soprattutto, e ancora più importante, nel passaggio dalle generazioni più anziane (baby boomer e  generazione X) a quelle più recenti (millenial e generazione Z), si amplia enormemente la divaricazione fra la  quota di posizioni alte raggiungibili dai figli e quelle a loro tempo raggiungibili dai padri. 

Detto altrimenti: il meccanismo dell’ascensore sociale è oggi bloccato non solo perché le posizioni alte  scarseggiano per i figli, ma anche perché erano abbondanti per i padri. E il punto di svolta è fra il 1977 e il 1978:  per chi è nato fra la fine della guerra e il 1977 le opportunità di ascesa sociale erano maggiori di quelle dei  genitori, per chi è nato dopo sono minori. 

L’abbassamento della qualità dell’istruzione ha danneggiato i ceti popolari più  di quanto abbia danneggiato i ceti alti? 

Evidenziazione (Giallo) | Posizione 1995 

La scuola senza qualità amplia il vantaggio dei ceti alti, quella di qualità attenua lo svantaggio dei  ceti popolari. Nella gara della vita, sono i ceti deboli le vere vittime di un abbassamento della qualità della  scuola. 

Nel passaggio da una scuola pessima a una scuola ottima tutti, ricchi e poveri, migliorano le rispettive possibilità  di ascesa sociale, ma Gianni vede dimezzarsi lo svantaggio che lo separa da Pierino. La scuola di qualità attenua  le diseguaglianze iniziali. 

Se, per massimizzare la comparabilità delle situazioni, trascuriamo le generazioni estreme (nati prima del 1954 e  dopo il 1973) e ci concentriamo su due coorti contigue, ovvero i nati nei dieci anni prima e nei dieci anni dopo il  biennio spartiacque (1964-1965), otteniamo il seguente risultato: a parità di altre condizioni, le chance di  successo di un nato nel 1954 sono quasi tre volte maggiori di quelle di un nato nel 1973. 

Più esattamente: nel passaggio da una scuola molto severa a una molto indulgente33 le chance di successo si  riducono del 29%. Un’ulteriore conferma dei danni sociali che l’abbassamento dell’asticella può produrre. 

Paradossalmente, il fallimento conclamato dei meccanismi meritocratici, con l’ampia diffusione di privilegi,  ingiustizie, clientele, funziona come un balsamo psicologico per i ceti bassi, che possono così evitare di vivere  come fallimenti personali i propri insuccessi. 

Da un lato, il fatto che i veramente poveri, anche quando sono dotati di talento, siano costretti a interrompere gli  studi per mancanza di mezzi. Dall’altro, il fatto che, alla fine, la scuola facile tolga ai figli dei ceti medio-bassi  che la frequentano l’unica vera arma con cui, terminati gli studi, potrebbero competere con i figli dei ceti medio alti: un’istruzione di elevata qualità. 

No, cari finti progressisti, su questo avete toppato. È stato uno sbaglio enorme. Il danno che avete inferto al  nostro paese è grande, ma il danno che avete inferto ai ceti popolari è ancora più grave, e non scusabile. Perché  l’abbassamento degli standard ha aumentato, non ridotto, le diseguaglianze sociali. Ricevere un’ottima  istruzione era l’unica vera carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con i figli di quelli alti, cui molti di  voi appartengono. Gliela avete tolta, e avete avuto il becco di farlo in nome loro. Imperdonabile. 

E’ la passione che muove le nostre vite, la vita di chi insegna così come la vita di chi  impara.