Riflessioni e appunti su ciò che leggo e ascolto nei Postcast a cui sono iscritto. Un punto di vista che può far discutere su ciò che sta accadendo nella geopolitica, nell’etica e nei comportamenti sociali. Riflessioni e appunti scritti con gli occhi di chi, un boomer come me, ha vissuto il periodo della “grande illusione”.

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Appartenere alla generazione dei boomers significa essere nati in un’epoca di luce e trovarsi oggi a vivere tra le ombre di un mondo che cambia più in fretta di quanto si riesca a comprenderlo.
Siamo figli di una stagione irripetibile: la ricostruzione dopo la guerra, il boom economico, l’espansione delle libertà civili, l’ascesa dell’istruzione di massa, l’illusione del progresso infinito. Per la prima volta nella storia dell’umanità, milioni di persone hanno creduto che la crescita fosse un diritto naturale, e che la felicità potesse coincidere con lo sviluppo materiale.
In quegli anni, l’Occidente costruì la sua nuova religione: il culto del futuro. La scienza sembrava in grado di spiegare tutto, la tecnica di risolvere ogni problema, il mercato di distribuire benessere. Noi, bambini di quel tempo, siamo cresciuti dentro questa fede laica.
Ma oggi, quel credo vacilla.
Il XXI secolo ha presentato il conto: crisi ambientale, disuguaglianze crescenti, smarrimento culturale, solitudini digitali. La promessa di libertà si è trasformata in precarietà, l’espansione del sapere in sovraccarico di informazioni, il progresso in accelerazione incontrollata.
E nel cuore di questo crollo, il sintomo più profondo è la crisi di identità dell’Occidente.
Un continente che per secoli ha esportato modelli, valori, conquiste, si ritrova ora disorientato: non sa più cosa difendere, né quale futuro desiderare.
Nietzsche aveva previsto il vuoto lasciato dalla “morte di Dio”: un’epoca in cui i vecchi valori non avrebbero più retto, e i nuovi non sarebbero ancora nati.
Quel tempo che Nietzsche prevedeva 150 anni fa è il nostro tempo, è il vero volto della crisi attuale: non il rifiuto del senso, ma la sua dissolvenza lenta e quotidiana.
In questo scenario, essere un boomer non è solo una condizione anagrafica.
È un punto di vista storico di chi ha conosciuto la fiducia, e ora vede disincanto. Abbiamo vissuto nel pieno, e ora assistiamo al vuoto.E proprio per questo, abbiamo una doppia eredità: il privilegio della memoria e la responsabilità della lucidità.
Sì, siamo stati privilegiati.
Abbiamo studiato in scuole gratuite, curato la salute con medicine e strutture sanitarie accessibili, viaggiato senza timore, comprato casa in un’epoca di possibilità. Abbiamo creduto che l’energia, le risorse e il tempo fossero infiniti. Ma oggi scopriamo che tutto è fragile: il pianeta, le istituzioni, persino il senso di appartenenza.
L’età ci regala distanza e con essa il dovere di capire ciò che è accaduto.
Il nostro compito, forse, è proprio questo: non negare i privilegi, ma usarli per illuminare e riflettere su una transizione possibile.
Non difendere un passato idealizzato, ma accompagnare i nostri figli e i figli dei nostri figli, in un presente confuso verso nuove forme di senso.
La crisi climatica, più di ogni altra, ci chiama a rispondere. È la conseguenza materiale di un delirio spirituale: l’idea che l’uomo fosse padrone e non parte del mondo. L’Occidente ha costruito la propria identità sul dominio della natura e ora la natura, risponde.
La responsabilità ecologica è anche una responsabilità metafisica: riguarda il modo in cui i nostri figli abiteranno la Terra.
Essere boomers oggi significa trovarsi sulla soglia.
Dietro di noi c’è la lunga stagione del progresso lineare; davanti, un paesaggio incerto fatto di limiti, di rischi, ma anche di ricerca di nuovi valori. Possiamo scegliere se restare spettatori nostalgici o diventare testimoni consapevoli. Se accettare la fine di un mondo o contribuire alla nascita di un altro.
Abbiamo visto la modernità nel suo splendore e nella sua arroganza. Ora possiamo, dobbiamo, imparare l’arte del limite.
Non per arrenderci, ma per restituire alla parola futuro la sua dignità: non come garanzia, ma come promessa fragile per un futuro da meritare ogni giorno.
E forse, nel riconoscere i nostri privilegi e le nostre colpe, ritroveremo anche una forma di senso: quella di essere ponti tra due epoche, custodi di una memoria e seminatori di un nuovo inizio.
SONO NATO IN UN TEMPO IN CUI TUTTO ERA POSSIBILE
L’Occidente viveva nella certezza del progresso, la scienza prometteva salvezza, e la parola “crisi” apparteneva ai libri di storia. Noi, i cosiddetti boomers, siamo cresciuti dentro una fiducia incrollabile: che il futuro sarebbe stato migliore del presente, e che il senso della vita si trovasse nel costruirlo.? Così è stato.
Oggi, quel mondo non esiste più.
L’Occidente ha smarrito la sua direzione, la fede nel progresso si è incrinata, e il futuro, quello che per noi era “orizzonte”, è diventato per molti un luogo di ansia e, molto spesso, di paura. Il clima si ribella, la tecnologia accelera oltre la nostra misura, e dietro il “silenzio digitale dei like” si intravede solitudine e passività.
Il nichilismo non è più una teoria filosofica: è l’aria che respiriamo; e “l’ospite ingombrante” che si aggira per le nostre case.
Eppure, da boomer, sento anche un privilegio: aver conosciuto un mondo che ancora credeva. Aver visto il tempo in cui la parola “domani” aveva un sapore buono. È da lì che guardo questo presente: non con nostalgia del passato, ma con stupore per ciò che potrebbe succedere in termini di minacce ma anche di opportunità.
Forse tocca a noi, ultimi testimoni di un’epoca di senso, provare a raccontare questa transizione tra il pieno e il vuoto, tra la fede e il dubbio, tra il caldo della vita e il gelo che avanza. Non per giudicare, ma per capire.
Essere un boomer, oggi, significa avere abbastanza passato per ricordare, e ancora un po’ di futuro per chiedersi che cosa verrà dopo.
E se “l’ospite ingombrante” è il segno del nostro tempo, forse raccontarlo per imparare a riconoscerlo è il primo passo per renderlo mansueto e imparare a conviverci; è quello che cercherò di fare raccogliendo e ordinando i miei appunti e dare un senso a quello che siamo diventati.
IL PIACERE RITROVATO DELLA RIFLESSIONE
Ci sono età della vita in cui si studia per dovere, e altre in cui si studia per il piacere. Da giovani, la conoscenza ci viene imposta come un compito: libri da aprire, formule da ripetere, autori da ricordare. Lo studio è una necessità sociale, una soglia da superare per “diventare qualcuno”. In quel tempo la mente è veloce, ma lo sguardo è ancora corto. Si impara, sì, ma senza comprendere davvero. Si assorbe, ma non si assimila.
Poi la vita prende il sopravvento: il lavoro, la famiglia, le responsabilità.
Io che ho frequentato scuole tecniche con altri che hanno dovuto scegliere presto la via pratica alla sopravvivenza, non abbiamo avuto la possibilità di sviluppare conoscenza umanistica. La filosofia è restata sempre ai margini, confinata nel ricordo di un professore che parlava di cose scarsamente utili ai fini del successo scolastico. Eppure, quando si diventa boomer, i ritmi rallentano, le urgenze si placano e la mente si riapre. È come se un sipario si fosse alzato dentro di me per riscoprire il piacere puro del pensare.
IL PIACERE DELLA RIFLESSIONE COME SECONDA GIOVINEZZA
La curiosità e la riflessione che si risveglia nella maturità non è più quella del ragazzo che vuole “sapere solo ciò che serve”, ma quella dell’uomo o della donna che vuole capire meglio.
L’interesse non è di accumulare nozioni, ma dare significato a ciò che stiamo vivendo e, in particolare in questo percorso, capire quali siano le radici del “male oscuro” che affligge oggi la società. La conoscenza, in questa età, diventa un atto di libertà interiore: non serve a fare carriera, ma a fare chiarezza. Ci si accorge che ciò che da studenti sembrava lontano, la filosofia, la storia, la letteratura, ora parla di noi.
IL TEMPO COME CONDIZIONE DEL SAPERE
Il tempo è sempre stato nemico della mia generazione perché eravamo sempre presi dalla frenesia di inseguire e raggiungere obiettivi ambiziosi per esaudire bisogni che erano l’oggetto del desiderio condiviso di un’intera generazione. L’appagamento dei bisogni primari è stato “il carburante” per lo sviluppo del boom economico tra il 1960 e il 1980
Ora, il tempo è passato, per noi Boomers, da “risorsa limitata” a “disponibile”. Oggi lo considero un mio alleato perché mi concede la lentezza necessaria per riflettere, per assaporare, per comprendere davvero ciò che è a mio avviso convincente e ciò che lo è meno.
La filosofia antica lo aveva intuito: per i Greci, theoria “la contemplazione” era la forma più alta di vita, quella che univa conoscenza e serenità.
Oggi riscopro quel valore perduto: pensare non come lusso o privilegio, ma come elemento di una seconda giovinezza.
RIPARARE LE MANCANZE
Aver vissuto un’istruzione più pratica che umanistica, ha dato un sapore particolare a questo ritorno alla conoscenza: è una riparazione dolce. È l’occasione per tornare su ciò che mi è mancato, non con rimpianto ma con curiosità. Oggi posso leggere ciò di cui non capivo l’importanza, esplorare ciò che non mi hanno insegnato, studiare non per dovere ma per amore. È una seconda alfabetizzazione, ma dell’anima: imparare a dare nomi nuovi alle cose che abbiamo vissuto. In fondo, recuperare il piacere della riflessione significa riconnettere la vita con il pensiero. Per troppo tempo la conoscenza è stata separata dall’esperienza: i libri da una parte, la vita dall’altra.
Ora posso ricomporre quella frattura.
Significa guardare dentro la propria storia, e scoprire che il sapere non serve solo a capire noi stessi ma anche il mondo che viviamo. La nostra è un’epoca in cui tutto corre, tutto è breve, tutto è consumo. In questo deserto di velocità, fermarsi a riflettere è un gesto quasi rivoluzionario.
Oggi comprendo che ogni idea, ogni domanda, ogni libro è un modo per restare vivi, presenti, vigili. E che, in fondo, non smettiamo mai di essere studenti, solo che, finalmente, abbiamo imparato ad amare ciò che studiamo.
IL CROLLO DELL’IMPERO OCCIDENTALE
Sintesi di intervento di Jeffrei Sachs (settembre 2025 su “Frontezero”)

Ciò che sta accadendo è la fine di un’era.
Quella che si chiude è l’era di un dominio dell’Occidente sul mondo e che ebbe inizio in una prima fase nel XVII secolo con gli Imperi Europei ed è proseguita con gli Stati Uniti con la seconda da guerra mondiale.
Ciò è durato dal 1750 al 2000 circa, potremmo anche aggiungere altri 250 anni con i viaggi di Cristoforo Colombo e Vasco De Gama, e far partire il colonialismo dal 1500.
Nella conquista imperiale del “Nuovo Mondo” le popolazioni soccombettero velocemente anche a causa delle malattie provenienti dall’Europa, il “vecchio mondo”.
L’Asia occidentale non soccombette così facilmente! Vi furono guerre di conquista che tuttavia nell’arco di circa 250 anni permisero alle potenze europee di ottenere l’egemonia di gran parte dell’Asia centrale ed occidentale.
La Gran Bretagna divenne nel XIX secolo dopo la sconfitta di Napoleone la più dominante tra tutti gli imperi europei.
Venendo ai giorni nostri, noi tutti siamo così cresciuti in un’epoca in cui abbiamo dato per scontato che l’Europa e, dopo il 1945 insieme agli Stati Uniti, governasse il mondo.
In effetti, osservando il panorama globale negli anni ‘50 del XX secolo l’enorme concentrazione di ricchezza, il potere finanziario e tecnologico era ad appannaggio dell’occidente. La bomba atomica e la guerra fredda con l’Unione Sovietica hanno consolidato questa idea.
Cina, India, Africa, America del Sud non avevano alcun ruolo riconoscibile. Anche dal punto di vista demografico l’Europa nel 1950 aveva più popolazione rispetto all’Africa e al Medio Oriente. Oggi l’Europa ha meno della metà della popolazione di Africa e Medio Oriente.
Nel 1954 non c’era alcun dubbio che il mondo fosse guidato dall’occidente.
Lo scioglimento dell’URSS ha iniziato a trasformare il mondo in una realtà multipolare. Con l’ascesa della Cina e la crescita economica dell’India e di altri paesi sebbene fosse diventato un mondo ormai diventato multipolare, era culturalmente ancora concepito come un modo unipolare dove esisteva solo un’ unica superpotenza, gli Stati Uniti.
Questa è una illusione che gli Stati Uniti e gli alleati occidentali mantengono testardamente viva.
Uno scontro tra passato e presente.
Solo con lo sguardo rivolto al passato si può dire a Putin cosa deve fare, a Xi Jinping imporre le regole commerciali, a Lula in Brasile e Modi, primo ministro indiano cosa devono fare; cioè dire a chiunque cosa fare, perché siamo l’Occidente, siamo gli Stati Uniti.
Invece, la realtà è quella di un mondo in forte cambiamento.
Si sono compiuti cambiamenti epocali che hanno trasformato il mondo:
- dal punto di vista demografico. Il mondo occidentale conta oggi, considerando anche il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda Il 12 % della popolazione mondiale. Il 12% non può pensare di mantenere l’egemonia.
- Dal punto di vista tecnologico Internet è ovunque e anche altri paesi hanno le armi nucleari
Come può l’occidente pensare di governare in modo egemonico una popolazione che rappresenta quasi il 90% della popolazione mondiale, che manifesta una diversa visione del mondo, un proprio potere discrezionale pronta a resistere ad ogni tipo di interferenza?
Tutto ciò si spiega con un’illusione alimentata dai media occidentali in cui Washington, Bruxelles, Londra, Parigi pensano di essere ancora il centro del mondo come 100 anni fà. Solo i BRICS rappresentano oggi il 59% del PIL Mondiale e metà della popolazione mondiale; all’organizzazione costituita da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica dal 2024 si sono inoltre aggiunti Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.
L’economia cinese è più grande di quella degli Stati Uniti e per di più oggi controlla le materie prime fondamentali per l’industria americana.
Sarebbe più virtuoso riallineare la comprensione e le illusioni di grandezza dell’occidente esercitando in modo responsabile il proprio potere economico e commerciale; bisognerebbe far dimenticare l’imperialismo del passato con relazioni di reciproco interesse e di libero scambio mettendo la convivenza e il clima al centro delle nostre priorità.
Purtroppo non sta avvenendo nulla di tutto ciò. Ci ritroviamo con delle leadership troppo deboli per guidare un cambiamento globale così delicato.
L’Europa si sta contorcendo su se stessa con leader che sembrano non capire la sostanza della realtà di un mondo ormai multipolare nella gestione del potere, nell’economia,nella tecnologia e nella forza militare. Le illusioni restano quelle del dominio occidentale e all’interno di esso del dominio statunitense che considera vassalli i suoi stessi alleati e il resto del mondo.
Da “Sfere di influenza” a “Sfere di sicurezza”
Dobbiamo passare da un concetto di un mondo ormai multipolare cambiando il concetto di aree di influenza, in aree di sicurezza. Riconoscere l’esigenza di Russia, Cina, Europa, Stati Uniti di avere proprie aree di sicurezza che permettano di realizzare un nuovo equilibrio mondiale basato sulla reciprocità, commercio e mettendo al centro i bisogni del pianeta. Nessuno si deve sentire minacciato dal proprio vicino. Gli Stati Uniti devono in questo fare il sacrificio più grande riscoprendo il senso della dottrina Monroe di 200 anni fa in cui James Monroe, Presidente degli Stati uniti nel 1823 dichiarò che:
- gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti negli affari interni europei né nelle colonie esistenti.
- Ogni tentativo Europeo di colonizzare o interferire nei paesi americani sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come un atto ostile
Abbandonare cioè l’idea di essere egemoni e gendarmi di 8 miliardi di persone; prendere atto che il 90% della popolazione del mondo non vuole bene all’occidente e lavorare, e non solo sperare, che prevalga un modo passivo di far accadere le cose, per un bene comune: la terra che ci ospita.
Oltre che prendere atto di un nuovo assetto geopolitico del mondo l’Europa vive una evidente crisi di identità.
Alcuni attribuiscono questo malessere alla mancanza di valori condivisi; ma i valori sono semplicemente dei coefficienti sociali che ogni società adotta perché li ritiene più idonei a ridurre la conflittualità.
Prima della rivoluzione francese la società era organizzata secondo valori gerarchici, dopo la rivoluzione francese si è organizzata secondo valori di cittadinanza e di uguaglianza almeno formale; i valori sono cambiati molte volte nelle società e probabilmente è quello che rischia di succedere anche in Europa.
L’ETICA, LA RELIGIONE E LA CRISI DELL’OCCIDENTE EUROPEO
Per capire la crisi dell’Occidente, non basta guardare al presente: bisogna risalire alle sue origini.
L’Occidente che oggi appare stanco e confuso non è nato dal nulla. E’ il frutto di un lungo dialogo tra due visioni del mondo: quella Greca, che cercava il vero attraverso la ragione, e quella biblica, che cercava il senso attraverso la fede.
Per capire la nostra crisi dobbiamo risalire a quel dialogo originario e forse al suo tradimento.
La società globale e tecnologica oggi, rispetto al passato, non offre alcuna direzione condivisa.
Il risultato è un’esperienza di disorientamento: tutto è possibile, ma nulla è necessario.
Il nichilismo è proprio questo: la perdita di un orizzonte che orienti il pensiero, l’agire, la speranza delle persone.
“Tutte le culture occidentali sono sempre vissute in un orizzonte di senso; persino le tribù primitive che calibravano l’organizzazione sociale attraverso la distinzione tra sacro e profano, in maniera tale da costruire un ordine, avevano un orizzonte di senso intorno al quale muoversi.” (Umberto Galimberti)
I Bommers sono oggi testimoni del tramonto dell’Occidente Cristiano, con i suoi riti, il senso dei sacramenti, della famiglia e della comunità.
Quello che è accaduto è che con la modernità, la ragione “greca” ha divorato la fede biblica. Il progresso ha sostituito la provvidenza, la tecnica ha sostituito la sapienza. Successivamente, vedremo come,l.
LO SCENARIO DELLA GRECIA ANTICA
E’ nella Grecia Antica che per la prima volta l’uomo si è interrogato sul mondo attraverso la ragione e non attraverso il “mito”. Con i Greci, l’umanità ha imparato a unire il pensiero con la parola (LogoS), ragione e armonia. Da quel momento, l’universo non è più soltanto un dono divino, la natura non è vista come qualcosa di separato dall’uomo, né come semplice “materia inerte”: è animata, viva, intrisa di divinità da contemplare.
Ogni elemento naturale aveva un suo dio o spirito: il mare con Poseidone, la terra con Gea, il sole con Apollo, etc.. Boschi, fonti, montagne e grotte erano spesso spazi sacri in cui si percepiva la presenza del divino. La natura era regolata da leggi divine e razionali, a cui anche gli uomini dovevano adattarsi per vivere in equilibrio.
La radice greca riteneva che la natura fosse quello sfondo immutabile che sempre è stata e sempre sarà. La natura prevedeva che tutti i viventi nascono, crescono, generano, muoiono, ed è la natura il soggetto della storia.
Il concetto del senso del limite per i Greci era centrale, sia nella religione che nella filosofia e nell’etica.
L’uomo non deve oltrepassare i confini che gli sono propri; la vita è buona se è “secondo misura”. La tracotanza (hybris), cioè il superamento dei limiti imposti agli uomini, offende gli Dei. In risposta arriva Némesis, la giustizia divina, che riporta equilibrio punendo chi ha osato troppo.
Per i filosofi, riconoscere il proprio limite significa sapere di non sapere (Socrate) e distinguere ciò che è umano da ciò che è divino.
“I Greci hanno creato un’etica grandiosa che è l’etica del limite; se vivere ha un’esistenza limitata non oltrepassare il tuo limite, se vuoi essere felice realizza te stesso senza trapassare il tuo limite perché magari sei un bravo scultore ma non sei bravo come Fidia e se cerchi di superare Fidia, prepari la tua rovina. Questo concetto di limite è un concetto fondamentale per il mondo greco.” (Umberto Galimberti)
Gli uomini per i Greci antichi sono chiamati “mortali”. Gli uomini, come gli alberi e gli animali, devono nascere, crescere e morire e questo vale per tutti i viventi, l’uomo compreso; accettare la morte e i limiti della propria condizione era un modo per vivere in armonia con il cosmo.
Non avevano nessuna speranza ultraterrena e avevano una concezione del tempo ciclico simile a quella degli agricoltori. Chi ha vissuto tanti cicli di natura: primavera, estate, autunno, inverno, morirà. Punto!
La natura destina l’uomo alla morte, nasce da qui la concezione tragica del mondo greco rispetto al quale l’uomo per vivere ha bisogno di costruire un senso in vista della morte che è l’implosione di ogni senso.
I Greci antichi e la tecnica
Il mito di Prometeo è uno dei modi più profondi con cui i Greci hanno riflettuto sulla tecnica (Téchne) e sul suo rapporto con l’uomo. Prometeo, per esempio, ruba dagli dei il fuoco e lo dona agli uomini; ma Il fuoco non è solo calore, è simbolo di tecnica, conoscenza, capacità di trasformazione della natura.
La tecnica serve a compensare la fragilità dell’uomo, privo di artigli, zanne o difese naturali.
Essa è una forza liberatrice (permette di costruire case, navi , utensili) ma porta con sé anche rischi: può rendere l’uomo superbo, spingendolo a superare i propri limiti,
LO SCENARIO GIUDAICO-CRISTIANO
Nella tradizione ebraica (Antico Testamento)
- l’uomo è mortale: “polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19)
- L’immortalità non è naturale, ma un dono di Dio
- Progressivamente nasce la speranza di una resurrezione dei morti (es. libro di Daniele)
Nel Cristianesimo ( Nuovo Testamento)
- Cristo vince la morte con la Resurrezione: questo è il fondamento della speranza cristiana
- L’immortalità non riguarda l’anima in sé (come nei Greci), ma l’uomo intero, corpo e anima, che sarà risuscitato da Dio.
- La vita eterna è comunione con Dio, non semplice “sopravvivenza” oltre la morte.
- L’immortalità non è automatica: dipende dalla fede e dalla grazia divina.
In sintesi: nella cultura giudaico-cristiana l’immortalità non è un possesso dell’uomo, ma una promessa: la resurrezione è la vita eterna presso Dio, resa possibile da Cristo.
Lo scenario giudaico-cristiano è esattamente all’opposto dello scenario della Grecia Antica, nel senso che la natura è una creatura di Dio.
Dio consegna all’uomo la natura affinché (Adamo) per conto di Dio, possa dominarla.
“Dominerai sugli animali della terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine”. L’uomo diventa padrone della terra e autorizzato da Dio domina il mondo.
In Occidente siamo tutti cristiani, anche chi pensa di non esserlo
La differenza fra i due scenari sta nel concetto di tempo, o meglio di vita. La vita nello scenario Giudaico-Cristiano non è più ciclica come nello scenario della Grecia Antica.
Oltre la morte c’è la resurrezione. Nella tradizione Giudaico-Cristiana la vita ha una sua linearità dove:
- il passato è male e peccato
- il presente è redenzione
- il futuro è salvezza.
Con questo grande colpo di genio di dire agli uomini: non morirete mai! lo scenario della Grecia Antica è stato sconfitto dal cristianesimo.
“Quando Paolo di Tarso parlò alla folla (vedi gli atti degli apostoli capitolo 14), disse: “mi compiaccio, con voi che oltre a tanti templi dedicati ai vostri Dei avete anche dedicato un tempio ad un Dio ignoto, io vi dico che questo Dio ignoto noi lo conosciamo. È colui che ha vinto la morte, Gesù Cristo che ha risorto per cui i cristiani non moriranno e se moriranno risorgeranno”
A questo punto “alcuni risero, altri dissero che questa storia ce la viene a raccontare un’altra volta e se ne andarono”. Tutto tra virgolette, andate a vedere capitolo 14, negli atti degli apostoli.”
Noi che siamo, o siamo stati praticanti intermittenti, ma credo assieme a una moltitudine di credenti, non sappiamo neanche cosa è scritto sulla Bibbia, anche perché purtroppo la Bibbia, o le Bibbie che leggiamo, sono tutte tradotte dal greco.
“La prima Bibbia tradotta dall’aramaico è uscita solo qualche anno fa, da Einaudi, e si sono fatte delle scoperte pazzesche che però i praicanti cristiani non conoscono,
Per esempio che Gesù è nato da una “Betulla” che in aramico significa una “giovane ragazza”; che male c’è se Gesù fosse nato da una giovane ragazza! solo che la giovane ragazza e la betulla è stato tradotto in greco “vergine”, quindi Gesù è nato da una vergine, ma in aramaico vergine non si dice betulla si dice “almetà”.” Noi siamo figli, in tutto e per tutto, della cultura greca. (Umberto Galimberti)
Abbiamo il concetto di “anima” e “corpo” ma l’anima non appartiene alla tradizione giudaico cristiana; l’anima appartiene alla cultura greca.
L’anima è stata inventata da Platone e non nel mondo giudaico.
Il mondo cristiano è una religione fatta di corpi; questa è la religione cristiana! Quando Giovanni Evangelista dice “la parola si è fatta carne” parla dell’incarnazione di Dio; l’incarnazione è il fondamento della religione cristiana.
Noi siamo stati redenti dal corpo di Cristo e quando i cristiani fanno la comunione mangiano appunto il corpo, bevono il sangue di Cristo e quando recitano l’atto di fede, se stessero un po’ attenti, si accorgerebbero di dire che loro credono nella risoluzione dei corpi, e non nell’immortalità dell’anima, perché l’anima è stata introdotta successivamente da Sant’Agostino, il quale era un neoplatonico e ha trovato il modo di creare questo dualismo tra anima e corpo.
Nietzsche dice “il cristianesimo non è altro che Platone spiegato al popolo”.
L’idea che “il Cristianesimo non sia altro che Platone spiegato al popolo” riassume una riflessione molto profonda sulla continuità tra filosofia greca e pensiero cristiano.
Il Cristianesimo nasce in un mondo impregnato di cultura greco-romana. Già i Padri della Chiesa, come sant’Agostino, erano formati alla filosofia platonica e per loro, la fede non era in opposizione alla ragione, ma il suo compimento.
Il platonismo offriva concetti che sembravano anticipare il Cristianesimo:
- l’idea di un mondo visibile imperfetto e di un mondo ideale e eterno;
- l’anima come realtà immortale che anela al bene e alla verità;
- la distinzione tra corpo e spirito;
- la ricerca del Bene come principio supremo.
Il Cristianesimo “traduce” questi temi in un linguaggio accessibile e religioso:
- il Bene platonico diventa Dio;
- il mondo delle idee diventa il Regno dei cieli;
- l’anima ha bisogno della salvezza;
- la filosofia lascia il posto alla fede.
Da qui l’idea, provocatoria ma acuta, che il Cristianesimo sia “Platonismo popolare”.
Si può non essere d’accordo su questa visione del Cristianesimo come rivisitazione di una filosofia greca, perché comunque va dato atto che anche il cristianesimo descrive un orizzonte di senso che si traduce immediatamente in una concezione assolutamente nuova del tempo.
A differenza dello scenario Greco, il tempo non è più ciclico: inverno, primavera, estate, autunno; nella concezione cristiana il tempo è concepito come una linea rettilinea, dove il passato è male (peccato originale), il presente è redenzione e il futuro è salvezza.
Il futuro è visto come salvezza ed è su questa linea di pensiero che si forma l’ottimismo dell’Occidente!
La scienza che di solito si contrapporre alla religione ha anch’essa una radice culturale profondamente cristiana perché pensa allo stesso modo: il passato è male perchè è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso; la scienza non è altro che la laicizzazione della visione cristiana.
Anche Marx può essere considerato cristiano. Il passato è male perché vi è ingiustizia sociale, il presente fa esplodere le contraddizioni del capitalismo, il futuro è giustizia sulla terra e quindi il futuro è sempre positivo.
Anche Freud che scrivo un libro contro la religione intitolato “L’avvenire di un’illusione persa” pensa che ogni nevrosi si colloca nel passato dell’infanzia, poi il presente è terapia e il futuro è guarigione.
Tutti in Occidente sono Cristiani, ma Dio non c’è più!
“Se facciamo riferimento alla cultura medievale, il futuro nel periodo medievale dove la letteratura parla di Inferno, Purgatorio e Paradiso, dove l’arte è solo sacra, dove persino la donna è angelo di Dio, allora Dio è vivo perché se si toglie la parola Dio nel periodo medievale non si capisce più niente di quel mondo; ma se si toglie la parola Dio dal mondo contemporaneo, il mondo lo capisci ancora; non lo capiresti più se togliessi la parola “tecnica” se togliessi la parola “denaro” che è diventata il simbolo di tutti i valori.”

Allora nel mondo occidentale Dio è morto perché non fa più parte del comune pensare! Nietzsche annuncio che Dio era morto non come bestemmia, ma come diagnosi. Vedeva arrivare un tempo in cui l’uomo, liberato dai suoi vecchi valori, non li avrebbe sostituti e avrebbe così smarrito anche il fondamento della sua libertà. E quel tempo è arrivato, è il tempo nostro in cui tutto è possibile, manca un orizzonte di senso e il futuro è una minaccia.
Ecco qui la caduta di senso, nulla cosa sono diventate ormai le chiese se non le tombe e sepolcri di Dio; se Dio è morto si entra in una età dove manca un scopo, il futuro non è più una promessa, manca la risposta al perché!
L’Occidente e l’era della modernità
La scienza moderna nasce contro la religione. Francisco Bacone dice che con la scienza noi riusciremo a ridurre le pene connesse al peccato originale.
Quando Dio allontana dal paradiso terrestre Adamo e ad Adamo dice che guadagnerà il pane con il sudore della fronte e alla donna che partorirà con dolore allora, dice Bacone, attraverso la scienza e la tecnica noi ridurremo la fatica del lavoro e ridurremo il dolore. La scienza fa un altro passaggio molto potente, quello di Cartesio e Galileo, cioè gli scienziati stabiliscono un altro rapporto con la natura.
Già nel 1600 siamo entrati in una età moderna che vive in un orizzonte di senso che non è più la natura dei greci, non è più la parola di Dio dei cristiani, ma è la ragione umana. La ragione umana che celebra i suoi fasti a partire del settecento e nell’ottocento, quando Darwin dice che forse l’uomo deriva da qualche errore nell’evoluzione dei primati.
Poco prima Copernico dice che forse la terra non è al centro dell’universo, ma giri intorno al sole, come tante altre cose. Giordano Bruno avevo osato dire persino che esistono infiniti mondi e per questo gli hanno tagliato la lingua e l’hanno bruciato vivo; perché se ci sono infiniti mondi allora come è possibile che Dio si sia occupato solo dalla terra e ha mandato suo figlio per salvare solo gli uomini.
Questo lo puoi capire se non esistono infiniti mondi perché solo così l’uomo è al centro dell’universo. Non si manda a morte se non chi può incrinare una verità o un potere, e quando non vi sono argomenti, si ammazza!
Continua così un progressivo e inesorabile sgretolamento, da parte della scienza, del modello giudaico-cristaino.
Gli scenari della Grecia Antica e giudaico-cristiani, per quanto differenti siano queste due impostazioni, davano comunque una sorta di orizzonte all’interno del quale gli uomini sanno come comportarsi; nel mondo greco con la fedeltà alla legge della natura, nel mondo cristiano la fedeltà ai dettami di Dio.
E’ molto importante sapere l’orizzonte all’interno del quale ci si è sempre mossi.
Tutto succede nel 1600; in Europa compaiono le prime traduzioni greche e si è cominciato a riprendere il modello politico greco. Con Galileo, Cartesio, Bacone si perde un pò di fiducia sulla centralità dell’uomo nel disegno di Dio; si recupera quel concetto greco di natura e di mortalità oltre la vita. Con la nascita della scienza moderna, dicono Cartesio, Galileo, Bacone, noi non dobbiamo comportarci nei confronti della natura come facevano i greci che la contemplavano nel tentativo di catturare le leggi; la scienza non ha problemi a incontrare e correggere i suoi errori con l’obiettivo di scoprire nuove verità!
“la tecnica è l’anima della scienza, e non guarda il mondo per contemplarlo, la scienza guarda il mondo per manipolarlo”.
L’intenzione della tecnica dipende dalla qualità e dalle intenzioni dello sguardo scientifico per cui, per esempio, un bosco è osservato diversamente da un poeta o da un falegname; gli alberi che si offrono ai loro occhi sono uguali per entrambi solo che il poeta trae ispirazione per le sue composizioni, il falegname quando guarda gli alberi, vede già armadi, sedie, mobili, tavoli questa è la scienza.
La scienza ha in sé un intento manipolatorio di usare e trasformare il mondo; non ha uno sguardo puro e questo l’ha capito molto bene Kant che osserva che nel 1600 è stato fatto un grande passo avanti per cui con le prime scoperte scientifiche gli studiosi si sono rapportati alla natura non come uno scolaretto che beve tutto quello che dice il maestro, ma come un giudice che obbliga l’imputato natura a rispondere alle sue domande.
“Questa grande trasformazione fa sì che Cartesio può dire che attraverso il metodo scientifico l’uomo diventa possessore, relativo signore e padrone della natura e quindi anche se hai perso la fede in Dio, anche se non credi più nell’anima stai ripetendo un concetto fondamentalmente giudaico-cristiano secondo cui l’uomo è al vertice del creato, colui che riceve da Dio l’ordine di dominare sugli animali della terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine, come dice nella genesi.”
Dominare! Allora adesso abbiamo lo strumento per dominare che si chiama techno scienza e quindi la cultura cristiana ritorna in questa formulazione; anche se non si crede più in Dio si riproduce un modello cristiano per cui l’uomo è al vertice del creato.
La scienza erede della ragione greca ma privata del suo “senso del limite”, ha assunto un potere inedito. Non si limita a comprendere il mondo: lo trasforma, lo modella, lo consuma.
L’idea cartesiana di “diventare padroni e possessori della natura”è diventata la grammatica invisibile della modernità. Ogni invenzione, ogni conquista, ogni risorsa sfruttata parte da un presupposto non detto: che il mondo ci appartenga. Non ci chiediamo più se abbiamo il diritto di farlo, ci chiediamo solo se siamo in grado. In questo modo , la scienza ha sostituito la fede nel cielo con la fede nella tecnica.
Forse la vera sfida del nostro tempo non è più sapere come usare il mondo, ma come rispettarlo. Ritrovare il senso del limite, la gratitudine del dono, tutte virtù antiche, greche prima che cristiane, che l’Occidente ha dimenticato nel suo sogno di immortalità.
Edward Wheel il grande socio biologo afferma che “tra le specie viventi la specie umana è diventata la forza geofisica più distruttiva di tutte le distruzioni che la natura può fare da sé”.
Questo siamo e in questo ci stiamo adoperando perché la nostra capacità di fare è normalmente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare, quindi ci muoviamo a moscacieca.
L’ evoluzione della tecnocrazia ai giorni nostri
L’uomo sta facendo della natura non più il nostro luogo di abitazione, ma come dice Heidegger, si spinge all’usura della natura semplicemente come materia prima.
Ci sono due fattori che determinano oggi l’era della tecnica moderna che stiamo vivendo:
- La formula è molto semplice: l’obiettivo è raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.
- La tecnica moderna è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo
La maggior parte delle persone è convinta che con queste due caratteristiche la tecnica sia lo strumento (mezzo) nelle mani dell’uomo per soddisfare i bisogni della sua vita terrena (fine)! Non è più così! Essa era nelle mani dell’uomo quando la tecnica era modesta e i bisogni erano primari. Inizialmente la tecnica era il mezzo per dare una risposta ai perché!
La tecnica non è più un mezzo ma è diventata essa stessa un fine.
Questo passaggio lo troviamo nella dialettica di Hegel sulla “la legge del passaggio dalla quantità alla qualità”.
Per Hegel (riprendendo anche idee già presenti in Aristotele ed Eschilo), quando un fenomeno cresce o diminuisce quantitativamente, a un certo punto si produce un salto qualitativo. Non si tratta di un cambiamento graduale e indifferente, ma di un vero mutamento di natura.
L’acqua per esempio, aumentando la temperatura oltre i 100 gradi non è più solo acqua calda ma diventa vapore (mutamento qualitativo)
Un seme per esempio non è che crescendo diventa semplicemente un seme più grande, ma cambia natura, trasformarsi in pianta.
Veniamo a noi:
L’accumularsi di piccole trasformazioni storiche porta a un cambiamento qualitativo non lineare della società.
Questo spiega perchè siamo passati da una società con una visione condivisa del mondo, una direzione, un scopo dettato dal Cristianesimo ad una società dove “fine e mezzo” sono difficilmente individuabili
Alcuni esempi.
La politica per Platone è un tema centrale perché non è semplice amministrazione , ma “arte del governo sulla conoscenza del bene”. Le tecniche sanno come si devono fare le cose, la politica decide se e perché si devono fare.
Oggi la politica non governa più niente perché le decisioni non sono più frutto della politica, ma sono frutto dell’economia quindi il potere decisionale è passato dalla politica all’economia.
Poi l’economia è davvero l’ultima istanza?
No, non è l’ultima istanza per il fatto che l’economia per investire i suoi soldi guarda le novità tecnologiche e allora la decisione passa dall’economia alla tecnica.
Il problema è che la tecnica non ha scopi, non ha scenari di senso, non schiude orizzonti di salvezza, non dice la verità, il suo funzionamento è diventato globale.
Tornando alla teoria del passaggio di Hegel, la tecnica moderna è aumentata quantitativamente fino a diventare la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene. Essa non è più il mezzo per ottenere il fine “soddisfacimento dei bisogni”. Quando il rapporto tra mezzo e fine era tale per cui la tecnica era “quantitativamente bassa” essa era il mezzo per soddisfare i bisogni.
Quando la tecnica moderna è qualitativamente cresciuta (e vedo con preoccupazione l’uso che la tecnica moderna saprà fare dell’AI) è avvenuto un cambiamento “non lineare”. Il mezzo è diventato lui stesso il fine.
La tecnica moderna è diventata condizione universale per produrre qualsiasi cosa; essa ha finito con lo sbaragliare in maniera radicale un’infinità di modelli culturali che prima esistevano; così ha fatto con la politica e l’economica.
Ma andiamo ancora peggio dal punto di vista dell’etica perché con il “passaggio” che è avvenuto non vi è più una guida morale su ciò che è possibile fare o non fare. Non si può più chiedere alla tecnica, che non ha morale ed etica, di fare o non fare.
Nell’era della tecnica non è più richiesto conoscere le intenzioni di chi la usa, e più importante sapere se con il suo uso si raggiungono i risultati attesi.
Dall’etica di Kant all’etica di Weber/Jones (l’etica della responsabilità)
L’etica di Kant e l’universalità.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua quanto in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo”.
La sua è l’etica delle intenzioni, un’etica secondo ragione perché la ragione accomuna gli uomini. L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Tutto sommato, nulla di nuovo perché sembra ripresa dal pensiero cristiano: l’uomo al vertice del creato.
Il problema è che l’etica di Kant non funziona nell’età della tecnica, perché se l’uomo è un fine, allora l’aria che respiriamo è un mezzo? L’acqua che dobbiamo salvaguardare è un fine o un mezzo? La fauna, la flora, la biosfera sono tutti mezzi o fini da salvaguardare?
L’etica di Kant poteva avere un senso nel suo periodo storico, quando il mondo era popolato da 800 milioni di abitanti e quindi non c’era il problema dell’acqua, del clima e della biosfera; oggi siamo oltre 8 miliardi e quindi anche l’etica di Kant non funziona più.
Il problema è che tutte le etiche che sono state formulate in Occidente sono state formulate solamente per garantire la quiete nei rapporti umani per cui senza regole e senza morale ci sarebbe stata la guerra di tutti contro tutti; l’etica è stata pensata unicamente all’interno dell’umano e non si è mai fatta carico degli atti di natura.
E poi c’è l’etica della responsabilità Weber /Jonas, l’etica della responsabilità. Weber dice:
”Considero anche gli effetti reali delle mie azioni e me ne faccio carico. Non basta avere ideali: serve valutare le conseguenze concrete ed accettarne il peso”.
Han Jonas aggiorna il principio di responsabilità. La novità è che oggi l’uomo ha un potere enorme sulla natura e sul futuro dell’umanità (es. biotecnologie, ambiente, nucleare.
Il dovere etico fondamentale diventa:
“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita autenticamente umana sulla terra”.
La domanda allora è che tu puoi rispondere delle tue azioni finché le azioni sono prevedibili e dipendono dalla tua responsabilità.
Così se in una banca il capo dice ai suoi funzionari, siamo pieni di titoli ammalorati, sono titoli spazzatura che non possiamo tenerci, provate a venderli quando arriva qualcuno che vuole investire ma non ha sufficiente competenza economica. Il funzionario può provare qualcosa ma cosa può fare? Deve vendere i titoli ammalorati.
“Ho sentito in una conferenza ad un congresso di cardiologia di un professore americano cardiologo ritenuto da tutti i presenti il più bravo che c’era al mondo; diceva che i malati cardiologici si collocano in una curva di gauss. Cioè la gran parte dei cardiopatici si trovano al centro della curva; nel limite sinistro si trovano i meno gravi e nel limite destro i più gravi. Però il protocollo di cura funziona bene solo per i pazienti compresi nell’area della curva centrale. Sei un medico, con quelli meno gravi o gravissimi ti assumi la responsabilità di non applicare il protocollo correndo il rischio di essere licenziato?”
Puoi rispondere delle tue azioni se esse dipendono dalla tua responsabilità; ma anche questo non basta!
L’uomo e la responsabilità verso la terra che lo ospita.
Si dovrebbe fare una riflessione per abbandonare definitivamente il modello cristiano dell’uomo al vertice del creato e assumere una visione biocentrica. “Bio” è la parola che vuol dire vita! mettiamo al centro dell’universo la vita, la quale ha bisogno di essere conservata.
Per la prima volta l’uomo si trova a doversi difendere non da un nemico alzando i suoi confini, ma deve difendersi da se stesso; dalla forza geofisica che l’umanità esprime riducendo la terra a pura materia, da usare fino all’usura.
Edward Winston dice che “l’uomo ha una capacità distruttiva che nessun vivente conosce! una capacità distruttiva che supera di gran lunga le distruzioni che la natura può fare da sé perché l’uomo è diventato tra le specie viventi una forza geofisica; l’uomo è così globale con con i rifiuti tossici che infettano l’aria, l’acqua e la biosfera.”
Come si fa a evitare questo scenario per cui la tecnica e il progresso avviano il mondo verso la catastrofe!
Verrà un giorno in cui saremo costretti a rifiutare la visione antropocentrica dell’uomo padrone dell’universo; il disastro incombente cambierà di nuovo il paradigma per cui nascerà un nuovo concetto di società, probabilmente globale gestita da un governo mondiale che imporrà leggi e comportamenti a tutta l’umanità.
L’OSPITE INQUIETANTE
Il tema “dell’Ospite inquietante” è tanto delicato quanto decisivo per comprendere il disagio che soprattutto chi è nato dopo gli anni ’80 vive a causa della società della tecnica in cui ci siamo evoluti.. Ho voluto riprendere integralmente le riflessioni fatte in varie “Lectio Magistralis” che il Filosofo e psicanalista Umberto Galimberti ha svolto in questi anni sul tema.Tutto il capitolo potrebbe essere virgolettato nella sua integrità, ma per necessità di sintesi ho omesso alcuni passaggi non rilevanti al fine della riflessione complessiva. Su YouTube potete comunque trovare una libreria completa degli interventi pubblici del professore Galimberti in cui tratta questo tema.
Buona lettura!
Nietzsche, negli ultimi anni della sua vita ha definito “l’ospite inquietante”, quella forma di malessere sociale e individuale caratterizzato da tre fattori: mancanza di scopo, futuro che non è una promessa, mancanza della risposta ai perché della vita.
Alcuni attribuiscono questo malessere alla mancanza di valori; ma i valori non sono delle entità metafisiche che scendono dal cielo; i valori sono dei coefficienti sociali che ogni società adotta perché li ritiene più idonei a ridurre la conflittualità.
Prima della rivoluzione francese la società era organizzata secondo valori gerarchici, dopo la rivoluzione francese si è organizzata secondo valori di cittadinanza e di uguaglianza almeno formale; i valori sono cambiati molte volte nelle società.
Quelli che oggi consideriamo valori irrinunciabili potrebbero in un futuro, nemmeno troppo lontano, non esserlo più.
Mentre se qualcosa ci attrae andiamo comunque avanti, se il futuro, anche individuale, non è più una promessa manca la condizione per potersi impegnare nella vita. Nietzsche, diceva, “capirete tra cinquant’anni i danni dell’ospite inquietante presente nella società, perché sono arrivato troppo presto”.
Noi ce ne abbiamo messi centocinquanta di anni e non abbiamo ancora capito che è inutile metterlo alla porta “l’ospite inquietante” perché già da tempo si aggira per la nostra casa; conviene guardarlo bene in faccia.
Questo è il lavoro che dobbiamo imparare a fare perché noi siamo abituati a rimuovere tutte le cose scomode, scelta tipica della cultura occidentale immessa nell’Occidente dal cristianesimo con il concetto di speranza.
Pasolini giustamente aveva tolto dal suo vocabolario la parola “speranza” perché parola della passività; quando sentite i politici che dicono speriamo, auspichiamo e ci auguriamo, cosa stanno dicendo: niente! Non è che la speranza porta rimedio al male; se non ti dai da fare o se ti limiti a sperare non stai facendo proprio niente.
Ma come si manifesta “l’ospite inquietante”?
In questo scenario dell’etica della tecnica in cui la società è organizzata per ottenere dalle persone il massimo dei risultati avviene che il 55% degli italiani prendono psicofarmaci e chi farmaci non prende può sempre fare ricorso alla cocaina; a Milano hanno fatto dei prelievi nel naviglio e hanno verificato l’uso di quintali di cocaina. Questo succede perché ti è richiesto di essere adeguato alle performance richieste dalle diverse situazioni.
Devi essere efficace, veloce e i rapporti sociali vengono modificati rispetto al passato; in passato facevamo amicizia vera con il collega della scrivania accanto, facevamo la pausa pranzo insieme e magari anche fuori dall’orario di lavoro ci si incontrava e si usciva con le famiglie. Oggi, il pranzo è diventato solo una pausa lavorativa, e se il collega è più capace di me o veloce di me, più efficiente di me, è più bravo di me lo guardo con attenzione; si rompono così i rapporti di solidarietà perché si diventa competitivi.
Anche la scuola del merito sta diventando competitiva e viene meno al suo ruolo educativo.
Questa razionalità della tecnica elimina in ciascuno di noi tutta la nostra dimensione irrazionale e quindi bisogna considerare ciò che è irrazionale come un grande valore che stiamo perdendo e che dobbiamo preservare; perché se dal punto di vista razionale siamo tutti uguali e parliamo la stessa lingua, ci intendiamo solo dal punto di vista irrazionale.
Perché è nell’irrazionale che c’è il fondamento della nostra individualità, c’è la ragione per cui uno è diverso dall’altro.
Cosa appartiene all’irrazionale! Il dolore per esempio, l’amore, la sensibilità, le emozioni!!
Ci stiamo muovendo in un mondo dove efficienza, produttività, velocizzazione del tempo pongono dei limiti nuovi per cui sempre più persone non si sentono all’altezza delle situazioni e ciò influisce sul nostro irrazionale, sulla nostra emotività.
Per l’attuale generazione la situazione è ancora più tragica delle precedenti perché si trova anche con una mancanza di orizzonte di senso. All’epoca mia il senso c’era, eccome se c’era, perché a me, come a mio padre e a al padre di mio padre, il tempo era pieno di futuro. La speranza su un futuro migliore non era passività ma azione per accrescere la propria condizione sociale ed economica.
Io ricordo di aver insegnato al secondo liceo per un anno intero in sostituzione della professoressa che era in una gravidanza a rischio; ero al quarto anno di filosofia, non ero ancora laureato, e ho insegnato da non laureato per un intero anno. Quindi il futuro era lì ad aspettarmi e quindi ero motivato, oggi se uno si laurea in filosofia la prima cosa che deve mettersi in mente è che non insegnerà mai filosofia. Il futuro non è più motivante.
Sono arrivato a concludere che il prevalere dell’”Ospite inquietante” porta i ragazzi a bere, a drogarsi ma non credo che facciano queste cose per il piacere, forse c’è anche quello perché naturalmente tutte le dipendenze sono delle gratificazioni; ma le gratificazioni vai a cercarle quando vivi un presente insoddisfacente o troppo stressante e non hai un orizzonte di senso e di futuro nella tua vita.
Io penso però che la motivazione di fondo non sia tanta la gratificazione della droga ma quanto piuttosto che le droghe funzionano da anestetico. Io mi anestetizzo dall’angoscia che mi prende quando svolgo il mio sguardo sul futuro e allora vivo l’assoluto nel presente: 24 ore su 24.
Non voglio vedere il futuro e allora anestetizzo la mia vita. E’ un fenomeno quello dei suicidi giovanili tanto grande in età scolare i cui numeri annui non vengono pubblicati per evitare processi di imitazione.
In un mondo dove Dio è morto si torna alla ciclicità del tempo e alla drammaticità della morte che è l’implosione di ogni senso di esistenza.
Le dipendenze e “l’ospite inquietante” che si aggira per casa è il malessere a cui la società della tecnica non riesce a dare risposte.
Vivi nel presente perché il futuro è minaccioso.; ma spesso il presente è condizionato dall’ansia sul proprio futuro che non è solo di tipo economico ma di dolore, paura delle malattie e mancanza di senso della vita. Un “Ospite inquietante” che ingabbia la volontà di vivere secondo scenari positivi.
La metafora del viandante
Dobbiamo affrontare il viaggio della nostra vita come un viandante che riconosce il proprio Ospite e che lo rende mansueto.
Il viandante non è semplicemente un viaggiatore.
Il viaggiatore parte da un luogo con l’unico interesse, vincolo mentale, ansia, paura di arrivare ad un altro luogo (fine di un viaggio). Il viaggiatore non si preoccupa del tragitto perché è già stato tracciato da altri. Il viandante ha in sé l’anima dell’esploratore, vive intensamente il suo viaggio e ad ogni fermata, decide se scendere o meno, verifica le coincidenze disponibili, incontra persone coglie tutto ciò che il viaggio gli fa vivere come esperienza; accetta la fatica, dolore, la stanchezza ma gioisce dell’emozione del viaggio. Vive del desiderio di conoscere.
L’uomo è un animale sociale e come dice Aristotele “l’uomo è un animale che parla”, ma non può parlare da solo! Ciò è come dire che tu reagisci sempre con gli altri perchè è dagli altri che ricevi l’autenticazione della tua identità; anche quando ti fanno un aumento in carriera è un incremento di identità mentre se ti fanno il mobbing hai un decremento d’identità, una demotivazione, una depressione.
E’ la società, come l’insieme di rapporti sociali, che ti tiene in vita e in cui scopri la tua identità. Non sei tu con le tue pillole, le tue fughe e anestesie che ti tengono in vita…. è la società.
Allora la crisi della società, che non ha scopi da condividere, non ha visione di futuro, è una condizione che determina la crisi di identi delle persone.
Con il progresso tecnologico, non abbiamo costruito un nuovo mondo con nuovi valori; come pre configurava Nietzsche abbiamo distrutto dei valori di solidarietà e vita sociale senza crearne dei nuovi.
Ll’era della tecnica non ha scopi, non crea orizzonti e così l’uomo occidentale non ha risposte da dare al suo “Ospite inquietante”.
Per la generazione “Alfa”, cioè nati dopo il 2010 e la generazione “Beta” che sono i neonati nel 2025 e nasceranno nei prossimi anni le cose non vanno meglio!
I genitori parlano sempre meno con i bambini piccoli e ciò è un problema perché non sanno che hanno poco tempo per dare loro l’imprinting educativo che servirà loro nel futuro.
Il range in cui possono interagire è da zero a 12 anni, poi funziona solo l’esempio degli altri; le parole dei genitori diventano parole vane mentre le parole dei loro amici diventano importanti.
Nel sistema educativo entra in modo dirompente anche la scuola. Come dice Platone la mente si apre quando hai aperto il cuore, se i professori non aprono il cuore è inutile insegnare.
Tutti quanti abbiamo studiato con piacere le cose dei professori che ci avevano affascinato; i problemi li abbiamo avuti con i professori che non ci stimolavano.
Educare vuol dire seguire i ragazzi nei loro percorsi emotivi e sentimentali in quell’età incerta che si chiama adolescenza dove non sei ancora in grado di contenere le tue emozioni perché i lobi frontali, quelli della razionalità, non sono ancora formati. Gli adolescenti, dal punto di vista biologico hanno depressioni abissali ed entusiasmi stellari e poi tra questi sbalzi tremendi può capitare invece quella linea calma su cui interagire. Puoi interagire però se ti è riconosciuta una identità.
Le mamme parlano forse un po’ di più con i bambini, anche se le mamme parlano a livello fisico: sta attento a non uscire con i capelli bagnati; guarda che devi tornare presto prima che si faccia buio, attento ai semafori, etc..
I papà dal canto loro con i bambini si annoiano e parlano pochissimo e compensano tutte le parole mancate con i regali; la cameretta di un bambino o di un ragazzino è piena di regali: regali a Natale. regali a Pasqua, alla fine dell’anno, quando hai finito di asilo infantile, quando vai a scuola, i regali dei tuoi amici che ogni volta che c’è il compleanno tutti si devono trovare a mangiare torta e roba del genere.
Sapete cosa si fa con questa operazione? Si spegne il desiderio!
Si desidera quello che non c’è! Tu desideri quello che non hai, quello che hai lo godi ma è quello che non hai che alimenta il desiderio. Poi, quando a 13, 14 anni, quando si vedono i frutti di quello che hai seminato, ti chiedi ma mio figlio non desidera niente, è indifferente a tutto e’ apatico; hai spento, senza accorgertene il bene virtuoso del desiderare.
Ma la domanda psicologica a tuo figlio del tipo: sei felice l’hai mai fatta!
Noi siamo figli della cultura cristiana, dove la cosa più importante è salvare l’anima, quindi paradigma dell’individualismo; ed è così radicato l’individualismo che abbiamo creato generazioni di narcisismo egoistico dove il senso di comunità, di bene collettivo non è riconosciuto quanto dimostrare il proprio successo, l’ostentazione del proprio benessere verso gli altri.
Tutto ciò che è sociale, viene dopo.
IL RUMORE DEL SILENZIO DIGITALE
C’era un tempo in cui il progresso aveva un suono:quello dei cantieri, delle fabbriche, delle voci che sognavano un futuro migliore. Era il tempo della fiducia, della costruzione, della collettività.Ognuno credeva di essere parte di qualcosa di più grande.
Poi è arrivato il silenzio. Non un silenzio vero, ma un rumore costante, quello degli schermi, delle notifiche, delle “amicizie digitali”.
Un silenzio digitale, fatto di persone sempre più ansiose che hanno sostituito gran parte delle relazioni umane con il proprio telefonino.
Oggi i nuovi eroi non creano una prospettiva, non vogliono cambiare il mondo, anzi, lo usano.
L’etica è diventata un’opzione, la coscienza un algoritmo, il valore un numero.
Chi mostra vince, chi riflette perde.
Chi urla si impone, chi pensa sparisce.
Nel frattempo, la politica ha smesso di guidare.
Le leadership sono evaporate, sostituite da facce, slogan, identità effimere.
Chi governa non indica più la direzione: misura ogni azione sul consenso immediato che essa può generare.
Si parla di futuro, ma senza visione. Si parla di popolo, ma senza ascoltarlo.
Il potere è diventato gestione dei conflitti tra gruppi di interesse contrastanti, non costruzione del domani.
E così, in mezzo a tanto rumore, è tornato il silenzio vero: quello delle comunità che si sgretolano, dei giovani che non credono più, delle parole che non riescono più a dire “noi”.
Ma sotto la superficie dell’indifferenza, della delusione e della stanchezza qualcosa di muove, Una fame nuova.
Il desiderio di autenticità, di presenza, di voce vera.
Il bisogno di guardarsi negli occhi, di parlare senza filtri, di agire senza like.
Noi, boomers abbiamo la responsabilità di “fare un passo di lato” e facilitare, o perlomeno non ostacolare, questa presa di coscienza.
Non per nostalgia, ma per sopravvivenza.
Non possiamo tornare indietro e indicare in modo nostalgico come influenzare il cambiamento! Non è più nostro il compito di creare un’alternativa a questa disgregazione. Dobbiamo però non ostacolare, con i nostri privilegi, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti,
Possiamo, per esempio, pretendere leader che non vendano consenso per qualche euro in più di pensione, ma diano una visione di futuro alle nuove generazioni. Dobbiamo applaudire comunità in cui prevale il bene collettivo rispetto agli egoismi dei singoli.
Il futuro non è più quello che ci eravamo immaginati, si costruisce con responsabilità, con coraggio, con lentezza riscoprendo il valore della “saggezza”.
Forse è questo il nuovo atto rivoluzionario: ascoltare nel rumore, parlare nel silenzio, restare umani nell’era digitale.
Perché il mondo non ha bisogno di altri influencer, ma di “persone sagge” che parlano e agiscono con il cuore, capaci di influenzare e guidare il cambiamento.
Dobbiamo essere un po’ tutti dei viandanti per vivere il cammino anche “nebbia” che avvolge il futuro. Dobbiamo accettare il rischio di perdersi in un mondo così complicato, ma avere sempre l’obiettivo di incontrare persone con cui condividere il cammino.