Si chiama “food affordability”, cioè cibo a prezzo equo: una delle proposte che hanno fatto vincere Mandani come sindaco di New York
In molte zone povere di NYC esistono veri e propri “food deserts”: pochi supermercati, prezzi alti, dominio delle piccole botteghe che vendono solo prodotti di cibo confezionato assieme a sigarette, lampadine e ferramenta di prima necessità.
Molte persone hanno difficoltà a muoversi dal proprio quartiere per fare la spesa perché non possiedono automobili e l’uso dei mezzi pubblici comportano un ulteriore costo. Aprire supermercati a basso costo in queste zone significherebbe: prodotti freschi accessibili, alternative sane ai junk food più economici, maggiore concorrenza → prezzi più bassi per tutti.
Ogni supermercato creerebbe decine di posti di lavoro (cassieri, logistica, reparto fresco, sicurezza), utili proprio nelle aree che ne hanno più bisogno. Questo progetto ha come obiettivo una buona educazione alimentare, e ridurre la malnutrizione e la dipendenza da cibo preconfezionato. Non è carità, è infrastruttura sociale.
Da un punto di vista sociale è una delle soluzioni più concrete per migliorare la qualità della vita nelle zone più fragili.
Vedremo se Mandani manterrà queste promesse oppure se sarà stata, come spesso accade, una promessa elettorale non mantenuta.
L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro a una velocità mai vista prima. Automazione dei processi, analisi dei dati, generazione di contenuti: le macchine stanno diventando sempre più capaci per offrire a chiunque tutte le informazioni che desidera. Ma in mezzo a questa rivoluzione una verità rimane evidente: il successo è di chi farà cose che la tecnologia non potrà mai sostituire.
Non sarà la tecnologia a sostituire l’essere umano, ma l’essere umano che integra la tecnologia a diventare insostituibile.
1. Il talento: l’elemento irripetibile
Il talento è quella combinazione unica di esperienza passione, intuizione, creatività e sensibilità personale.
L’AI può generare modelli, suggerire soluzioni, imitare stili. Ma non può creare una visione.
Il talento è l’idea geniale, l’intuizione che cambia un progetto, un tocco originale che trasforma qualcosa di disponibile in termini di informazione a tutti in qualcosa di unico e straordinario.
Nel futuro del lavoro, il talento sarà la differenza tra chi si limita a usare l’AI e chi la utilizza in modo critico per amplificare ciò che è già capace di fare.
2. L’intelletto: il “sistema operativo” che governa la nostra mente
L’intelligenza artificiale è potente, ma non è “intelligente” nel senso umano del termine.
Non comprende il contesto, non ha etica, non sa distinguere ciò che è giusto da ciò che è semplicemente possibile.
Ecco perché l’intelletto umano sarà ancora più centrale:
pensiero critico, per valutare e correggere output automatici;
capacità strategica, per integrare la tecnologia negli obiettivi dell’azienda;
decisione consapevole, per orientare l’AI verso l’impatto e non solo verso l’efficienza.
Il futuro del lavoro richiede menti che sappiano dialogare con l’AI, non subirla. E poi… per dirla tutta… riguardo all’intelletto “ognuno deve fare i conti con i neuroni che ha”
3. La manualità: il valore del “saper fare”
In un mondo iperdigitalizzato, la manualità diventa un valore sempre più raro e prezioso.
Elettricisti, idraulici, carpentieri saranno sempre più ricercati perché la domanda privata è pubblica crescerà in modo esponenziale.
La manualità non è solo abilità fisica, ma un linguaggio che unisce corpo e mente.
Che si tratti di un artigiano, di un tecnico di laboratorio, di un meccanico o di un designer, la manualità è ciò che dà vita al lavoro, lo rende concreto, unico e irriproducibile.
Conclusione
L’AI non rimpiazza l’essere umano: lo costringe a evolvere.
Nel futuro del lavoro vinceranno coloro che sapranno usare la tecnologia come leva, non come stampella.
E saranno:
Il talento che nasce dall’esperienza
L’intelletto che ha le radici nel “sistema operativo della nostra mente” e che cresce con gli stimoli ricevuti negli anni
La manualità che rendere l’essere umano non solo rilevante, ma essenziale. I lavoratori come elettricisti, idraulici, carpentieri saranno i nuovi ricchi di domani!
Parla di “abbondanza sostenibile”: un mondo in cui energia pulita, intelligenza artificiale e automazione ci garantiscono prosperità senza sprechi.
Una promessa che suona come fantascienza ma per Elon Musk è un piano industriale.
Nel suo Master Plan Part IV, Tesla non si presenta più solo come un’azienda di auto elettriche, ma come una fabbrica di futuro: robot autonomi, energia solare, mobilità sostenibile, intelligenza artificiale al servizio dell’uomo.
L’obiettivo? “Accelerare la transizione verso l’abbondanza sostenibile” — un sistema in cui la tecnologia non divora risorse, ma le moltiplica.
Eppure la domanda resta aperta: questa è visione o ambizione?
C’è chi vede Musk come un moderno Edison, capace di spingere l’umanità oltre i propri limiti.
E chi invece lo accusa di vendere sogni, di costruire aspettative più grandi della realtà.
Forse la verità sta nel mezzo: la visione è l’ambizione che trova una direzione.
E nel bene o nel male, Musk quella direzione l’ha già tracciata.
Ora che abbiamo parlato di visione o ambizione, parliamo di premio: 1000 miliardi di dollari. Gli azionisti hanno detto si, se raggiunge obiettivi spaziali: 20 milioni di veicoli, 1 milione di robot-taxi, un valore aziendale oltre 8,5 trilioni di dollari, entro il 2034. Ciò non è altro che una gestione per obiettivi concreta, misurabile ma non facilmente raggiungibile.
In Italia non comanda più il merito, ma l’eredità. Dalla “generazione del boom” alla “generazione in fuga”, ecco come il Paese è passato dal lavoro come ascensore sociale all’eredità come unico paracadute.
I Boomer: i figli del boom economico
I baby boomer, nati tra gli anni ’50 e ’60, sono cresciuti nell’Italia del miracolo economico. Un Paese che si arricchiva, dove il lavoro era abbondante, la casa un obiettivo raggiungibile e la pensione una certezza. Molti di loro hanno comprato immobili, risparmiato, costruito piccole fortune familiari. Sono la generazione che ha beneficiato di uno Stato sociale solido e di un’economia in espansione. Oggi, in molti casi, possiedono più case, pensioni sicure e conti correnti ben forniti.
Per loro il futuro era un diritto. E il presente, un premio.
I Millennials: i figli del futuro rubato
La generazione dei Millennials — nati tra gli anni ’80 e i primi ’90 — è cresciuta con una promessa: studia, impegnati, e avrai un lavoro migliore dei tuoi genitori. Ma quando sono entrati nel mondo del lavoro, quella promessa si è frantumata. Precarietà, stipendi bassi, affitti impossibili e un sistema bloccato da chi è arrivato prima.
Molti Millennials hanno accusato i Boomer di aver “rubato il futuro”: di aver goduto di opportunità uniche senza lasciare spazio a chi veniva dopo. Eppure oggi sono proprio loro — i Millennials — a diventare gli eredi diretti di quella ricchezza. Il paradosso è evidente: chi maledice i genitori è anche chi, in futuro, erediterà il loro patrimonio. E così, da “generazione arrabbiata”, rischiano di diventare la generazione ereditiera.
La Generazione Z: quella che se ne va
Infine c’è la Generazione Z, i nati tra la fine degli anni ’90 e i 2010. Sono cresciuti in un mondo digitale, connesso e globalizzato, ma anche in un Paese che offre sempre meno. Hanno visto i Millennials faticare, i Boomer conservare, e hanno deciso che l’unica via d’uscita è partire.
Studiano, imparano le lingue e se ne vanno: Londra, Berlino, Amsterdam, Lisbona, Dublino. Non per spirito d’avventura, ma per sopravvivenza economica e dignità professionale. Si portano dietro competenze e creatività, e lasciano un Paese sempre più vecchio, dove l’ascensore sociale si è rotto e l’unico modo per salire è nascere nella famiglia giusta.
Ereditocrazia: quando il futuro si eredita
L’Italia è diventata un Paese dove il futuro non si costruisce, ma si eredita. Un sistema in cui la ricchezza non circola, ma si trasmette. Chi nasce da genitori benestanti parte in vantaggio, chi no rischia di restare indietro per sempre.
Non è più una meritocrazia, ma un’ereditocrazia.
In questo scenario, le tre generazioni italiane vivono in un paradosso collettivo: i Boomer proteggono il passato, i Millennials aspettano l’eredità, e la Generazione Z — stanca di aspettare — prende il primo volo e se ne va.
Forse, il vero atto rivoluzionario oggi non è ereditare, ma ricominciare altrove.
Anteprima: Il techno-feudalesimo non è un ritorno al Medioevo, ma l’evoluzione estrema del capitalismo digitale. Dalle terre ai dati, dai feudi ai cloud: stiamo entrando in un’epoca in cui pochi possiedono tutto, e gli utenti diventano inconsapevolmente servi digitali.
Un nuovo sistema di potere
Il techno-feudalesimo non significa un ritorno al passato. È un fenomeno nuovo, coerente con il modo in cui la società si è trasformata negli ultimi decenni.
Il parallelo con il feudalesimo medievale ci aiuta però a comprendere quanto la prospettiva a cui potremmo trovarci di fronte sia difficile e preoccupante.
Dal possesso della terra al possesso del capitale
Nel feudalesimo medievale il potere derivava dal possesso della terra. La terra dava potere politico, economico e religioso; la ricchezza si accumulava attraverso la rendita, cioè affittando la terra a chi la lavorava, contadini, fabbri, artigiani e chiunque fosse inserito nel “feudo”.
Con il capitalismo, il potere si è gradualmente spostato da chi possedeva la terra a chi possedeva il capitale. Ma che cos’è il capitale? Non è solo denaro, ma l’insieme dei mezzi di produzione: strumenti, macchinari, edifici, tutto ciò che serve per generare denaro. Il capitale sono i mezzi di produzione.
Con il capitalismo, dunque, il potere è passato dai proprietari terrieri ai proprietari del capitale. Ciò non significa che i primi abbiano perso ogni potere, ma non è più quel tipo di potere che muove il sistema. Oggi il motore del sistema sono le macchine, i mezzi di produzione, il capitale stesso.
Dall’era industriale all’era del cloud
Nell’era del “cloud”, il capitale ha saputo cogliere l’opportunità offerta da questa grande trasformazione tecnologica. È riuscito a ottenere rendite digitali, estraendo gratuitamente valore dalle persone. Si è così creata una nuova forma di capitale: una mutazione del capitale, molto diversa da quelle precedenti.
L’aratro, il trattore o i robot industriali sono mezzi di produzione. Allo stesso modo, smartphone, tablet, computer e l’infrastruttura che li collega, algoritmi e server farm sono anch’essi macchine. Tuttavia, queste macchine non producono nulla di per sé: creano un’interfaccia tra noi e il sistema, attraverso la quale siamo noi ad addestrarle a conoscerci, così bene da poterci fornire suggerimenti personalizzati.
Amazon e i nuovi feudi digitali
Quando Amazon ti consiglia dei libri, spesso in modo azzeccato, guadagna la tua fiducia. Così, quando ti propone di acquistare una bici elettrica, la scelta risulta coerente con i tuoi desideri del momento. In questo modo, Amazon ha sostituito inserzionisti e responsabili marketing con macchine intelligenti, che tu stesso addestri ogni volta che interagisci nel cloud.
La bici elettrica, quindi, non la compri più dal mercato tradizionale, ma da una piattaforma che somiglia a un moderno “feudo”, non fatto di terra “viva” ma di terra digitale.
Amazon.com è un feudo appartenente a un solo uomo: Jeff Bezos.
Come i signori feudali di un tempo, egli possiede un feudo che non produce nulla direttamente. È un capitalista che detiene un capitale improduttivo, ma con il potere di sostituirsi al mercato e farti pagare la bici elettrica con un margine magari del 40%. Non è una rendita fondiaria, ma una nuova forma di rendita: la rendita digitale.
Dal capitalismo al techno-feudalesimo
Siamo entrati in un mondo iper-capitalista che ha generato una trasformazione: dai proprietari dei mezzi di produzione ai proprietari del cloud, i nuovi signori digitali che estraggono rendite da tutti, utenti dei social e capitalisti tradizionali compresi.
Ogni volta che pubblichi qualcosa su YouTube, accresci il capitale del cloud di Google. Anche i capitalisti tradizionali, per vendere i propri prodotti, devono passare da questi feudi digitali, cedendo il 30-40% del valore, proprio come gli sviluppatori di app che devono lasciare ad Apple il 30% dei loro guadagni.
La nuova servitù digitale
Siamo ormai in una società dominata da un capitale che ha perso gli ingredienti fondamentali del capitalismo: i mercati e il profitto. I mercati avevano sostituito i feudi e i profitti avevano sostituito le rendite. Ora, invece, abbiamo piattaforme che funzionano come feudi del cloud, dove i profitti vengono risucchiati sotto forma di rendite digitali.
Non siamo tornati al feudalesimo: siamo andati oltre, verso qualcosa che trasforma gli utenti in una nuova forma di servitù digitale.
Autore: Lory54 📅 Data di pubblicazione:5 novembre 2025 🏷️ #geopolitica, #Stati Uniti, #technofeudalesimo,#politicainternazionale, #nuovoordinemondiale,#neocapitalismo,#ipercapitalismo,#capitalismodigitale
La rivoluzione geopolitica mondiale: il tramonto dell’impero americano e la nascita di un nuovo ordine globale
Il mondo vive una rivoluzione geopolitica: gli Stati Uniti, un tempo potenza dominante, si ritirano dal ruolo di guida globale. Dalla crisi americana alla guerra in Ucraina, fino al caos in Medio Oriente e nel Mediterraneo: analisi del nuovo ordine mondiale.Negli ultimi anni il mondo sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda: la fine dell’egemonia americana e la nascita di un nuovo equilibrio di potere. Quella che fu la superpotenza indiscussa del Novecento appare oggi come un impero in crisi, logorato da divisioni interne e incapace di mantenere il suo ruolo globale.
#geopolitica, #Stati Uniti, #Cina, #Trump, #Ucraina, #Medio Oriente, #Mediterraneo, #Italia, #politicainternazionale, #Israele, #MedioOriente, #Mediterraneo, #nuovo ordine mondiale.
🇺🇸 L’America che non crede più in se stessa
Per oltre un secolo gli Stati Uniti hanno rappresentato non solo una potenza militare ed economica, ma anche un modello culturale fondato sul mito del sogno americano. Oggi, però, quel sogno si è infranto: il 70% degli americani non crede più che impegno e libertà garantiscano prosperità.
La società statunitense è spaccata in due:
da un lato, l’America profonda e nostalgica degli anni Sessanta e Settanta;
dall’altro, le grandi metropoli globali, dove la tecnologia e la finanza hanno creato nuove élite e nuove disuguaglianze.
Un Paese diviso, senza più un’identità collettiva, non può reggere un impero mondiale.
⚓ Il declino della potenza militare
Per decenni gli Stati Uniti hanno dominato gli oceani e, di conseguenza, il commercio mondiale. Oggi la situazione è diversa: la marina americana è in crisi, al punto che Washington acquista navi militari dall’Italia per colmare le proprie lacune.
È un segnale simbolico ma significativo: la potenza che un tempo assicurava la libertà dei mari ora fatica a difendere la propria supremazia.
🐉 Cina: da “allievo” a rivale globale
Negli anni Duemila, l’amministrazione Clinton sognava di trasformare la Cina in un partner democratico integrandola nell’economia globale. È accaduto l’opposto: Pechino ha sfruttato la globalizzazione americana per rafforzare il proprio modello autoritario e diventare una superpotenza economica e tecnologica.
In soli venticinque anni, gli Stati Uniti hanno perso il monopolio economico mondiale. Non è più un declino graduale: è un vero e proprio crollo di sistema.
🦅 L’era Trump e il ritorno al nazionalismo
Con il ritorno di Donald Trump, gli Stati Uniti stanno ridefinendo la propria strategia geopolitica. Il messaggio è chiaro: “basta esportare la democrazia, concentriamoci sull’America”.
Il nuovo corso segna una rinegoziazione della dottrina Monroe: il focus torna sull’emisfero occidentale, con un progressivo disimpegno dalle aree globali. Trump accentra il potere presidenziale e riscrive la politica estera, privilegiando un’America più isolazionista, protetta dai propri confini e meno interessata a guidare il mondo.
🇺🇦 Ucraina: la guerra del logoramento
L’invasione russa del febbraio 2022, iniziata come un’operazione lampo, è diventata una guerra di logoramento. Mosca combatte per il tempo, Kiev per lo spazio.
La Russia punta a indebolire la resistenza ucraina e a distruggere il morale del nemico; l’Ucraina difende ogni metro di territorio, ma a caro prezzo. Oggi il Paese ha perso più della metà della popolazione prebellica, mentre l’Europa continua a sostenere lo sforzo bellico, temendo che una resa possa aprire la strada all’espansione russa.
✡️ Il Medio Oriente in fiamme
Il 7 ottobre 2023 ha segnato una nuova escalation nella crisi mediorientale. L’attacco di Hamas e la brutale risposta israeliana hanno trasformato il conflitto in una guerra esistenziale senza via d’uscita.
Il governo di Netanyahu, spinto da motivazioni ideologiche e religiose, punta a eliminare Hamas, ma a costo di una catastrofe umanitaria a Gaza. La storica formula dei “due Stati” è ormai irrealizzabile: le colonie israeliane frammentano il territorio palestinese e le divisioni interne tra Hamas e Fatah impediscono qualsiasi soluzione politica.
🌊 L’Europa e il Mediterraneo: nuovi rischi e vecchie debolezze
Nel frattempo, l’Europa scopre la propria vulnerabilità strategica. L’Italia, unico grande Paese europeo senza accesso diretto agli oceani, è oggi penalizzata dalla crisi del Mar Rosso.
La rivolta degli Houthi nello Yemen ha ridotto del 50% il traffico commerciale attraverso il Canale di Suez, costringendo molte navi a circumnavigare l’Africa. Per un Paese esportatore come l’Italia, ciò significa tempi più lunghi, costi più alti e rischio di isolamento logistico.
Il Mediterraneo, un tempo “mare interno” sicuro, torna così a essere un campo di battaglia geopolitico.
🧠 Conclusione: ritrovare il senso della realtà
Viviamo una rivoluzione geopolitica mondiale. Gli equilibri costruiti dopo il 1945 stanno crollando e nessuna potenza — nemmeno gli Stati Uniti — può più considerarsi invulnerabile.
Per l’Italia e l’Europa è tempo di realismo: non di paura, ma di consapevolezza. Solo comprendendo la portata del cambiamento possiamo affrontare il futuro senza esserne travolti.
💬 Autore: Lory54 📅 Data di pubblicazione:3 novembre 2025 🏷️ #geopolitica, #Stati Uniti, #Cina, #Trump, #Ucraina, #Medio Oriente, #Mediterraneo, #Italia, #politicainternazionale, #Israele, #MedioOriente, #Mediterraneo, #nuovo ordine mondiale.
Va sotto il nome di “Socialismo digitale” tutto il pensiero filosofico che ha come obiettivo coniugare, per un futuro non molto lontano, Intelligenza Artificiale, Giustizia sociale e futuro del lavoro.
Stiamo assistendo ad una crescita degli investimenti nelle start-up del settore AI che ha pochi precedenti nella storia degli investimenti finanziari. Ciò avviene nei mercati azionari malgrado i piani di ROI (return of investment) siano assolutamente “evanescenti”. Piani che però hanno in comune una promessa: usare l’efficienza della tecnologia del “lavoro AI” per sostituire, e in molti casi rendere inutile, il “lavoro vivo” (fatto dalle persone).
Altro fattore rivoluzionario rispetto al passato è che nell’era dell’intelligenza artificiale il potere economico non è più, come nel novecento, nelle mani di chi possiede le fabbriche e i mezzi di produzione ma di chi “controlla” i dati senza “possederli”.
L’era della tecnica e della innovazione incontrollata in cui viviamo non ha scopi se non quelli di “continuare a innovare se stessa”, senza preoccuparsi dell’impatto sociale che ogni innovazione può provocare. La tecnica non è più “il mezzo” per ottenere un fine (il benessere sociale).
Il “mezzo”, la tecnica, è esso stesso il “fine” (innovare continuamente se stessa). La tecnica non ha morale da seguire, non ha scopo se non innovare se stessa.
Parlare di “socialismo digitale” non significa tornare al passato, ma cercare di pensare ad un futuro dove la tecnologia serve le persone e accresce il benessere collettivo. E’ un invito a ripensare la proprietà dei dati e alla distribuzione del valore digitale e al ruolo della sussidiarietà sociale per far fronte all’impatto che l’AI avrà in futuro sulla disoccupazione di tipo operativo, professionale e manageriale.
Tu che ne pensi? La rete digitale provocherà maggiori disuguaglianze oppure saprà regolamentarsi?
Ma cosa sta succedendo nelle borse mondiali? E’ come se i capitali fossero su un piano inclinato per cui tutti gli investimenti si spostano sulle aziende che fanno AI, e poco rimane alle aziende manifatturiere o del business tradizionale che hanno bisogno di capitali per continuare a creare occupazione.
Quello che è certo è che ci sarà una competizione brutale fra le varie società del mondo AI che oggi hanno enormi capitali di investimento ricevuti dal mercato mondiale; però sappiamo sin da ora che non saranno tutti vincitori e molte aziende quotate andranno a “gambe all’aria”.
Questo è un male endemico del capitalismo e in un passato, anche recente, lo si è già visto con la bolla tecnologica dell’anno 2000. Quando succederà non lo possiamo sapere ma qualcosa è sicuro che succederà.
Inoltre, e questo è ancor più grave, nessuna attenzione viene posta all’impatto sociale che l’avvento dell’AI provocherà.
E’ notizia di questi giorni che Amazon licenzia 14.000 persone per arrivare probabilmente a licenziarne 30.000. Ciò non è dovuto ad una crisi di Amazon, anzi è il motivo per cui è premiata dal mercato; Amazon prevede per il futuro investimenti per 100 miliardi l’anno nell’AI con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro”vivo” (cioè centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno nei prossimi anni) in modo da ridurre di 30 centesimi il costo della spedizione di ogni pacco.
La modernità e la tecnica non regolamentata non ha scopi, non ha finalità sociali, se non quelli di raggiungere i suoi obiettivi; essa evolve senza porsi il problema su quali possono essere i problemi sociali o politici che può provocare.
Quelli di Amazoni sono i primi sintomi di una crisi che arriverà con l’AI: un taglio costante di posti di lavoro non solo “operativi” ma di impiegati, avvocati, consulenti, commercianti, etc.. Tutti saremo travolti dall’intelligenza artificiale, non solo chi avrà investito in aziende che non avranno vinto la competizione ma soprattutto dalla disoccupazione che farà calare la domanda interna e quindi i consumi che con un calo dei prezzi e dei margini delle aziende potrà generare la peggiore delle condizioni economiche: la deflazione.
Allora la domanda che ci si pone è: che tipo di società sarà in grado fra 10 o 20 anni di governare i conflitti tra classi sociali: sarà un nuovo Socialismo Digitale o un Tecno Feudalismo di poche multinazionali?
Gli appunti che seguono fanno tesoro delle considerazioni relative ad articoli, video digitali e conferenze pubbliche che Umberto Galimberti ha svolto nella sua veste di filosofo psicoanalista e saggista.
I temi centrali, sono:
il rapporto tra filosofia e psicoanalisi;
la tecnica come forza dominante nella società contemporanea;
Il disagio giovanile e le fragilità della modernità
l’etica, la religione e la crisi di senso nella società secolarizzata.
Seguono appunti:
LA FRAGILITÀ DELLA MODERNITA’
Sono due gli scenari molto potenti e significativi che governano da sempre il pensiero del mondo; essi hanno consentito all’umanità di avere una direzione, un senso nella vita, un criterio di giudizio su sé stessi e sul mondo. Essi sono: lo scenario della Grecia Antica e lo scenario Giudaico-Cristiano
Lo scenario Greco
Per i Greci antichi la natura non era vista come qualcosa di separato dall’uomo, né come semplice “materia inerte”: era animata, viva, intrisa di divinità.
Ogni elemento naturale aveva un suo dio o spirito: il mare con Poseidone, la terra con Gea, il sole con Apollo, etc.. Boschi, fonti, montagne e grotte erano spesso spazi sacri in cui si percepiva la presenza del divino. La natura era regolata da leggi divine e razionali, a cui anche gli uomini dovevano adattarsi per vivere in equilibrio.
Il concetto del senso del limite per i Greci era centrale, sia nella religione che nella filosofia e nell’etica.
L’uomo non deve oltrepassare i confini che gli sono propri; la vita buona se è “secondo misura”. La tracotanza (hybris), cioè il superamento dei limiti imposti agli uomini, offende gli Dei. In risposta arriva Némesis, la giustizia divina, che riporta equilibrio punendo chi ha osato troppo.
Per i filosofi, riconoscere il proprio limite significa sapere di non sapere (Socrate) e distinguere ciò che è umano da ciò che è divino.
I Greci hanno creato un’etica grandiosa che era l’etica del limite, se vivere ha un’esistenza limitata non oltrepassare il tuo limite, se vuoi essere felice realizza te stesso senza trapassare il tuo limite perché magari sei un bravo scultore ma non sei bravo come Fidia e se cerchi di superare Fidia, prepari la tua rovina. Questo concetto di limite è un concetto fondamentale per il mondo greco.
Gli uomini per i Greci antichi sono “mortali”. Gli uomini, come gli alberi e gli animali, devono nascere, crescere e morire e questo vale per tutti i viventi, l’uomo compreso; accettare la morte e i limiti della propria condizione era un modo per vivere in armonia con il cosmo.
Non avevano nessuna speranza ultraterrena e una concezione del tempo ciclico simile a quella degli agricoltori. Chi ha vissuto tanti cicli di natura: inverno, primavera, estate, autunno morirà. Punto!
I Greci antichi e la tecnica
Il mito di Prometeo è uno dei modi più profondi con cui i Greci hanno riflettuto sulla tecnica (Téchne) e sul suo rapporto con l’uomo. Prometeo, per esempio, ruba agli dei il fuoco e lo dona agli uomini; ma Il fuoco non è solo calore, è simbolo di tecnica, conoscenza, capacità di trasformazione della natura.
La tecnica serve a compensare la fragilità dell’uomo, privo di artigli, zanne o difese naturali.
Essa è una forza liberatrice (permette di costruire case, navi , utensili) ma porta con sé anche rischi: può rendere l’uomo superbo, spingendolo a superare i propri limiti,
Lo scenario giudaico-cristiano
Nella tradizione ebraica (Antico Testamento)
l’uomo è mortale: “polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19)
L’immortalità non è naturale, ma un dono di Dio
Progressivamente nasce la speranza di una resurrezione dei morti (es. libro di Daniele)
Nel Cristianesimo ( Nuovo Testamento)
Cristo vince la morte con la Resurrezione: questo è il fondamento della speranza cristiana
L’immortalità non riguarda l’anima in sé (come nei Greci), ma l’uomo intero, corpo e anima, che sarà risuscitato da Dio.
La vita eterna è comunione con Dio, non semplice “sopravvivenza” oltre la morte.
L’immortalità non è automatica: dipende dalla fede e dalla grazia divina.
In sintesi: nella cultura giudaio-cristiana l’immortalità non è un possesso dell’uomo, ma una promessa: la resurrezione e la vita eterna presso Dio, resa possibile da Cristo.
Lo scenario giudaico-cristiano è esattamente all’opposto dello scenario della Grecia Antica, nel senso che la natura è una creatura di Dio; essa è buona perché Dio fa solo cose buone.
Dio consegna all’uomo la natura affinché (Adamo) per conto di Dio, possa dominarla.
“Dominerai sugli animali della terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine”. L’uomo diventa padrone della terra e autorizzato da Dio domina il mondo.
La differenza fra i due scenari sta nel concetto di tempo, o meglio di vita. La vita nello scenario Giudaico-Cristiano non è più ciclica. Oltre la morte c’è la resurrezione. Nella tradizione Giudaico-Cristiana la vita ha una sua linearità dove:
il passato è male e peccato
il presente è redenzione
il futuro è salvezza.
ll futuro per la Cristianità è sempre positivo. Ciò ha costituito una grossa iniezione di ottimismo nella cultura occidentale; anche chi si pone in contraddizione, nel concetto dil tempo, vive nello scenario della Cristianità.
Per Marx:
il passato è negativo
il presente è ingiustizia sociale e bisogna far esplodere le contraddizioni del capitalismo
il futuro è giustizia
Per Freud:
i traumi e le nervosi si collocano nel passato dell’infanzia,
la terapia è nel presente
il futuro è la guarigione
Anche la scienza che di solito viene contrapposta alla religione, pensa esattamente alla stessa maniera:
il passato è ignoranza
il presente è ricerca
il futuro e progresso.
L’occidente si è costituito sull’ottimismo indotto dalla cultura Giudaico-Cristiana
Gli scenari della Grecia Antica e giudaico-cristiani, per quanto differenti siano queste due impostazioni, danno una sorta di orizzonte all’interno del quale gli uomini sanno come comportarsi; nel mondo greco con la fedeltà alla legge della natura, nel mondo cristiano la fedeltà ai dettami di Dio.
E’ molto importante sapere l’orizzonte all’interno del quale ci si è sempre mossi.
L’era della tecnica moderna
Nell’era della tecnica moderna l’umanità ha perso punti di riferimento che un tempo, la religione e la sacralità dei riti fornivano.
Tutto è progressivamente cambiato, subendo una forte accelerazione da dopo la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri.
In occidente tutta la simbologia che fino agli anni 60 teneva unite le comunità; In Italia la partecipazione alla messa domenicale, le processioni del venerdì santo e altre simbologie creavano comunità. Questo orizzonte di coerenza fra Cristianità e modelli di vita oggi è collassato.
C’è una fiducia enorme nella ragione umana la quale ha sostituito la parola di Dio, la contemplazione della natura dei greci e tutto senza non avere uno scopo.
Oggi stiamo anche vedendo cosa ha significato il dogma per cui “l’uomo è signore e padrone della natura”.
L’uomo sta facendo della natura non più il nostro luogo di abitazione, ma come dice Heidegger, si spinge all’usura della natura semplicemente come materia prima.
Ci sono due fattori che determinano l’era della tecnica moderna che stiamo vivendo:
La formula è molto semplice: l’obiettivo è raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.
La tecnica moderna è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo
La maggior parte delle persone è convinta che con queste due caratteristiche la tecnica sia lo strumento (mezzo) nelle mani dell’uomo per soddisfare i bisogni della sua vita terrena (fine)! Non è più così! Essa era nelle mani dell’uomo quando la tecnica era modesta e i bisogni erano primari.
Una risposta ai perché la tecnica moderna non è più un mezzo ma è diventato un fine la troviamo nella dialettica di Hegel: “la legge del passaggio dalla quantità alla qualità”.
Per Hegel (riprendendo anche idee già presenti in Aristotele ed Eschilo), quando un fenomeno cresce o diminuisce quantitativamente, a un certo punto si produce un salto qualitativo. Non si tratta di un cambiamento graduale e indifferente, ma di un vero mutamento di natura.
L’acqua per esempio, aumentando la temperatura oltre i 100 gradi non è più solo acqua calda ma diventa vapore (mutamento qualitativo)
Un seme per esempio non è che crescendo diventa semplicemente un seme più grande, ma cambia natura, trasformarsi in pianta.
Veniamo a noi:
L’accumularsi di piccole trasformazioni storiche porta a un cambiamento qualitativo non lineare.
Questo spiega perchè siamo passati da una società con una visione condivisa del mondo, una direzione un scopo dettato dal Cristianesimo ad una società dove “fine e mezzo” sono difficilmente individuabili
Alcuni esempi.
La politica per Platone è un tema centrale perché non è semplice amministrazione , ma “arte del governo sulla conoscenza del bene”. Le tecniche sanno come si devono fare le cose, la politica decide se e perché si devono fare.
Oggi la politica non governa più niente perché le decisioni non sono più frutto della politica, ma sono frutto dell’economia quindi il potere decisionale è passato dalla politica all’economia.
Per chi vuole convincersi di questo il governo Meloni è radicalmente diverso dal governo Draghi ma le scelte sono le medesime; perché è l’economia che decide; la politica non decide più niente, serve ad accogliere le emozioni della gente e a governare e gestire i conflitti e gli interessi tra classi: ma niente di più di questo.
Poi l’economia è davvero l’ultima istanza?
No, non è l’ultima istanza per il fatto che l’economia per investire i suoi soldi guarda le novità tecnologiche e allora la decisione passa dall’economia alla tecnica.
Il problema è che la tecnica non ha scopi, non ha scenari di senso, non schiude orizzonti di salvezza, non dice la verità, il suo funzionamento è diventato globale.
Tornando alla teoria del passaggio di Hegel, la tecnica moderna è aumentata quantitativamente fino a diventare la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene. Essa non è più il mezzo per ottenere il fine “soddisfacimento dei bisogni”. Quando il rapporto tra mezzo e fine era tale per cui la tecnica era “quantitativamente bassa” essa era il mezzo per soddisfare i bisogni.
Quando la tecnica moderna è qualitativamente cresciuta (e vedo con preoccupazione l’uso che la tecnica moderna saprà fare dell’AI) è avvenuto un cambiamento “non lineare”. Il mezzo è diventato lui stesso il fine.
La tecnica moderna è diventata condizione universale per produrre qualsiasi cosa; essa ha finito con lo sbaragliare in maniera radicale un’infinità di modelli culturali che prima esistevano; così ha fatto con la politica e l’economica.
Ma andiamo ancora peggio dal punto di vista dell’etica perché con il “passaggio” che è avvenuto non vi è più una guida morale su ciò che è possibile fare o non fare. Non si può più chiedere alla tecnica, che non ha morale ed etica, di fare o non fare.
Nell’era della tecnica non è più richiesto conoscere le intenzioni di chi la usa, e più importante sapere se con il suo uso si raggiungono i risultati attesi.
Dall’etica di Kant all’etica di Weber/Jones (l’etica della responsabilità)
L’etica di Kant e l’universalità.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua quanto in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo.
La sua è l’etica delle intenzioni, un’etica secondo ragione perché la ragione accomuna gli uomini. L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Tutto sommato, nulla di nuovo perché sembra ripresa dal pensiero cristiano: l’uomo al vertice del creato.
Il problema è che l’etica di Kant non funziona nell’età della tecnica, perché se l’uomo è un fine, allora l’aria che respiriamo è un mezzo? L’acqua che dobbiamo salvaguardare è un fine o un mezzo? La fauna, la flora, la biosfera sono tutti mezzi o fini da salvaguardare?
L’etica di Kant poteva avere un senso nel suo periodo storico, quando il mondo era popolato da 800 milioni di abitanti e quindi non c’era il problema dell’acqua, del clima e della biosfera; oggi siamo oltre 8 miliardi e quindi anche l’etica di Kant non funziona più.
Il problema è che tutte le etiche che sono state formulate in Occidente sono state formulate solamente per garantire la quieta nei rapporti umani per cui senza regole e senza morale ci sarebbe stata la guerra di tutti contro tutti,; l’etica è stata pensata unicamente all’interno dell’umano e non si è mai fatta carico degli atti di natura.
E poi c’è l’etica della responsabilità Weber /Jonas, l’etica della responsabilità. Weber dice:
”Considero anche gli effetti reali delle mie azioni e me ne faccio carico. Non basta avere ideali: serve valutare le conseguenze concrete ed accettarne il peso”.
Han Jonas aggiorna il principio di responsabilità. La novità è che oggi l’uomo ha un potere enorme sulla natura e sul futuro dell’umanità (es. biotecnologie, ambient ì, nucleare
Il dovere etico fondamentale diventa:
“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita autenticamente umana sulla terra”.
La domanda allora è che tu puoi rispondere delle tue azioni finché le azioni sono prevedibili, dipendono dalla tua responsabilità.
;
Così se in una banca il capo dice ai suoi funzionari, siamo pieni di titoli ammalorati, sono titoli spazzatura che non possiamo tenerci, provate a venderli quando arriva qualcuno che vuole investire ma non ha sufficiente competenza economica. Il funzionario può provare qualcosa ma cosa può fare? Deve vendere i titoli ammalorati.
“Ho sentito in una conferenza ad un congresso di cardiologia che è un professore americano cardiologo ritenuto da tutti i presenti il più bravo che c’era al mondo, diceva che i malati cardiologici si collocano in una curva di gauss. Cioè la gran parte dei cardiopatici si trovano al centro della curva; nel limite sinistro si trovano i meno gravi e nel limite destro i più gravi. Però il protocollo di cura funziona bene solo per i pazienti compresi nell’area della curva centrale. Sei un medio, con quelli meno gravi o gravissimi ti assumi la responsabilità di non applicare il protocollo correndo il rischio di essere licenziato?”
L’uomo e la responsabilità verso la terra che lo ospita.
E’ tempo di rifiutare la visione antropocentrica dell’uomo padrone dell’universo perché nel suo cammino sa che gli animali si nutrono dalla fotosintesi delle piante, che le piante si nutrono dalla anidride carbonica degli animali, che le radici delle piante sono fecondate dall’azoto che è emesso dai microrganismi.
L’uomo è tutto connesso in una circolarità perché l’uomo ha bisogno dei microrganismi, delle piante e degli animali.
Edward Winston che “l’uomo ha una capacità distruttiva che nessun vivente conosce! una capacità distruttiva che supera di gran lunga le distruzioni che la natura può fare da sé perché l’uomo è diventato tra le specie viventi una forza geofisica; l’uomo è così globale con i rifiuti che infettano rifiuti tossici che infettano l’aria e l’acqua”
Di fronte a questo scenario che cosa succede? Come si fa a evitare questo scenario per cui la tecnica e il progresso avviano il mondo verso la catastrofe!
Si dovrebbe fare una riflessione per abbandonare definitivamente il modello cristiano dell’uomo al vertice del creato e assumere una visione biocentrica. “Bio” è la parola che vuol dire vita! mettiamo al centro dell’universo la vita, la quale ha bisogno di essere conservata.
Per la prima volta l’uomo si trova a doversi difendere non da un nemico alzando i suoi confini, ma deve difendersi da se stesso; dalla forza geofisica che l’umanità esprime riducendo la terra a pura materia, da usare fino all’usura.
Ognuno di noi è condizionato dal proprio R-UMORE. Esso condiziona pesantemente le nostre decisioni e i nostri giudizi su fatti e persone. Il R-UMORE ovviamente influenza, magari con intensità diversa, tutte le persone. Proprio per questo, a causa del R-UMORE capita molto spesso che due o più persone prendono decisioni o danno giudizi diversi ad un medesimo problema.
Quando il R-UMORE riguarda la singola persona esso può essere di tipo occasionale o strutturale. L’esempio di un R-UMORE occasionale è la condizione particolare del momento in cui la decisone è presa. Sono numerosi gli esempi che potremmo citare al riguardo: la decisione presa il lunedì mattina può risentire dell’umore negativo dell’inizio della settimana; quella presa la sera il venerdì sera in orario straordinario non previsto, preoccupazioni di natura personale, etc..
Il rumore strutturale riguarda invece la caratteristica stessa della persona. Una maggior sensibilità di un giudice ai problemi relativi all’immigrazione può giudicare il reato commesso da un immigrato in modo diverso rispetto ad un giudice molto più intransigente e severo.
Il R-Umore non va confuso come un errore di giudizio. E’ un’altro tipo di influenza che eventualmente si somma ad un errore (Bias) di valutazione.