ANTIFRAGILE

L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora. Questa qualità è alla base di tutto ciò che muta nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico, la sopravvivenza delle aziende, lo sviluppo di città, civiltà, sistemi giuridici, foreste equatoriali, la resistenza dei batteri, etc.

Ciò che è importante, e sotto certi aspetti straordinario, è che il concetto di antifragilità ci fa capire meglio la fragilità.

Ma che cos’è, per Taleb, antifragile? “Qualunque cosa tragga più vantaggi che svantaggi dagli eventi casuali (o da alcuni shock)” in caso contrario, quel sistema, quel servizio, quel prodotto, quell’azienda è fragile.

Il punto è che se l’antifragilità contraddistingue tutti i sistemi naturali (e complessi) che sono sopravvissuti, e che si evolvono, privarli della volatilità, della casualità e dei fattori di stress potrà solo danneggiarli: si indeboliranno e andranno incontro alla distruzione o al collasso. Siamo riusciti a rendere fragili l’economia, la nostra salute, la vita politica, l’istruzione, praticamente tutto… sopprimendo la casualità e la volatilità. Questa è la tragedia della modernità: come nel caso dei genitori nevrotici e iperprotettivi, spesso chi cerca di aiutarci finisce per farci più male.

Se quasi tutto ciò che è calato dall’alto ( top-down ) rende fragili perché impedisce l’antifragilità e la crescita, la giusta quantità di stress e disordine fiorisce. Lo stesso processo di scoperta è condizionato dall’antifragile arte di sperimentare.

Ed è l’antifragilità che vince grazie alla fragilità degli altri e questo (finora) non è mai stata insegnato.

Mai nella storia si è assistito a un periodo in cui personaggi che evitano di assumersi rischi e di esporsi in prima persona hanno esercitato un controllo così ampio. Per questo i sistemi economici, politici e sociali sono così fragili.

In sintesi, il fragilista (in medicina, in economia, nella pianificazione sociale) è colui che ci fa impegnare in politiche e azioni, tutte artificiali, di cui i vantaggi sono piccoli e visibili e gli effetti collaterali, invece, potenzialmente devastanti e invisibili .

Noi siamo arrivati a questo punto grazie a quella nozione vigliacca che è la resilienza. Le vere conquiste sociali. tecnologiche e politiche le abbiamo ottenute grazie alla propensione al rischio e all’errore di una certa categoria di persone che dobbiamo incoraggiare, proteggere e rispettare.

“Un giorno mi sono improvvisamente reso conto che la fragilità, che era priva di una definizione tecnica, poteva essere descritta come ciò che non ama la volatilità , e a ciò che non ama la volatilità non piacciono nemmeno il caso, l’incertezza, il disordine, gli errori, i fattori di stress ecc. Pensate a qualcosa di fragile, per esempio agli oggetti che avete in salotto: la cornice di vetro, il televisore o, meglio ancora, la porcellana fine nella credenza. Ricordatevi che il fragile vuole la tranquillità, l’antifragile cresce grazie al disordine e al robusto non importa più di tanto.

Dato che il contrario di positivo è negativo , e non neutro , il contrario di fragilità positiva dovrebbe essere fragilità negativa (da cui la mia denominazione di «antifragilità») e non fragilità neutra, concetto che trasmetterebbe esclusivamente robustezza, forza e indistruttibilità.”

Gli intellettuali tendono a concentrarsi sulle reazioni negative alla casualità (fragilità), piuttosto che su quelle positive (antifragilità), e questo succede in tutti gli ambiti, non solo in psicologia.

L’energia in eccesso che scaturisce dall’iperreazione di fronte a una difficoltà è ciò che permette di innovare!

Si tratta di un abbaglio: per capire che cosa intendo, basta osservare il contributo decisamente elevato ai progressi tecnologici che, dalla Rivoluzione industriale alla nascita di Silicon Valley, è stato fornito da specialisti e imprenditori privi di istruzione .

Molti autori, tra cui il grande statista Catone il Censore, ritenevano che il benessere, qualsiasi tipo di benessere, fosse la via per la rovina. 1 Quando le cose erano troppo facili non era soddisfatto, perché temeva un indebolimento della volontà, e la fiacchezza da lui paventata non riguardava soltanto i singoli individui: l’intera società avrebbe potuto ammalarsene.

Stando ai precedenti, dal punto di vista della società più si diventa ricchi, più è difficile vivere dei propri mezzi. Per noi è più difficile gestire l’abbondanza che la scarsità.

Il meccanismo di sovracompensazione si nasconde nelle situazioni più improbabili: se siete particolarmente stanchi dopo un volo intercontinentale, andate in palestra ad allenarvi invece di riposare; se avete un lavoro urgente, affidatelo alla persona più occupata di tutto l’ufficio (è un vecchio trucco). Molte persone sperperano il loro tempo libero, perché il fatto di non avere impegni le rende poco efficaci, pigre e demotivate: più sono impegnate, più hanno energia da dedicare ad altre attività. Sovracompensazione, ancora una volta.

La ridondanza è il metodo con cui i sistemi naturali gestiscono il rischio. Noi esseri umani (forse persino i commercialisti) abbiamo due reni, pezzi di ricambio e capacità aggiuntive in moltissimi organi e sistemi (come i polmoni, il sistema nervoso, l’apparato circolatorio).

In realtà, il nostro organismo individua le probabilità in modo molto sofisticato, ed è più abile della mente nel valutare i rischi. Per fare un esempio, gli esperti di gestione del rischio ricercano negli eventi del passato il cosiddetto scenario peggiore e lo utilizzano per prevedere i rischi futuri mediante il metodo chiamato «stress test». In altre parole, studiano la peggiore recessione della storia, la peggiore guerra, il peggiore andamento dei tassi d’interesse o il peggiore tasso di disoccupazione e fanno una stima esatta del peggior risultato possibile nel futuro. Ma non notano mai la seguente incongruenza: questo cosiddetto evento peggiore, quando si è verificato in passato, ha superato il caso peggiore mai registrato fino ad allora.

Un’esperienza simile è quella dell’ex presidente della Federal Reserve, il dottor Alan Greenspan, fragilista; che davanti al Congresso si è giustificato con il classico: «Non era mai successo prima». Ebbene, al contrario di Greenspan il fragilista, la natura è preparata a ciò che non si è mai verificato, perché parte dal presupposto che può sempre capitare qualcosa di peggiore .

Il fatto che coloro dai quali traiamo più benefici non siano soltanto quelli che cercano di aiutarci (per esempio, con un «consiglio»), ma le persone che hanno provato a danneggiarci, e alla fine non ci sono riuscite, è alquanto sconcertante.

Quando la materia inanimata, ovvero non vivente, viene sottoposta a stress, si logora oppure si spezza; ciò significa che può essere solo robusta, resiliente ma non antifragile.

I neurobiologi hanno dimostrato che il primo tipo di stress è necessario alla salute, mentre il secondo è nocivo. Per comprendere quanto possa essere dannoso un fattore di stress di bassa intensità senza periodo di recupero, pensate alla cosiddetta tortura cinese dell’acqua, nella quale una goccia cade incessantemente sulla testa, senza mai dar tregua.

Provo rabbia e frustrazione quando penso che un americano sopra i diciotto anni su dieci assume antidepressivi, come il Prozac. Anzi, sembra che oggi ci si debba giustificare se non si prendono farmaci al minimo sbalzo di umore. Nei rari casi di gravi stati patologici possono esserci delle buone ragioni per seguire una terapia farmacologica, ma il mio umore, la mia tristezza e i miei attacchi di ansia sono una seconda fonte di intelligenza, se non addirittura la prima.

C’è anche un altro pericolo: oltre a far del male ai bambini, stiamo danneggiando la società e il nostro futuro. Tutti gli interventi che mirano a limitare la variabilità e le oscillazioni nella vita dei bambini riducono anche la variabilità e le differenze in quella che chiamiamo Grande Società Culturalmente Globalizzata.

Infine, un ambiente ricco di variabilità (e quindi di casualità) previene i danni da stress cronico, al contrario di ciò che succede nei sistemi progettati dall’uomo. Se camminate su un terreno naturale accidentato, non troverete mai due gradini uguali: l’esatto contrario di una macchina da palestra programmata, che vi obbliga a interminabili ripetizioni dello stesso identico movimento. Gran parte della vita moderna è fatta di danni da stress cronico che potrebbero essere prevenuti.

Torniamo a un esempio tratto dall’economia: i ristoranti sono fragili e si fanno concorrenza, ma l’insieme dei ristoranti di una località è antifragile per lo stesso motivo. Se fossero individualmente robusti, e quindi eterni, il settore sarebbe stagnante o debole e si limiterebbe a offrire cibo da caffetteria (e con questo mi riferisco alle caffetterie sovietiche). Inoltre presenterebbe carenze sistematiche e, di tanto in tanto, crisi profonde, con l’annesso salvataggio finanziario da parte del governo. Ne deriva che qualità, stabilità e affidabilità generali sono dovute alla fragilità del ristorante in sé. Dunque, all’interno di un sistema alcune parti devono essere fragili per permettere all’insieme di non esserlo.

In effetti, l’aspetto più interessante dell’evoluzione è il fatto di funzionare solo grazie all’ antifragilità ; l’evoluzione predilige i fattori di stress, la casualità, l’incertezza e il disordine: se i singoli organismi sono relativamente fragili, il pool genetico trae beneficio dagli scossoni per affinare la propria capacità di adattamento.

Quando un individuo ha espletato la propria funzione riproduttiva non risulta più utile ai fini naturali (salvo forse in alcune situazioni, come tra gli esseri umani o gli elefanti, in cui è necessaria la presenza di nonne che aiutino le giovani generazioni ad assumere il proprio ruolo sociale). La natura preferisce lasciare che il gioco continui al livello delle informazioni, quello del codice genetico. Pertanto, gli individui sono costretti a morire affinché la natura (opportunista, spietata ed egoista) sia antifragile.

Se si pensa alla storia come a un sistema complesso simile alla natura, si comprende che, proprio come la natura, esso non può consentire a un solo impero di dominare il pianeta in eterno, per quanto tutti gli imperi, da quello babilonese all’America dei nostri tempi, passando per egizi, persiani e romani, abbiano creduto nell’immortalità del loro regno e prodotto storici che la teorizzavano. I sistemi soggetti alla casualità (e all’imprevedibilità) creano invece meccanismi che vanno oltre la robustezza, per reinventarsi in modo opportunistico di generazione in generazione, con continui avvicendamenti di popolazioni e specie.

È possibile semplificare la relazione tra fragilità, errore e antifragilità come segue: quando una persona è fragile, è necessario che le cose vadano alla lettera come da programma, evitando al massimo le deviazioni, in questo caso più dannose che utili. È per questo che il fragile ha bisogno di un approccio previsionale molto dettagliato mentre, viceversa, i sistemi previsionali portano fragilità.

Antifragile è invece chi desidera le deviazioni e non si preoccupa della possibile dispersione dei risultati che il futuro potrà portare, poiché sa che saranno quasi tutti utili. Inoltre, nel metodo per tentativi l’elemento casuale non è poi così casuale, se lo portate avanti razionalmente e utilizzate l’errore come fonte di informazione.

Se ogni tentativo vi fornisce informazioni su ciò che non funziona, potete concentrarvi su una soluzione, e così ogni tentativo diventa più utile e più simile a un investimento che a uno sbaglio. Senza contare che, ovviamente, lungo il percorso scoprirete molte cose.

A questo proposito Henry Petroski, ingegnere e storico dell’ingegneria, ha elaborato una teoria molto elegante. Secondo Petroski, se il Titanic non avesse avuto quel famoso e fatale incidente, avremmo continuato a costruire transatlantici sempre più grandi, e il disastro sarebbe stato molto più drammatico. Le persone che hanno perso la vita in quella circostanza, dunque, sono state sacrificate per il bene comune, salvando indiscutibilmente più vite di quante se ne siano perse. La storia del Titanic mostra la differenza tra i vantaggi per il sistema e il danno per alcuni degli individui che ne fanno parte.

Ogni sciagura aerea fa aumentare la sicurezza di tutti, potenzia il sistema e rende più sicuri i voli successivi; così le vittime dei voli Swissair 111, TWA 800 e Air France 447 hanno contribuito a migliorare il sistema. Ma questi sistemi imparano perché sono antifragili e creati per sfruttare i piccoli errori,

lo stesso non si può dire delle crisi economiche, dato che il sistema economico, così come è strutturato oggi, non è antifragile. Il motivo? Ci sono centinaia di migliaia di voli aerei l’anno, e l’incidente di uno di questi non coinvolge gli altri, perciò gli errori rimangono confinati e altamente fisiologici; i sistemi economici globalizzati, invece, operano come una cosa sola: gli errori si diffondono e si sommano.

Questo è uno dei modi per capire come un ambiente possa essere antifragile (l’aeronautica) e un altro fragile (l’economia moderna, interconnessa in stile «la Terra è piatta»).

Se ogni disastro aereo rende il successivo meno probabile, ogni crollo bancario aumenta le probabilità del seguente.

Per me un perdente è colui che, dopo aver fatto un errore, non si analizza, non lo sfrutta, ma prova imbarazzo e vergogna invece di sentirsi arricchito di una nuova informazione, e cerca di spiegare perché ha commesso lo sbaglio invece di andare avanti.

Chi non ha mai peccato è meno affidabile di chi lo ha fatto almeno una volta. E chi ha fatto tanti errori, ma mai due volte lo stesso, è più affidabile di chi non ne ha mai commessi.

Perché l’economia diventi antifragile e subisca quella che viene chiamata evoluzione, ogni singola impresa deve necessariamente essere fragile, esposta al fallimento: l’evoluzione richiede che gli organismi (o i loro geni) muoiano per essere sostituiti da altri e ottenere così un miglioramento, o che questi evitino di riprodursi se sono meno adatti degli altri. Di conseguenza, l’antifragilità dello strato più alto può richiedere la fragilità (e il sacrificio) di quello più basso.

Ogni volta che usate la macchinetta per il caffè mattutino, beneficiate della fragilità del produttore di macchinette che è fallito. È fallito per contribuire a far arrivare un prodotto migliore nella vostra cucina.

Se il sacrificio come prassi sociale è un fatto scontato nelle colonie di formiche, non credo che i singoli imprenditori siano granché interessati a fare harakiri per il bene supremo dell’economia; devono perciò preoccuparsi di raggiungere l’antifragilità o quantomeno di acquisire un certo grado di robustezza. Questo può non essere compatibile con gli interessi della collettività, ossia con l’economia. Sorge quindi un problema, la differenza tra la proprietà dell’intero (l’aggregato) e quella di ogni singola parte: l’intero, infatti, necessita del danno delle parti.

Il problema è più serio di quel che si pensi. Le persone frequentano le business school per imparare a gestire con successo un’attività garantendone la sopravvivenza, eppure ciò che l’economia intesa come collettività vuole da loro non è la sopravvivenza, ma solo che si accollino tanti rischi altissimi lasciandosi ingannare dalle probabilità. I settori produttivi a cui appartengono si evolvono fallimento dopo fallimento.

Abbiamo visto come il settore della ristorazione sia meravigliosamente efficiente proprio perché i singoli ristoranti, essendo vulnerabili, falliscono ogni minuto, e gli imprenditori ignorano questa eventualità pensando di potercela fare contro ogni probabilità. Il che equivale a dire che correre rischi sconsiderati, persino autolesionisti, giova all’economia, a condizione che non tutte le persone si accollino gli stessi rischi e che questi rimangano limitati e localizzati.

Generalizziamo la questione: guardando al mondo con un certo distacco, quello che vedo è una fortissima tensione tra uomo e natura, una tensione legata alle compensazioni di fragilità. La natura (l’aggregato) cerca di sopravvivere in quanto tale, non come somma di tutte le specie, e ciascuna specie, a sua volta, necessita che i suoi individui (soprattutto dopo la riproduzione) siano fragili, perché possa svolgersi la selezione evolutiva. Abbiamo visto come questo trasferimento di fragilità dagli individui alla specie sia necessario per la sopravvivenza generale: essendo il Dna informazione, le specie sono potenzialmente antifragili, ma i loro membri sono destinati alla morte e quindi pronti al sacrificio; in effetti sono programmati proprio per offrire questo servizio a vantaggio della collettività.

E fare l’imprenditore è un’attività rischiosa ed eroica, necessaria per la crescita e persino per la semplice sopravvivenza dell’economia.

Quando gusto un ottimo pranzo, sono ingrato nei confronti della persona che, con eccessiva sicurezza, ha aperto un ristorante, è fallita e sta probabilmente mangiando tonno in scatola. Per progredire, la società moderna dovrebbe trattare gli imprenditori in disgrazia alla stregua dei soldati caduti in guerra, forse non con altrettanto onore, ma con la stessa logica. Così come non esistono soldati falliti, vivi o morti (a meno che non si parli di codardi), non ci sono imprenditori o ricercatori falliti, ciarlatani, filosofanti, commentatori, consulenti, lobbisti e professori di economia di successo che non si accollino rischi personali.

Il mio sogno, o soluzione, è che venga istituita la Giornata nazionale dell’imprenditore, con il seguente slogan: La maggior parte di voi fallirà, non sarà rispettata, diventerà povera, ma vi siamo grati per i rischi che correte e per i sacrifici che state facendo per il bene della crescita economica mondiale e per liberare gli altri dalla povertà. Siete la fonte della nostra antifragilità. La nazione vi ringrazia della crescita economica mondiale e per liberare gli altri dalla povertà. Siete la fonte della nostra antifragilità. La nazione vi ringrazia.

LIBRO II La modernità e la negazione dell’antifragilità

Il reddito da lavoratore è più vulnerabile ai grandi shock, perché potrebbero portarlo a zero (più qualche sussidio per la disoccupazione). La casualità naturale si presenta più come il reddito da lavoratore autonomo: i grandi scossoni sono meno importanti, ma c’è variabilità quotidiana. Per di più, tale variabilità aiuta a migliorare il sistema (e da qui scaturisce l’antifragilità). Una settimana di incassi calanti fornisce, per esempio ad un tassista o a un idraulico, o alla prostituta informazioni sull’ambiente, e suggerisce loro di bazzicare una zona diversa della città per trovare clienti; un mese o giù di lì senza incassi li porta a riconsiderare le loro abilità.

Così, purtroppo, noi esseri umani abbiamo paura del secondo tipo di variabilità, e nella nostra ingenuità rendiamo fragili i sistemi (o ne ostacoliamo l’antifragilità) proteggendoli. In altre parole, e vale la pena sottolinearlo ogni volta che serve, il fatto di evitare i piccoli errori rende più gravi quelli grandi.

Lo stato centralizzato è simile al reddito da lavoratore dipendente; la città-stato, invece, assomiglia a quello di un lavoratore autonomo. Il lavoratore dipendente ha un solo datore di lavoro, il lavoratore autonomo ne ha molti piccoli, pertanto può scegliere quelli più adatti e di conseguenza ha, in ogni momento, «più opzioni». Il primo ha l’illusione della stabilità, ma è fragile, il secondo ha l’illusione della variabilità, ma è robusto e persino antifragile.

Più variabilità si riscontra in un sistema, meno tale sistema è incline ai Cigni neri.

Nel caso dello stato centralizzato, un parassita che non si alza mai dalla scrivania considera le persone solo un numero, mentre la persona che incontriamo in chiesa tutte le domeniche si sente più responsabile e a disagio per i propri errori. In una dimensione piccola, locale, il suo organismo e le sue risposte biologiche la porteranno a evitare di fare del male agli altri. Su vasta scala, gli altri sono elementi astratti; data la mancanza di contatti sociali con le persone, è la mente – con numeri, fogli di calcolo, statistiche, altri fogli di calcolo e teorie – a guidare l’impiegato pubblico, non le emozioni.

Piccolo è bello in moltissimi altri modi. Per ora vi basti sapere che il piccolo (nell’aggregato, cioè nell’insieme di piccole unità) è più antifragile del grande: di fatto il grande è condannato alla rottura, concetto che pare essere universale, visto che si applica a grandi corporation, mammiferi giganteschi ed estese amministrazioni pubbliche.

La volatilità bottom-up e quella dei processi naturali possiedono una certa proprietà matematica. Tale caratteristica genera il tipo di casualità che definisco Mediocristan – un gran numero di variazioni che possono fare paura, ma che tendono a controbilanciarsi negli aggregati (nel tempo, oppure nell’unione delle municipalità che costituiscono la grande confederazione o lo stato) – piuttosto che la casualità indisciplinata chiamata Estremistan, con la quale si ha per la maggior parte del tempo stabilità e di rado un grande caos, e dove gli errori hanno conseguenze serie. L’una fluttua, l’altra salta. La prima presenta tante piccole variazioni, la seconda varia in blocco. Proprio come il reddito del tassista paragonato a quello dell’impiegato di banca. I due tipi di casualità sono qualitativamente diversi.

Dunque le questioni finanziarie e le altre faccende di carattere economico appartengono in genere all’Estremistan, proprio come la storia, che procede per discontinuità e salti da una situazione all’altra.

Il rumore a livello municipale, ossia le variazioni distribuite confrontate con i sistemi centralizzati o gestiti dall’uomo; oppure, in altre parole, il reddito di un tassista paragonato a quello di un impiegato ). L’impeigato piuttosto che i sistemi centralizzati mostrano i cambiamenti che avvengono da una cascata all’altra, o di Cigno nero in Cigno nero. L’eccessivo intervento umano nell’appianare o controllare i processi causa uno spostamento da un sistema, il Mediocristan, all’altro, l’Estremistan. Questo effetto si applica anche a tutti i tipi di sistemi a volatilità obbligata: la sanità, la politica, l’economia, persino l’umore di una persona con o senza Prozac.

I processi di Estremistan che implicano che gli eventi remoti, quelli cioè che si verificano nelle cosiddette «code», svolgano un ruolo spropositato. Il Mediocristan è volatile, cioè fluttua ma non crolla, l’Estremistan collassa senza fluttuazioni significative, a parte qualche rara agitazione. Nel lungo periodo, il secondo sistema sarà molto più volatile, ma la volatilità arriva in blocco. Quando vincoliamo il primo sistema, tendiamo a ottenere il secondo risultato.

Un tacchino che analizza il suo passato ed è ignaro dell’esistenza del Giorno del Ringraziamento, effettua «rigorose» proiezioni basandosi sugli eventi passati.

Il lettore potrà facilmente immaginare ciò che accade quando i sistemi in cui la volatilità è vincolata e soffocata esplodono. C’è un esempio molto calzante: la soppressione del partito Baath, con l’improvviso rovesciamento di Saddam Hussein e del suo regime da parte degli Stati Uniti nel 2003. Più di centomila persone sono morte e, dieci anni dopo, il paese è ancora nel caos.

Gli stati-nazione si fondano su una burocrazia centralizzata, mentre gli imperi, come quello romano e le dinastie ottomane, contavano sulle élite locali, permettendo di fatto alle città-stato di prosperare e mantenere una certa autonomia reale (e, fattore ideale per la pace, tale autonomia era commerciale, non militare).

Per gran parte della loro storia, Genova e Venezia si sono disputate il possesso del Mediterraneo orientale e meridionale come due lucciole che si contendono un marciapiede. C’è però un dato confortante sugli staterelli in guerra: la mediocrità non può gestire più di un nemico, perciò la guerra che si fa da una parte diventa un’alleanza dall’altra. La tensione è sempre stata presente, ma senza grandi conseguenze, come le precipitazioni sulle isole britanniche; pioggerelline e assenza di inondazioni sono molto più gestibili del loro contrario, cioè lunghi periodi di siccità seguiti da nubifragi torrenziali. In altre parole, il Mediocristan.

Il nucleo dell’esempio del lavoratore dipendente e di quello autonomo era che le proprietà del rischio corso dal lavoratore dipendente sono ampiamente diverse da quelle del lavoratore autonomo. Allo stesso modo, le caratteristiche del rischio di un sistema centralizzato sono diverse da quelle di una confederazione disordinata e guidata da singole municipalità. Nel lungo periodo il secondo tipo è stabile grazie a una certa dose di volatilità.

Dal punto di vista dell’economia, se i ribassi non si vedono sul mercato da alcuni anni, diciamo da due, si parlerà di « low biennale», che causerà più danni di un low annuale. È significativo che tutto ciò venga definito «pulizia», o togliere di mezzo le «mani deboli». Una «mano debole», evidentemente, è chi è fragile ma non lo sa e si lascia cullare da un falso senso di sicurezza. Quando tante di queste mani deboli si precipitano tutte insieme verso l’uscita, provocano un crollo. Un mercato volatile non permette alle persone di indugiare a lungo prima di «fare piazza pulita» dei rischi, impedendo così simili crolli del mercato. Come recita un detto latino: «fluctuat nec mergitur» (naviga, o fluttua, ma non affonda).

In sintesi, il problema della volatilità soppressa in modo artificiale non sta solo nel fatto che il sistema tenderà a diventare estremamente fragile, ma che, in contemporanea, non mostrerà rischi visibili . Ricordate poi che la volatilità è informazione. Di fatto, sistemi del genere tendono ad apparire troppo tranquilli e a mostrare una variabilità minima, mentre i rischi si accumulano silenziosi sotto la superficie. Sebbene l’intenzione espressa dai leader politici e dai decisori economici sia quella di stabilizzare il sistema inibendo le possibili fluttuazioni, il risultato tende a essere l’esatto opposto.

Di fatto, più tempo occorre perché si verifichi il crollo, peggiori saranno i danni causati al sistema economico e a quello politico.

È chiaro che «l’alleanza» tra la famiglia reale saudita e gli Stati Uniti era finalizzata a generare stabilità. Quale stabilità? Per quanto tempo è possibile confondere il sistema? Di fatto il «quanto» è irrilevante: questo tipo di stabilità è simile a un mutuo, che alla fine si deve ripagare.

Che cosa intendo per modernità? Definisco modernità il predominio su larga scala dell’uomo sull’ambiente, il sistematico appianamento delle scabrosità del mondo e la repressione della volatilità e dei fattori di stress.

A differenza della medicina, in cui la iatrogenicità è distribuita tra la popolazione (dunque con effetti da Mediocristan), la iatrogenicità delle scienze sociali e della politica, data la concentrazione del potere, può farci saltare in aria (appartiene dunque all’Estremistan).

La quantità di informazioni a cui siamo esposti a causa della modernità sta trasformando gli esseri umani da persone serene come il lavoratore autonomo a persone nevrotiche come il lavoratore dipendente. Ai fini della nostra analisi, il lavoratore autonomo reagisce soltanto a informazioni reali, il lavoratore dipendente soprattutto al rumore. La diversità tra i due ci mostra la differenza tra rumore e segnale . Il rumore è ciò che si dovrebbe ignorare, il segnale è ciò a cui occorre prestare attenzione.

Considerzioni sulla iatrogenicità. In effetti, il medico curante di Michael Jackson è stato citato in giudizio per qualcosa di simile a un intervento-eccessivo-per-soffocare-l’antifragilità (ma ci vorrà un po’ prima che i tribunali acquisiscano dimestichezza con questo concetto). Vi siete mai chiesti perché i capi di stato e le persone molto ricche che hanno accesso a tutte queste cure mediche muoiano con la stessa facilità delle persone comuni? Be’, pare che dipenda da un eccesso di medicine e cure mediche.

Analogamente, chi lavora in una grande azienda o prende decisioni politiche (come il fragilista Greenspan) ed è provvisto di un sofisticato dipartimento di raccolta dati, ottiene un sacco di statistiche «tempestive» e può reagire in modo eccessivo, confondendo il rumore con l’informazione:

Pensate alla iatrogenicità dei giornali. Ogni giorno devono riempire le pagine con una serie di notizie fresche – soprattutto quelle trattate anche dagli altri giornali. Tuttavia, per fare le cose per bene, bisognerebbe che imparassero a rimanere in silenzio quando non ci sono notizie di rilievo. I giornali dovrebbero essere lunghi due righe in certi giorni, duecento pagine in altri, a seconda dell’intensità del segnale. Ma ovviamente vogliono fare soldi e hanno bisogno di venderci cibo spazzatura. E il cibo spazzatura è iatrogeno.

Com’è possibile che la nazione più felice del mondo, la Danimarca (ipotizzando che la felicità sia al tempo stesso misurabile e desiderabile), abbia anche un apparato statale mostruosamente esteso? Dipende forse dal fatto che questi paesi sono più piccoli dell’area metropolitana di New York? Poi un mio coautore, lo scienziato politico Mark Blyth, mi ha dimostrato che anche in questo caso si trattava di una leggenda: era quasi la stessa storia della Svizzera (ma con un clima peggiore e senza buone stazioni sciistiche). Lo stato esiste come esattore delle imposte, ma il denaro viene speso all’interno dei comuni, direttamente dai municipi, per esempio per corsi di formazione professionale in loco che la stessa comunità locale reputa necessari per rispondere alla richiesta di lavoratori da parte dei privati. Le élite economiche hanno più libertà che nella maggior parte delle altre democrazie, e questo è ben diverso dallo statalismo a cui si potrebbe associare il paese guardandolo dall’esterno.

I governi stanno sprecando miliardi di dollari cercando di predire episodi che sono il prodotto di sistemi interdipendenti, e che pertanto, presi singolarmente, non sono comprensibili dal punto di vista statistico.

la nostra esperienza passata nel calcolo degli eventi rari e significativi in politica ed economia non è vicina a zero, è zero.

L’idea di proporre la Triade è nata proprio allora, in risposta alla mia frustrazione: Fragilità-Robustezza-Antifragilità come sostituto dei metodi predittivi.

Le previsioni non sono neutrali. Tutto sta nella iatrogenicità. Le previsioni possono essere dannose per chi si assume dei rischi; non è molto diverso dall’offrire, al posto delle cure per il cancro, intrugli miracolosi o salassi, come nel caso di George Washington.

Ciò che semplifica la vita è che il robusto e l’antifragile non devono avere una comprensione del mondo accurata quanto il fragile e non necessitano di previsioni.

Per capire come la ridondanza sia una modalità d’azione non predittiva, o, meglio, meno predittiva, utilizzeremo il ragionamento esposto nel capitolo 2 : se avete dei risparmi in banca (oltre a scorte di merci nel seminterrato, come carne e hummus in scatola e lingotti d’oro), non avrete bisogno di sapere con precisione quale avvenimento provocherà eventuali difficoltà. Che sia una guerra, una rivoluzione, un terremoto, una recessione, un’epidemia, un attacco terroristico, la secessione dello stato del New Jersey, qualsiasi cosa, non dovrete profetizzare granché, a differenza di coloro che si trovano nella situazione opposta, ossia indebitati. Queste persone, a causa della loro fragilità, devono prevedere con molta più accuratezza.

Inoltre, dopo il verificarsi di un evento, dobbiamo smettere di incolpare l’incapacità di prevederlo (per esempio uno tsunami, la Primavera arabo-israeliana e rivolte simili, un terremoto, una guerra o una crisi finanziaria) e concentrarci sulla mancata comprensione dell’(anti)fragilità, ossia: «Perché abbiamo costruito un qualcosa che si rivela così fragile di fronte a eventi di questo tipo?». La mancata previsione di uno tsunami o di un evento economico è scusabile; costruire una cosa che si rivela fragile quando questi accadono non lo è.

In più, per quanto riguarda l’utopismo ingenuo, cioè la cecità di fronte alla storia, non possiamo permetterci di fare affidamento sull’eliminazione razionalistica dell’avidità e di altri difetti umani che rendono fragile la società. L’umanità cerca di farlo da migliaia di anni e gli esseri umani sono rimasti gli stessi, con più o meno denti guasti, quindi l’ultima cosa che ci serve sono individui ancor più pericolosi che ci facciano la morale (quelli che paiono in uno stato permanente di sofferenza gastrointestinale). L’azione più intelligente (e pratica) da fare consiste invece nel creare un mondo a prova di avidità, o addirittura, se tutto va bene, nel fare in modo che la società tragga vantaggio dall’avidità e da altri vizi della razza umana.

La vita sociale, economica e culturale si colloca nella sfera del Cigno nero, la vita fisica molto meno. Inoltre, occorre distinguere tra gli ambiti in cui i Cigni neri sono al tempo stesso imprevedibili e carichi di conseguenze significative e quelli in cui gli eventi rari non sono fonte di serie preoccupazioni, sia perché sono prevedibili, sia perché le loro conseguenze sono minime.

LIBRO III Una visione del mondo non predittiva

La curiosità è antifragile, come una dipendenza, ed è ingigantita dai tentativi di soddisfarla: i libri hanno la missione segreta e la capacità di moltiplicarsi, come sa bene chiunque abbia scaffali a tutta parete.

A essere franchi, il patrimonio della famiglia di Nero (Nero e Tony sono amici ma molto diversi fra loro ndr) aveva raggiunto l’apice nel 1804, perciò lui non aveva le insicurezze sociali di altri avventurieri e non considerava in alcun modo il denaro un mezzo per affermarsi in società; solo l’erudizione lo era, per il momento, e forse la saggezza, ma in età avanzata. La ricchezza smodata, se non è necessaria, è un fardello pesante. Ai suoi occhi, niente era più odioso dell’eccessiva ricercatezza (nel modo di vestire, nel cibo, nello stile di vita, nei modi) e la ricchezza era non lineare.

Ma, per portare il discorso sull’etica alla sua naturale conclusione, Nero avrebbe dovuto sentirsi altrettanto orgoglioso, e soddisfatto, anche se i rendiconti nelle buste avessero riportato delle perdite. Un uomo è degno di stima in proporzione ai rischi personali che affronta per sostenere le proprie opinioni; in altre parole, alla quantità di svantaggi a cui si espone. In sintesi, Nero credeva nell’erudizione, nell’estetica e nell’assunzione di rischi, e in poco altro.

In merito alle previsioni. Se non è possibile fare previsioni in generale, è però possibile presumere che coloro che si affidano alle previsioni stanno correndo più rischi, incontreranno qualche difficoltà e forse andranno anche in rovina. Perché? Perché chiunque faccia previsioni sarà fragile rispetto agli errori di previsione. Un pilota troppo sicuro di sé alla fine farà schiantare l’aereo. Le previsioni numeriche, poi, inducono le persone a correre rischi anche maggiori. Tony Ciccione è antifragile perché coglie l’immagine riflessa della sua fragile preda.

La mia idea è che nel prendere decisioni la saggezza è molto più importante (non solo in senso pratico, ma anche filosofico) della conoscenza.

Il successo genera un’asimmetria: avete molto più da perdere che da guadagnare, pertanto siete fragili. Quando si diventa ricchi, il dolore provocato dalla perdita del patrimonio supera il benessere emotivo suscitato dal guadagno di altre ricchezze, perciò si inizia a vivere sotto una costante minaccia emotiva.

Tito Livio, che, mezza generazione prima di Seneca, scrisse: «Gli uomini sentono il bene con minore intensità del male» («Segnius homines bona quam mala sentire»).

In realtà, il metodo dell’abituarsi mentalmente «al peggio» offre vantaggi che vanno molto al di là del terapeutico, in quanto mi ha permesso di correre una serie di rischi le cui conseguenze peggiori sono chiare e prive di ambiguità, con risvolti negativi circoscritti e conosciuti. È difficile attenersi alla sana disciplina della cancellazione mentale quando le cose vanno bene, eppure è esattamente quello il momento in cui se ne ha più bisogno.

Addomesticare le emozioni. Considerato da questo punto di vista, lo stoicismo riguarda l’addomesticamento, e non per forza l’eliminazione, delle emozioni.

Vedo il moderno saggio stoico come una persona che trasforma la paura in prudenza, il dolore in informazione, gli errori in nuovi inizi e il desiderio in iniziativa .

Seneca disse che la ricchezza è schiava dell’uomo saggio e padrona dello stolto.

La fragilità implica avere più da perdere che da guadagnare, ossia più svantaggi che vantaggi, ossia un’asimmetria (sfavorevole) e L’antifragilità implica avere più da guadagnare che da perdere, ossia più vantaggi che svantaggi, ossia un’asimmetria (favorevole).

Si è antifragili rispetto a una fonte di volatilità se i guadagni potenziali superano le perdite potenziali (e viceversa). Inoltre, se si hanno più vantaggi che svantaggi, si potrebbe essere danneggiati dalla mancanza di volatilità e di fattori di stress.

Il primo passo verso l’antifragilità consiste nel ridurre innanzitutto gli svantaggi, invece di aumentare i benefici, ossia nel diminuire l’esposizione ai Cigni neri negativi e lasciare che l’antifragilità naturale agisca da sola.

In altre parole, se una cosa è fragile, il rischio che si rompa rende irrilevante qualsiasi cosa facciate per migliorarla o per renderla «efficiente», a meno che prima non diminuiate il rischio di rottura. Come scrisse Publilio Siro, non c’è niente che possa essere realizzato sia in fretta che in sicurezza – quasi niente.

Il bilanciere finanziario. Il bilanciere finanziario ha la massima perdita nota. L’antifragilità, infatti, è la combinazione di aggressività più paranoia : eliminare gli effetti negativi, proteggersi dai danni estremi e lasciare che gli aspetti vantaggiosi, i Cigni neri positivi, se la cavino da soli.

Si può raggiungere una situazione in cui i vantaggi superano gli svantaggi semplicemente contenendo i risultati negativi estremi (danni emotivi), piuttosto che migliorando le cose che stanno nel mezzo. Qualsiasi duplice strategia composta da estremi, che non si lasci corrompere dal centro, può essere un bilanciere: in qualche modo, tutte producono asimmetrie favorevoli.

Il lettore ricorderà il programma di esercizi fisici del capitolo 2 , che consiste nel sollevare il massimo peso possibile e poi niente, paragonato ad alternative che comportano un lavoro meno intenso ma molto più lungo in palestra. Questo, con l’aggiunta di lunghe passeggiate a sforzo zero, costituisce un bilanciere dell’esercizio fisico. Vediamo altri bilancieri. Fare cose da pazzi (spaccare i mobili una volta ogni tanto) come i greci nelle ultime fasi di un baccanale e rimanere «razionali» di fronte alle decisioni più importanti. Leggere scadenti riviste di gossip e classici o altre opere complesse, ma mai roba per gente di cultura media. Parlare con studenti delle superiori, tassisti e giardinieri oppure con studiosi di grosso calibro, mai con accademici mediocri-ma-attenti-alla-carriera. Se una persona non vi piace, la si lascia stare oppure la si elimina dall’orizzonte, senza attaccarla verbalmente.

Così, proprio come lo stoicismo è un modo per addomesticare, ma non eliminare, le emozioni, il bilanciere è un modo per addomesticare, ma non eliminare, l’incertezza.

LIBRO IV Opzionalità, tecnologia e l’intelligenza dell’antifragilità

Chiamiamo fallacia teleologica l’illusione di sapere esattamente dove stiamo andando e anche dove stessimo andando in passato, e la convinzione che gli altri abbiano avuto successo in passato perché sapevano dove stavano andando.

Non chiedete mai agli altri che cosa vogliono, dove vogliono andare, dove pensano di dover andare o, peggio ancora, che cosa vorranno domani. La forza dell’imprenditore informatico Steve Jobs consisteva proprio nel non fidarsi delle ricerche di mercato e dei focus group (basati sul chiedere alla gente ciò che vuole), seguendo invece la sua immaginazione. Il suo metodo prevede che la gente non sappia che cosa vuole, finché non glielo si fornisce.

Come avvenne per la Gran Bretagna durante la Rivoluzione industriale, le principali risorse dell’America sono, semplicemente, la capacità di correre rischi e il ricorso all’opzionalità, ossia la non comune capacità di usare in maniera razionale il metodo per tentativi, senza vergognarsi di fallire, riprendere il progetto e fallire di nuovo.

Al contrario, nel Giappone moderno la vergogna deriva proprio dal fallimento, e costringe quindi le persone a nascondere i rischi sotto il tappeto, che siano di tipo finanziario o nucleare, ottenendo piccoli vantaggi mentre stanno seduti sulla dinamite; un atteggiamento, questo, che curiosamente contrasta con il loro tradizionale rispetto per gli eroi caduti in disgrazia e per la cosiddetta nobiltà del fallimento.

Nel mio gergo personale, definisco una quantità di denaro del genere «somma fanc**o»: una somma abbastanza cospicua da concedere molti, se non tutti, i vantaggi della ricchezza (i più importanti dei quali sono l’indipendenza e la possibilità di tenere occupata la mente solo con questioni che ci interessano), ma non i relativi effetti collaterali.

Al di là di un certo livello di opulenza e indipendenza, i «signori» diventano sempre meno piacevoli e le loro conversazioni sempre meno interessanti.

La formula contenuta nel capitolo 10 era: antifragilità uguale più da guadagnare che da perdere uguale più vantaggi che svantaggi uguale asimmetria (favorevole) uguale amante della volatilità .

E vale la pena ripetere che le opzioni, di qualunque tipo, sono vettori di antifragilità, in quanto permettono di avere più vantaggi che svantaggi.

Libri a parte, considerate questa semplice euristica: il vostro lavoro, le vostre idee, che si tratti di politica, arte o di altri campi, sono antifragili se, invece di avere il 100 per cento di persone che reputa accettabile o moderatamente encomiabile ciò che fate, avete un’alta percentuale di persone che detesta (anche con forza) voi e il vostro messaggio, unita a una bassa percentuale di sostenitori estremamente leali ed entusiasti. Le opzioni amano la dispersione dei risultati e non si curano troppo della media.

Se la popolazione del mondo occidentale avesse un reddito medio di cinquantamila dollari, senza alcun tipo di disuguaglianza, i venditori di beni di lusso non sopravvivrebbero. Ma se la media rimane la stessa ed è presente un alto grado di disuguaglianza, con redditi di oltre due milioni di dollari e potenzialmente anche superiori ai dieci milioni, allora questo settore ha tantissimi clienti, persino se questi redditi elevatissimi sono controbilanciati da masse di gente con redditi più bassi. Le «code» della distribuzione all’estremità più alta delle fasce di reddito sono determinate molto più dai cambiamenti nella disuguaglianza che dai cambiamenti nella media.

L’ex rettore di Harvard, Larry Summers, spiegando una sua versione di questo concetto, si è messo (goffamente) nei guai e, in seguito alle proteste suscitate, ha perso il lavoro. Stava cercando di dire che uomini e donne hanno pari intelligenza, ma che la popolazione maschile mostra più variazioni e dispersione (e dunque volatilità): ci sono più uomini molto stupidi e più uomini molto intelligenti. Secondo Summers, ciò spiegava perché il genere maschile fosse sovrarappresentato nella comunità scientifica e intellettuale (e anche perché lo fosse nelle prigioni o nei casi di fallimento). Il numero di scienziati di successo dipende dalle «code», cioè dagli estremi, piuttosto che dalla media.

Oggi nessuno ha il coraggio di dichiarare l’ovvio: lo sviluppo della società potrebbe non derivare da un accrescimento in stile asiatico della media, ma dall’aumento del numero di persone nelle «code», cioè di quel piccolo, piccolissimo numero di individui che corrono rischi e sono abbastanza folli da avere idee proprie, quelli che possiedono la rara dote dell’immaginazione, l’ancor più rara qualità del coraggio e che fanno accadere le cose.

Le implicazioni non sono affatto banali. Se pensate che l’istruzione determini la ricchezza, invece che esserne la conseguenza, o che le azioni e le scoperte intelligenti siano il risultato di idee intelligenti, preparatevi a una sorpresa. Vediamo ora quale.

Quel che è peggio è che questo cambiamento è avvenuto più o meno trent’anni dopo aver mandato l’uomo sulla Luna. Pensate ai mezzi sofisticati che occorrono per spedire qualcuno nello spazio e all’impatto assolutamente irrisorio di questo evento sulla nostra vita quotidiana, e paragonatelo all’acido lattico nelle braccia, al mal di schiena, alle palme delle mani irritate e al senso di impotenza di fronte a un corridoio lunghissimo. Di fatto, sebbene la questione sia pregna di conseguenze, stiamo parlando di una cosa banale, di una tecnologia semplicissima. Ma la tecnologia è banale solo a posteriori, non in prospettiva.

Le mezze invenzioni. Esiste infatti una categoria di cose che possiamo chiamare mezze invenzioni: spesso trasformarle in invenzioni vere e proprie è una conquista. A volte ci vuole un visionario per capire come utilizzare una scoperta, grazie al punto di vista che solo ed esclusivamente una persona del genere può avere. Prendiamo per esempio il mouse del computer, o quella che viene chiamata interfaccia grafica: ci è voluto Steve Jobs perché arrivassero sulla vostra scrivania, poi è arrivato il laptop (soltanto lui è riuscito a cogliere la dialettica tra immagini ed esseri umani), poi l’aggiunta del sonoro per una comunicazione «trilettica». Sono tutte cose evidenti che all’inizio sono state ignorate.

Anche la storia della ruota illustra il punto centrale di questo capitolo: governi e università hanno fatto pochissimo per l’innovazione e le scoperte proprio perché, oltre a essere afflitti da cieco razionalismo, ricercano ciò che è complicato, sensazionale, grandioso, che ha pretese di scientificità e fa notizia, e non cercano quasi mai la ruota del trolley. Mi sono reso conto che la semplicità non porta alla gloria.

La selezione implica opzionalità: chi racconta una storia (e la pubblica) ha il vantaggio di poter mostrare gli esempi che la confermano e ignorare completamente il resto – e maggiori saranno la volatilità e la dispersione, più rosea sarà la storia migliore (e più nera la peggiore). Chi ha opzionalità (cioè il diritto di scegliere la storia da narrare) racconta soltanto ciò che si confà al suo scopo. Si prendono i lati positivi di una storia e si nascondono quelli negativi, così sembrerà che conti solo ciò che è sensazionale. Il mondo reale si basa sull’intelligenza dell’antifragilità, ma nessuna università lo accetterebbe, proprio come gli interventisti non accettano che le cose possano migliorare senza il loro intervento. Torniamo all’idea che le università generino ricchezza e conoscenze utili per la società: qui si annida un’illusione causale. Ed è tempo di distruggerla.

Ripensate alla citazione di Seneca e Ovidio secondo cui l’ingegno nasce dal bisogno e il successo dalle difficoltà: di fatto, nel nostro linguaggio quotidiano si sono fatte strada molte varianti di questo concetto, risalenti al Medioevo, come per esempio la necessitas magistra di Erasmo da Rotterdam o «la necessità è la madre dell’invenzione». La migliore è, come al solito, quella del maestro aforista Publilio Siro: «La povertà spinge l’uomo a tentar molte cose» («Hominem experiri multa paupertas iubet»). Tuttavia, l’espressione e l’idea compaiono in una forma o nell’altra in tantissimi autori classici, tra cui Euripide, lo Pseudo Teocrito, Plauto, Apuleio, Zenobio, Giovenale, e ovviamente oggi viene definita «crescita postraumatica».

La gente di Amioun reagisce bene solo quando viene scossa». Questa è antifragilità. Vale a dire dedurre immediatamente che se i paesi ricchi hanno un alto livello d’istruzione sia questa a renderli tali, senza nemmeno controllare se è vero.

Non sto dicendo che l’istruzione sia superflua: fornisce credenziali utili per la carriera, ma su scala nazionale tale effetto viene annullato. L’istruzione rende stabile il reddito delle famiglie da una generazione all’altra. Un commerciante accumula denaro, poi i suoi figli vanno alla Sorbona e diventano medici o magistrati. La famiglia conserva la propria agiatezza perché le lauree consentono ai suoi membri di rimanere nella classe media ben dopo l’esaurimento delle ricchezze di famiglia. Ma questi effetti non valgono per le nazioni.

Questo ragionamento non si oppone all’adozione di politiche governative per l’istruzione con fini nobili come ridurre la disuguaglianza tra i cittadini, consentire ai meno abbienti di accedere alla grande letteratura e di leggere Dickens, Victor Hugo o Julien Gracq, oppure concedere maggiore libertà alle donne dei paesi poveri, il che tra l’altro porta a una diminuzione del tasso di natalità. Ma in questioni simili non si dovrebbe usare la scusa della «crescita» o della «ricchezza».

Oltre a quello di stabilizzare il reddito delle famiglie, l’istruzione offre altri vantaggi. Per esempio, cosa non trascurabile, ci rende commensali più raffinati. Ma l’idea di istruire le persone per far crescere l’economia è piuttosto recente. I documenti storici dimostrano che il governo britannico, solo cinquant’anni fa, in merito all’istruzione si poneva obiettivi diversi da quelli che abbiamo oggi: la diffusione di valori positivi, l’educazione civica e l’apprendimento, non la crescita economica (a quel tempo non erano creduloni) – tesi sostenuta anche da Alison Wolf

Analogamente, nell’antichità si imparava per il gusto di imparare, per diventare persone in gamba, con cui valeva la pena parlare, non per accrescere le riserve aurifere nei forzieri ben sorvegliati della città.

Visione non narrativa delle cose a parte, ecco un’altra lezione. La gente con troppo fumo, trucchi e metodi complicati in testa inizia a trascurare cose elementari, molto elementari. Le persone del mondo reale non possono permettersi di farlo, altrimenti andrebbero in malora. A differenza dei ricercatori, sono state selezionate in base alle capacità di sopravvivenza, non alle complicazioni. Così ho capito che, quando si agisce, meno è più: più si è studiato, meno ovvie diventano le cose elementari ma fondamentali; al contrario, l’attività spoglia le cose fino a ridurle al modello più semplice possibile.

Il nome «Prometeo» significa «colui che conosce in anticipo», mentre «Epimeteo» vuol dire «colui che riflette in ritardo», l’equivalente di chi cade nella distorsione retrospettiva di accomodare le teorie agli eventi del passato, in una modalità narrativa a posteriori.

Si fanno incursioni nel futuro utilizzando opportunismo e opzionalità. Finora nel Libro IV abbiamo visto il potere dell’opzionalità come modo alternativo di agire, opportunisticamente, con la marcia in più che deriva dall’asimmetria, la quale comporta grandi benefici e danni trascurabili. Si tratta dell’unica maniera per addomesticare l’incertezza e operare in modo razionale senza comprendere il futuro, mentre affidarsi alle narrazioni è l’esatto opposto: siamo schiavi dell’incertezza e, paradossalmente, ostacolati. Non si può guardare al futuro proiettandovi ingenuamente il passato.

Abbiamo parlato dell’opzione come espressione di antifragilità. Abbiamo suddiviso la conoscenza in due categorie, quella formale e quella alla Tony Ciccione, fortemente radicata nell’antifragilità del procedere per tentativi e del correre rischi che presentano pochi effetti negativi, alla maniera del bilanciere – una forma deintellettualizzata di assunzione del rischio (anzi, una forma a suo modo intellettuale). In un mondo opaco, questo è l’unico modo di agire.

Tabella 4. La differenza tra teleologia e opzionalità

I problemi da esperti pongono sul lato sbagliato dell’asimmetria. Esaminiamo questo concetto per quanto riguarda il rischio: quando si è fragili, si ha bisogno di sapere molte più cose rispetto a quando si è antifragili. Per converso, quando si pensa di sapere più di ciò che si sa, si è fragili (all’errore).

In precedenza abbiamo dimostrato che l’istruzione scolastica non porta alla ricchezza, ma piuttosto deriva dalla ricchezza (è un epifenomeno). Analogamente, nel prosieguo vedremo come l’assunzione antifragile di rischi, e non l’istruzione e la ricerca formale e organizzata, sia in larga parte responsabile dell’innovazione e della crescita, mentre chi scrive libri di testo racconta la storia nobilitandola. Ciò non significa che le teorie e la ricerca non svolgano alcun ruolo; solo che, essendo giocati dal caso, siamo indotti a sovrastimare il ruolo delle idee che appaiono buone.

Tabella 5. L’effetto dell’insegnare-il-volo-agli-uccelli nei diversi ambiti: esempi di attribuzione erronea dei risultati nei libri di testo

No, noi non mettiamo in pratica delle teorie. Creiamo teorie a partire dalla pratica. Quella era la nostra storia ed è facile dedurre, da questo e da altri racconti simili, che la confusione regna sovrana. La teoria è figlia della cura, non il contrario: ex cura theoria nascitur .

Kealey presenta una tesi convincente, anzi, molto convincente, e cioè che la macchina a vapore sia nata grazie a una tecnologia preesistente e sia stata creata da uomini incolti e spesso isolati tra loro, i quali hanno applicato il buonsenso pratico e l’intuito per affrontare i problemi meccanici che li assillavano, le cui soluzioni avrebbero ovviamente fruttato loro una ricompensa.

Ciò significa che la politica giusta è quella che viene chiamata «uno diviso n » o «1/ n », che spalma cioè i tentativi sul maggior numero di prove possibili: se affrontate n opzioni, investite su tutte lo stesso ammontare. 5 Piccole somme per ogni tentativo e molti tentativi, diversificando anche più di quanto vorremmo. Perché? Perché nell’Estremistan è più importante essere «dentro» un’opportunità con piccole somme piuttosto che perderla. Come mi ha detto una volta un investitore in capitale di rischio: «I profitti possono essere così grandi che non puoi permetterti di non essere dentro a ogni cosa».

Da qui deriva un problema per il futuro di questi medicinali. Più farmaci sono presenti sul mercato, più influenze reciproche avranno tra di loro, e quindi finiremo per avere un numero sempre maggiore di interazioni possibili ogni volta che verrà messa in commercio una nuova medicina. Se esistono venti farmaci non correlati tra loro, il ventunesimo dovrà prendere in considerazione venti possibili interazioni, e non è un problema. Ma se in commercio ci sono mille farmaci, dovremo prevederne poco meno di mille. E oggi esistono in commercio decine di migliaia di medicinali. Inoltre, alcuni studi dimostrano che forse stiamo sottovalutando di quattro volte le interazioni dei farmaci attuali , già presenti sul mercato; perciò, casomai, il bacino di farmaci disponibili dovrebbe diminuire, non aumentare.

Nel caso antifragile di asimmetrie positive con attività da Cigno nero positivo, come il metodo per tentativi, i precedenti del campione in esame indurranno a sottostimare la media di lungo termine; nasconderanno i pregi, non i difetti.

Nel caso fragile delle asimmetrie negative (problemi da tacchino), i precedenti del campione in esame indurranno a sottostimare la media di lungo termine; nasconderanno i difetti e mostreranno i pregi.

La turistificazione della supermamma Una volta fu chiesto al biologo e intellettuale E.O. Wilson quale fosse il principale ostacolo allo sviluppo dei bambini. La sua risposta fu: la supermamma di figli superimpegnati ( soccer mom ). Non utilizzò la nozione di letto di Procuste, ma la descrisse in maniera perfetta. La sua tesi è che queste mamme reprimono la naturale biofilia dei bambini, ossia il loro amore per gli esseri viventi. Ma il problema è più ampio: le supermamme cercano di cancellare il metodo per tentativi, l’antifragilità, dalla vita dei bambini, allontanandoli da ciò che è ecologico e trasformandoli in secchioni che operano su mappe della realtà preesistenti (approvate dalla supermamma). Studenti capaci, ma secchioni: sono come computer, solo più lenti. Inoltre, a quel punto sono del tutto impreparati a gestire l’ambiguità.

In quanto figlio della guerra civile, non credo nell’apprendimento strutturato; al contrario, credo che si possa essere intellettuali senza essere secchioni, purché si abbia una biblioteca privata al posto di un’aula e si trascorra il tempo come flâneur privi di scopo (ma razionali) beneficiando di ciò che il caso può offrirci dentro e fuori dalla biblioteca. A patto di possedere il giusto rigore, abbiamo bisogno di casualità, confusione, avventure, incertezza, scoperta di sé, eventi quasi traumatici, tutte quelle cose che rendono la vita degna. Infatti, io sono un autodidatta puro, nonostante mi sia laureato.

In un certo senso mio padre pareva non dare valore all’istruzione, ma piuttosto alla cultura o al denaro, e mi incitò in questa direzione (inizialmente mi diedi alla cultura). Era affascinato dagli eruditi e dagli uomini d’affari, gente la cui posizione non dipendeva dalle credenziali.

Ho pensato che questo fosse anche il caso delle persone scelte perché cercano di ottenere voti alti in un numero ristretto di materie, invece di seguire la propria curiosità: provate ad allontanarle solo un po’ da ciò che hanno studiato e le vedrete scomporsi, perdere sicurezza e negare la realtà.

Lo ripeto, non ero propriamente un autodidatta, visto che effettivamente mi sono laureato; ero piuttosto un autodidatta del bilanciere, in quanto studiavo il minimo necessario per superare un esame, esagerando solo di tanto in tanto rispetto a questo standard e qualche volta mettendomi nei guai perché avevo studiato di meno.

La matematica applicata nonsecchionica esiste: trovate un problema e pensate alla matematica giusta per affrontarlo (proprio come si fa quando si impara una lingua), invece di studiare a vuoto imparando teoremi ed esempi fittizi per poi modificare la realtà in modo da farla assomigliare a quegli esempi.

Introduciamo ora la pietra filosofale in questa conversazione. Socrate ha a che fare con la conoscenza, Tony Ciccione invece non ha idea di che cosa sia. Per Tony, la distinzione principale nella vita non è tra Vero e Falso, ma tra credulone e non credulone. La cosa più importante è sempre il risultato, ciò che vi accade (il beneficio o il danno che ne ricavate), non l’evento in sé.

Portando il mio discorso ancora più in là, nelle decisioni umane il Vero e il Falso (e quindi ciò che chiamiamo «convinzioni») svolgono un ruolo ridotto, secondario; quello che prevale è l’esito del Vero e del Falso, che è quasi sempre asimmetrico (una delle conseguenze è di molto superiore all’altra), cioè presenta asimmetrie positive e negative (fragili o antifragili). Lasciate che mi spieghi meglio.

Prima che i passeggeri salgano sull’aereo controlliamo sempre che non nascondano armi. Crediamo che siano terroristi: Vero o Falso? Falso, poiché è improbabile che lo siano (c’è una minuscola probabilità). Ma eseguiamo comunque i controlli, perché di fronte al terrorismo siamo fragili.

Se vi sedeste con carta e penna e annotaste tutte le decisioni che avete preso la settimana scorsa o, se vi fosse possibile, in tutta la vostra vita, vi rendereste conto che quasi tutte hanno avuto esiti asimmetrici e che da un lato si sono avute conseguenze maggiori rispetto all’altro.

Oltre che ai ciarlatani della medicina, in questa parte ho cercato di dar ragione a quegli stravaganti cani sciolti, esperti di meccanica, piccoli imprenditori, artisti innovativi e pensatori antiaccademici che sono stati oltraggiati dalla storia. Alcuni di loro avevano un grande coraggio, non soltanto il coraggio di portare avanti le loro idee, ma quello di accettare di vivere in un mondo che sapevano di non comprendere. E di goderselo.

Harvard è come una borsa di Louis Vuitton o un orologio di Cartier. È un grosso impegno finanziario per i genitori della classe media, che hanno riversato una quota crescente dei loro risparmi in queste istituzioni, trasferendo il loro denaro nelle tasche di amministratori, operatori immobiliari, professori e altri soggetti. Negli Stati Uniti l’accumulo di prestiti studenteschi viene automaticamente trasferito a questi procacciatori di rendite. In un certo senso non è tanto diverso da un’associazione a delinquere a scopo di estorsione: per avere successo nella vita occorre un’università dal «nome» accettabile, ma sappiamo che, a livello collettivo, la società non progredisce grazie all’istruzione organizzata.

LIBRO V Non lineare e non lineare

Nella vita il letto di Procuste consiste proprio nel semplificare il non lineare per renderlo lineare, il tipo di semplificazione che produce distorsione. Nel fragile, il danno si intensifica all’aumentare dell’intensità degli shock (fino a un certo punto).

Saltare da dieci metri di altezza provoca danni più di dieci volte maggiori di quelli derivati da un salto di un metro (in realtà pare che dieci metri sia l’altezza limite per la morte da caduta libera). Se ne deduce che fragile è qualcosa che è sia integro che soggetto a effetti non lineari, oltre che a eventi estremi e rari, poiché gli impatti di grande entità (o grande velocità) sono più rari di quelli di piccole dimensioni (e velocità ridotta). Per il fragile, l’effetto cumulativo di piccoli shock è minore del singolo effetto di un unico grande shock equivalente.

Ne ricavo questo principio: fragile è ciò che viene colpito molto di più da eventi estremi che da una successione di situazioni intermedie. Tutto qui. Non c’è altro modo di essere fragile.

Per l’antifragile, i benefici sono maggiori (e simmetricamente c’è meno danno) all’aumentare dell’intensità degli shock (fino a un certo punto).

Nell’esempio del traffico in una grande metropoli dalle 7.00 alle 9.00. Il costo del viaggio è quindi fragile alla volatilità del numero di auto sull’autostrada, mentre non dipende molto dalla loro presenza media. Ogni auto che si aggiunge aumenta il tempo del tragitto più di quella precedente.

La funzione mostra come, da un certo punto in poi, il tempo (e i costi) di viaggio dell’autore per raggiungere l’aeroporto Kennedy dipendano in modo non lineare dal numero di auto in strada. I costi di viaggio sono rappresentati con curvatura all’interno, cioè con andamento concavo: non è una buona cosa.

Una città non è un grande paese e una società di capitali non è una piccola azienda di grandi dimensioni. Inoltre, abbiamo imparato che la tipologia di casualità cambia passando da Mediocristan a Estremistan, e che uno stato non è una grande regione; abbiamo visto molte trasformazioni che derivano dalle dimensioni e dalla velocità. Tutte queste cose mostrano la non linearità in azione.

Ne deriva che, nei sistemi biologici, l’effetto della variabilità delle fonti alimentari e la non linearità della risposta psicologica sono fondamentali probabilmente perché la privazione, in quanto fattore di stress, mette in moto dei meccanismi che facilitano la successiva assimilazione dei principi nutritivi (o qualcosa di simile).

L’interpretazione che davo un tempo era che fosse un bias psicologico, cioè la sottovalutazione della struttura casuale del mondo, a determinare tale fenomeno: i progetti richiedono più tempo del previsto perché le stime sono sempre troppo ottimistiche.

Ne deriva che gli effetti da Cigno nero stanno aumentando, a causa della complessità, dell’interdipendenza tra le parti, della globalizzazione e di quella cosa orribile chiamata «efficienza», che spinge le persone a camminare sul filo del rasoio. Se a tutto questo si aggiungono i consulenti e le business school… Un unico problema in un qualsiasi luogo può far arrestare l’intero progetto, che così diventa altrettanto debole dell’anello più debole della catena (un grave effetto di convessità negativa). Il mondo sta diventando sempre meno prevedibile, e facciamo sempre più affidamento su tecnologie che portano con sé errori e interazioni ogni giorno più difficili da valutare, figuriamoci da predire.

Le borse non sono più i luoghi della «contrattazione alle grida», nei quali i trader si affrontano faccia a faccia urlando e strepitando come in un suk, per poi andare a bere qualcosa insieme. Le persone sono state sostituite dai computer, con minimi benefici evidenti e rischi decisamente più grandi. Mentre gli errori dei trader sono isolati e distribuiti, quelli che partono dai sistemi informatizzati si diffondono a macchia d’olio.

Come nelle questioni di dimensioni, basta suddividere le fonti di inquinamento tra molte fonti naturali. Il danno da inquinamento prodotto da dieci fonti diverse è inferiore a quello equivalente generato da un’unica fonte.

Possiamo senz’altro attribuire l’effetto fragilizzante della globalizzazione odierna alla complessità, e considerare come la connettività e i contagi culturali rendano le fluttuazioni delle variabili economiche molto più gravi: la classica virata verso l’Estremistan. Ma c’è un altro effetto: la ricchezza. Ricchezza significa di più e, a causa della progressione non lineare, more is different , «di più è un’altra cosa».

Siamo portati a fare errori più gravi semplicemente perché siamo più ricchi. Come i progetti da cento milioni di dollari sono più imprevedibili e più esposti a sforamenti di quelli da cinque milioni, allo stesso modo, per il semplice fatto di essere più ricco, il mondo è afflitto da maggiore imprevedibilità e fragilità. Questi effetti si hanno con la crescita (a livello nazionale, la Tanto Agognata Crescita del Pil). Persino a livello individuale, ricchezza significa un aumento dei mal di testa; potremmo essere costretti a sforzarci molto di più per mitigare le complicazioni derivanti dalla ricchezza che non per acquisirla.

Il fatto è che il non lineare è infinitamente più influenzato dagli eventi estremi, e però nessuno era interessato agli eventi estremi, dato che tutti avevano un blocco mentale nei loro confronti.

Allo stesso modo, i deficit statali sono particolarmente concavi rispetto ai cambiamenti delle condizioni economiche. Ogni ulteriore deviazione in dati come il tasso di disoccupazione, soprattutto quando il governo è indebitato, peggiora il deficit in modo incrementale. Per un’azienda, la leva finanziaria ha il medesimo effetto: si ricorre a prestiti sempre maggiori, per poi ottenere lo stesso effetto. Come in uno schema Ponzi.

Lo stesso accade con la leva operativa di un’azienda fragile. Se le vendite salgono del 10 per cento, i profitti aumentano meno di quanto diminuirebbero in seguito a un calo delle vendite pari al 10 per cento.

C’è da notare, come abbiamo visto, che dire qualcosa di semplice in un modo complicato, con teoremi complessi – anche se da quelle equazioni cervellotiche non si acquisisce rigore – porta le persone a prendere molto seriamente l’idea.

Non succede così, però, con la maggior parte delle cose che costruiamo e con gli errori legati a ciò che è fragile, in presenza di effetti di convessità negativa. Questa tipologia di errori produce risultati in un’unica direzione, quella negativa, e tende a far atterrare gli aeroplani in ritardo e non in anticipo, a far peggiorare le guerre e non a migliorarle.

Quindi – e questo è il punto centrale della Triade – possiamo classificare le cose distinguendo tra: quelle che nel lungo termine apprezzano le anomalie (o gli errori), quelle che sono neutre nei loro confronti e, infine, quelle che non le gradiscono. Finora abbiamo visto che l’evoluzione apprezza le anomalie, così come il processo di scoperta, mentre l’incertezza ha un impatto negativo su certe previsioni;

Vi hanno appena comunicato che vostra nonna passerà le prossime due ore a una temperatura media molto gradevole di 21°. Benissimo, pensate, poiché si tratta delle condizioni termiche ideali per le nonne. Siccome avete studiato in una business school, siete tipi da «quadro generale» e vi ritenete soddisfatti di questa informazione sommaria. Manca però la seconda parte dei dati. Si scopre infatti che la nonna passerà la prima ora a 18° e la seconda a circa 60°, con una media davvero piacevole e mediterranea di 21°. Conseguenze quasi certe: niente più nonna, un funerale e, forse, un’eredità. Naturalmente le variazioni di temperatura risultano sempre più dannose man mano che si allontanano dai 21°. La seconda parte dell’informazione, la variabilità, si rivela così più importante della prima.

Per il momento accontentatevi di questo, perché ora ci sposteremo velocemente sugli attributi più generali, che nel caso della risposta della nonna alla temperatura significano quanto segue: a) c’è non linearità (la risposta non è una linea retta, non è «lineare»), b) curva all’interno, e curva troppo, c) più la risposta è non lineare, meno rilevante è la media e più importante è la stabilità intorno a questa media.

Il papa chiese a Michelangelo di rivelargli il segreto del suo genio, e in particolare come avesse fatto a scolpire la statua del David, unanimemente considerata un capolavoro inarrivabile. La sua risposta fu: «È semplice. Ho solo tolto tutto quello che non era il David». Il lettore potrà forse riconoscere in questa frase la logica che sottende al bilanciere: come ricorderete, tale logica prevede che innanzitutto sia necessario eliminare le fragilità.

I ciarlatani si riconoscono perché offrono solo ed esclusivamente consigli che implicano un’azione, sfruttando la nostra ingenuità e la nostra inclinazione a essere creduloni nei confronti di ricette che sul momento ci paiono ovvie, ma che poi evaporano a mano a mano che le dimentichiamo. Pensate a quei manuali della serie «come fare» che nel titolo hanno la frase «in dieci passi» (aggiungete voi: diventare ricchi, dimagrire, farsi degli amici, innovare, farsi eleggere, aumentare la massa muscolare, trovare marito, gestire un orfanotrofio e via dicendo).

LIBRO VI Via negativa

Eppure, nella pratica i migliori, cioè gli individui selezionati dal processo evolutivo, sfruttano il negativo; i campioni di scacchi vincono evitando la sconfitta, la gente diventa ricca perché non va in bancarotta (soprattutto quando gli altri invece ci finiscono); le religioni sono in gran parte costruite sui divieti, le lezioni della vita riguardano le cose da evitare. Riusciamo a ridurre buona parte dei rischi di incidenti grazie a un numero esiguo di accorgimenti.

Conoscenza sottrattiva Nel campo della conoscenza si applica lo stesso concetto. Il contributo principale – e più robusto – alla conoscenza consiste nella rimozione di ciò che pensiamo sia sbagliato.

Perciò, il principio fondamentale è il seguente: conosciamo molto meglio ciò che è sbagliato rispetto a ciò che è giusto, o, per esprimermi nei termini derivati dalla classificazione fragile/robusto, la conoscenza negativa (quello che è sbagliato, che non funziona) è più robusta nei confronti dell’errore rispetto alla conoscenza positiva (quello che è giusto, che funziona).

Dunque la conoscenza aumenta per sottrazione molto più che per addizione, poiché ciò che sappiamo oggi potrebbe rivelarsi sbagliato, ma ciò che sappiamo essere sbagliato non può rivelarsi giusto, quanto meno non così facilmente. Se individuo un cigno nero (con la minuscola), posso essere praticamente certo che l’affermazione «tutti i cigni sono bianchi» è sbagliata.

Alcune persone conoscono bene l’idea dell’ 80/20 , basata sulla scoperta compiuta oltre un secolo fa da Vilfredo Pareto che in Italia il 20 per cento della popolazione possedeva l’80 per cento della terra e viceversa. Di questo 20 per cento, il 20 per cento (vale a dire il 4 per cento del totale) avrebbe posseduto circa l’80 per cento dell’80 per cento (cioè il 64 per cento) dei terreni. Alla fine rimaniamo con meno dell’1 per cento che possiede circa il 50 per cento del totale. Questo concetto illustra gli effetti del tipo «chi vince piglia tutto» dell’Estremistan. Tali effetti sono generali e spaziano dalla distribuzione della ricchezza alle vendite di libri per autore.

Pochi si rendono conto che, per molte cose che un tempo erano all’80/20, ci stiamo spostando nella ben più iniqua distribuzione del 99/1: il 99 per cento del traffico internet è legato a meno dell’1 per cento dei siti, il 99 per cento delle vendite editoriali riguarda meno dell’1 per cento degli autori… e mi devo fermare qui, perché i numeri sono emotivamente sconvolgenti. Quasi tutto ciò che è contemporaneo presenta effetti del tipo «chi vince piglia tutto», e ciò include fonti di danno e di benefici. Di conseguenza, come dimostrerò più avanti, una modifica dell’1 per cento dei sistemi può diminuire la fragilità (o aumentare l’antifragilità) di circa il 99 per cento, e ci vorranno pochi, pochissimi passaggi, spesso a basso costo, per migliorare le cose e renderle più sicure.

E certo non c’è bisogno di risme di carta ricoperte di dati per demolire le tonnellate di documenti economici che utilizzano la statistica: a invalidarli basta la semplice argomentazione secondo la quale sono i Cigni neri e gli eventi coda a gestire il mondo socioeconomico (e tali eventi non sono prevedibili).

Le decisioni ovvie (robuste all’errore) non richiedono più di un motivo. Analogamente, l’esercito francese aveva un’euristica per rifiutare le scuse di assenteismo per più di un motivo, come la morte della nonna, un raffreddore virale e l’essere stati morsi da un cinghiale. Se qualcuno attacca un libro o un’idea utilizzando più di un argomento, sapete che non è vero: nessuno dice «è un criminale, ha ucciso tanta gente, è anche un maleducato a tavola e poi ha l’alito cattivo e guida male».

Ricordate l’asimmetria fondamentale: l’antifragile trae benefici dalla volatilità e dal disordine, il fragile ne è danneggiato. Ebbene, il tempo equivale al disordine. In base al concetto di fragilità e antifragilità, occorre togliere dal futuro, semplicemente ridurre le cose che non appartengono ai tempi a venire. È la via negativa . Ciò che è fragile alla fine si romperà; e, fortunatamente, possiamo facilmente stabilire quali siano le cose fragili. I Cigni neri positivi sono molto più imprevedibili di quelli negativi.

Si può star certi che ciò che è incline al Cigno nero alla fine verrà inghiottito dalla storia, visto che il tempo aumenta la probabilità che si verifichi un tale evento. D’altra parte, però, le tipiche previsioni (che non riguardano ciò che attualmente è fragile) si alterano con il passare del tempo; in presenza di non linearità, più la previsione sarà a lungo termine, meno sarà accurata.

Quando ci viene chiesto di immaginare il futuro, tendiamo a prendere come punto di riferimento il presente e poi creiamo un ipotetico domani aggiungendo nuovi prodotti e tecnologie, e ciò che più o meno ha senso interpolando le acquisizioni del passato.

Vi occorre solo questo: un po’ di rispetto per il passato, un pizzico di curiosità per le testimonianze storiche, il desiderio di impadronirvi della saggezza degli anziani e la comprensione del concetto di «euristica», cioè di tutte le regole empiriche, spesso non scritte, che sono tanto determinanti per la sopravvivenza. In altre parole, sarete costretti a dar peso alle cose che esistono da un bel po’, che sono sopravvissute.

La tecnologia dà il suo meglio quando è invisibile. Sono convinto che raggiunga la sua massima utilità quando elimina le precedenti tecnologie rivelatesi deleterie, innaturali, alienanti e, soprattutto, intrinsecamente fragili. Pertanto, una proprietà innata della tecnologia può essere il desiderio di sostituire se stessa.

Tabella 6. Ambiti e confronto dell’aspettativa di vita nel paragone tra «vecchio» e «giovane»

Per il deperibile, ogni giorno di vita in più si traduce in aspettativa di vita più breve . Per il non deperibile, ogni giorno di vita in più implica un’aspettativa di vita più lunga .

Con gli oggetti non deperibili avviene l’opposto. Sto semplificando le cifre in modo da risultare più chiaro. Se un libro è stato stampato per quarant’anni, posso prevedere che rimanga in catalogo per altri quaranta. Però, e qui sta la principale differenza, se sopravvive per un altro decennio, allora ci si potrà aspettare che rimanga in catalogo per altri cinquant’anni. Questo, di regola, ci spiega perché le cose che esistono da lungo tempo non «invecchiano» come le persone, ma «invecchiano» al contrario. Ogni anno che passa senza che si estinguano raddoppia l’aspettativa di vita residua. Questo è indice di una certa robustezza. La robustezza di un oggetto è proporzionale alla sua vita!

Gran parte del progresso è legata ai giovani, grazie alla loro relativa autonomia dal sistema e al coraggio di agire che le persone più in là con gli anni perdono man mano che rimangono intrappolate nella vita. Ma sono proprio i giovani a proporre idee fragili, non perché sono giovani, ma perché la maggior parte delle idee «non stagionate» è fragile. E, ovviamente, chi vende idee «avveniristiche» non farà molti soldi vendendo il valore del passato! Le nuove tecnologie sono più facili da sbandierare ai quattro venti.

Presenterò ora un’applicazione dell’effetto giocati dal caso. L’informazione ha una caratteristica odiosa: nasconde i fallimenti. Dopo aver sentito le storie di chi è diventato ricco grazie al mercato azionario e si è costruito una villa dall’altra parte della strada, molte persone sono state attratte dai mercati finanziari, ma, poiché i fallimenti sono tenuti nascosti e non se ne sente mai parlare, gli investitori sono portati a sopravvalutare le proprie possibilità di successo. Lo stesso discorso vale per la stesura dei romanzi: non vediamo tutti i bellissimi romanzi ormai fuori catalogo, ma pensiamo che, siccome i romanzi che hanno venduto bene sono ben scritti (qualunque cosa significhi), i libri ben scritti venderanno bene.

Se annunciate a qualcuno «hai perso 10000 dollari» si arrabbierà molto di più rispetto a quanto farebbe se gli diceste «il tuo portafogli titoli, che prima valeva 785000 dollari, adesso ne vale 775000». Il nostro cervello predilige le scorciatoie, e le variazioni sono più facili da cogliere (e immagazzinare) rispetto al dato totale. Richiedono meno capacità di memoria. Questa euristica psicologica (che spesso opera senza che ce ne rendiamo conto), cioè l’errore di considerare la variazione al posto del totale, è dilagante, persino in situazioni ben visibili.

Notiamo di più ciò che varia e muta rispetto a ciò che svolge un ruolo significativo ma non si modifica. Insomma, pare che di molti oggetti tecnologici moderni (sci, auto, computer, software) si notino più le differenze tra i vari modelli che i punti in comune. La gente compra un oggetto nuovo, si sente più soddisfatta e poi, dopo un picco iniziale, torna rapidamente al livello di benessere di base. Perciò, quando «facciamo l’upgrade» sentiamo un picco di soddisfazione dovuto al cambiamento di tecnologia. Ma poi ci abituiamo e cominciamo a cercare affannosamente una nuova cosa nuova.

Tra l’altro, la progettazione urbanistica dimostra la proprietà fondamentale del cosiddetto effetto top-down : il top-down in genere è irreversibile, perciò gli errori tendono a rimanere, mentre il bottom-up è graduale e incrementale, e lungo il percorso prevede creazione e distruzione, pur seguendo presumibilmente un andamento positivo.

Purtroppo, l’architettura contemporanea è liscia, anche quando cerca di apparire stravagante. Ciò che è top-down in genere è senza increspature (cioè non frattale) e pare morto.

Per alcune persone, questo tipo di edifici causa qualcosa di più di un danno estetico: molti rumeni sono ancora infuriati per la distruzione dei villaggi tradizionali operata dal dittatore Nicolae Ceau ș escu, che li ha sostituiti con grattacieli moderni. Neomania e dittatura formano una combinazione esplosiva. In Francia, c’è chi incolpa l’architettura moderna dell’edilizia abitativa di aver fomentato le rivolte degli immigrati. Come ha scritto il giornalista Christopher Caldwell parlando di quelle condizioni di vita innaturali: «Le Corbusier chiamava le case “macchine per vivere”. I progetti francesi di edilizia abitativa, come adesso sappiamo, sono diventati macchine per l’alienazione».

Mettendo in guardia gli altri dalla vulnerabilità – facendo cioè profezie sottrattive – ci avviciniamo al ruolo originario del profeta: avvertire, non necessariamente predire, e prevedere calamità se la gente non presta ascolto .

Il classico ruolo del profeta, quanto meno nel senso levantino del termine, non è scrutare il futuro, ma parlare del presente. Il profeta è colui che dice agli altri che cosa fare, o meglio, secondo me, che cosa non fare, un’indicazione più robusta.

L’attività di previsione è invece circoscritta ai veggenti o a quella serie di persone che si occupano di divinazioni, come gli «astrologi»,

Ho riscontrato lo stesso errore nel campo della gestione del rischio, in scienziati che cercavano di essere innovativi in maniera standard. Le persone che si occupano di gestione del rischio tengono conto solo delle cose rischiose che le hanno colpite in passato (dato il loro interesse per l’«evidenza»), senza rendersi conto che, prima che quegli eventi si verificassero, le cose che le hanno gravemente colpite non avevano precedenti, ed erano cioè al di fuori di qualunque standard.

In questi casi, infatti, la medicina presenta asimmetrie positive (effetti di convessità) e il risultato sarà meno incline a generare fragilità. Altrimenti, in situazioni in cui i benefici di determinati farmaci, procedure o cambiamenti di regime alimentare o stile di vita appaiono minimi – per esempio, quelli che perseguono il benessere –, siamo potenzialmente di fronte a un grave problema da creduloni (che ci colloca dunque sul lato sbagliato degli effetti della convessità).

Ciò che non è naturale deve dimostrare i benefici che apporta, ma il naturale no, seguendo il principio statistico delineato in precedenza, e cioè che la natura va considerata molto meno credulona degli esseri umani. In un ambito complesso, solo il tempo – un tempo molto lungo – costituisce una prova. In generale, confondere l’assenza di prove con la prova dell’assenza è un errore che tende a manifestarsi in persone sveglie e istruite, come se l’istruzione rendesse la gente più incline a cadere in semplici errori logici.

VI sono casi della medicina in cui i benefici apparivano evidenti e immediati, per quanto piccoli, mentre il danno è rimasto latente per anni, almeno per tre quarti di una generazione. Il secondo principio della iatrogenicità è questo: essa è non lineare. Non dovremmo assumerci rischi con persone quasi in salute, ma dovremmo assumercene molti, molti di più con le persone che reputiamo in pericolo. 1

Nel caso degli ipertesi a bassa criticità, le possibilità di beneficiare dell’assunzione di un dato farmaco è vicina al 5,6 per cento (solo una persona su diciotto trae giovamento dalla cura). Ma quando la pressione sanguigna si colloca nella fascia «alta» o «grave», le possibilità di trarre vantaggio dalla cura sono rispettivamente il 26 e il 72 per cento (cioè beneficeranno della cura una persona su quattro e due su tre). Perciò i benefici della terapia sono convessi rispetto alla malattia.

Antibiotici . Ogni volta che prendete un antibiotico, contribuite (fino a un certo punto) alla mutazione dei germi in ceppi resistenti agli antibiotici. E per di più giocate con il vostro sistema immunitario. Trasferite l’antifragilità dal vostro corpo ai germi. La soluzione, ovviamente, è farlo solamente quando i benefici sono elevati. L’igiene, o meglio, l’eccesso di igiene, produce lo stesso effetto, soprattutto quando le persone si lavano le mani con prodotti chimici dopo ogni contatto sociale.

Permettetemi di ribadire il concetto dall’inizio alla fine, per chiarirlo meglio. L’evoluzione procede attraverso bricolage o sperimentazioni convesse e prive di scopo, intrinsecamente robuste, ossia ottenendo potenziali profitti stocastici grazie a errori continui, ripetitivi, piccoli e localizzati. Quello che hanno fatto gli uomini con la scienza top-down , strategica, è esattamente l’opposto: interventi con effetti di convessità negativa, cioè il raggiungimento di minimi profitti certi tramite l’esposizione a enormi errori potenziali. La nostra esperienza di comprensione dei rischi nei sistemi complessi (biologia, economia, clima) è penosa, inquinata da distorsioni retrospettive (capiamo i rischi solamente quando si sono già verificati i danni, eppure continuiamo a ripetere questo stesso errore), e niente mi convincerà del fatto che si siano compiuti dei progressi nella gestione del rischio. In questo caso specifico, data la scalabilità degli errori, siamo esposti alla casualità più sfrenata possibile. In parole povere, agli esseri umani non dovrebbero essere affidati giocattoli esplosivi (come le bombe atomiche, i derivati finanziari o gli strumenti per creare la vita).

Consentitemi di riformulare l’ultimo punto in modo diverso. Se in natura esiste qualcosa che non capite, ci sono buone probabilità che quella data cosa abbia un senso più profondo, che va oltre la vostra comprensione. Quindi nelle cose della natura c’è una logica di gran lunga superiore alla nostra.

Potrei esprimere la mia regola in questo modo: ciò che fa Madre Natura è rigoroso fino a prova contraria; ciò che fanno gli esseri umani e la scienza è difettoso fino a prova contraria.

Ciò che emerge dopo milioni di anni è una magnifica combinazione di solidità, antifragilità e fragilità locale, sacrifici in ambiti specifici per permettere alla natura nel suo insieme di funzionare meglio. Ci sacrifichiamo a favore dei nostri geni, barattando la nostra fragilità con la loro sopravvivenza. Noi invecchiamo, ma loro rimangono giovani e diventano sempre più idonei al di fuori di noi. Su piccola scala le cose si rompono in continuazione, in modo da evitare catastrofi generali su larga scala.

Di fatto le tesi esposte in questo capitolo e nel prossimo si basano tutte sulla matematica delle probabilità, ma è un uso non razionalistico della matematica, che in gran parte permette di individuare le macroscopiche contraddizioni tra le affermazioni sulla gravità della malattia e l’intensità della cura. D’altra parte, l’uso della matematica nelle scienze sociali è come l’interventismo. Chi lo pratica professionalmente tende a ricorrervi ovunque, tranne dove può essere davvero utile.

Esiste un punto di break even , «di pareggio», che i dottori e i pazienti in preda al panico valicano agilmente: curare il tumore che non ti uccide ti accorcia la vita, perché la chemioterapia è tossica. Siamo tutti preda di una terribile paranoia rispetto al cancro, ossia consideriamo la catena causale a ritroso, commettendo un errore logico chiamato affermazione del conseguente . Se tutti quelli che muoiono prematuramente di cancro hanno un tumore maligno, ciò non significa che tutti i tumori maligni portino alla morte per cancro.

Si tratta di un’ulteriore applicazione della via negativa : spendere meno e vivere di più è una strategia sottrattiva. Abbiamo visto che la iatrogenicità deriva dal bias di intervento, dalla via positiva , cioè dalla propensione a fare qualcosa , causando tutti i problemi di cui abbiamo parlato.

la «ricerca della felicità» non equivale all’«evitare l’infelicità». Tutti sappiamo benissimo non solo che cosa ci rende infelici (per esempio, gli editor, il pendolarismo, i cattivi odori, il dolore, trovare una certa rivista in un sala d’attesa ecc.), ma anche che cosa fare per risolvere la situazione.

Quando vedo le fotografie del mio amico, nonché padrino dello stile di vita paleoprimitivo, Art De Vany, che è in forma smagliante nonostante abbia più di settant’anni (molto più in salute di gran parte delle persone che hanno trent’anni meno di lui), e di miliardari dal fisico a forma di pera, come Rupert Murdoch, Warren Buffett e altri della stessa età, vengo irrimediabilmente colto da questo pensiero: se la vera ricchezza consiste in un sonno privo di turbamenti, in una coscienza pulita, nella gratitudine reciproca, nell’assenza di invidia, in un buon appetito, forza muscolare, energia fisica, risate frequenti, pasti in compagnia, niente palestra, un po’ di lavoro fisico (anche come passatempo), evacuazioni regolari, niente sale riunioni e qualche sorpresa di tanto in tanto, allora è marcatamente sottrattiva (eliminazione della iatrogenicità).

Per quale motivo? Perché la privazione è un fattore di stress, e sappiamo l’effetto che fanno tali fattori quando viene concesso loro un adeguato tempo di recupero. Ancora un volta vediamo all’opera gli effetti della convessità: assumere il triplo della dose quotidiana di proteine in un giorno solo e niente per i due giorni seguenti non equivale certo, dal punto di vista biologico, a un consumo moderato e «regolare», se le nostre reazioni metaboliche sono non lineari. Dovrebbe apportare qualche beneficio (o, almeno, siamo fatti perché questo avvenga).

Possiamo dare un’occhiata agli studi di biologia, non per generalizzare o per utilizzarli in maniera razionalistica, ma per verificare l’esistenza di una risposta umana alla fame, ossia il fatto che l’astensione dal cibo attivi dei meccanismi biologici

I ricercatori stanno razionalizzando tale concetto con il meccanismo dell’ autofagia (mangiare se stessi): quando mancano le fonti esterne, secondo queste teorie le nostre cellule iniziano a divorare se stesse, oppure a scindere le proteine e ricombinare gli aminoacidi per fornire il materiale per costruire altre cellule. Alcuni ricercatori (per il momento) ipotizzano che l’effetto «aspirapolvere» dell’autofagia sia la chiave della longevità, anche se le mie idee sul naturale sono impermeabili alle loro teorie: come dimostrerò più avanti, il digiuno occasionale apporta alcuni benefici alla salute, tutto qui.

Io non sono qui per vivere per sempre, come un animale malato. Sono qui per morire di una morte eroica per il bene della collettività, per generare dei discendenti (e prepararli alla vita e provvedere a loro) o, da ultimo, per scrivere libri; a cercare l’immortalità dovrebbero essere le mie informazioni, ossia i miei geni, ciò che di antifragile c’è in me, non io. E poi bisogna dire addio, avere un bel funerale a Mar Sarkis, presso Amioun, e infine, come dicono i francesi, place aux autres , lasciare spazio ad altri.

LIBRO VII L’etica della fragilità e dell’antifragilità

Il problema peggiore della modernità sta nel trasferimento pernicioso della fragilità e dell’antifragilità da un gruppo all’altro, il primo dei quali ottiene i benefici e il secondo (senza volerlo) i danni, un trasferimento facilitato dal divario crescente tra l’etico e il legale. Questo stato di cose è sempre esistito, ma oggi si è acutizzato: la modernità lo nasconde in modo eccellente.

Stiamo assistendo a un cambiamento fondamentale. Pensate alle società di un tempo, quelle che sono sopravvissute. La differenza principale tra noi e loro sta nella scomparsa del senso di eroismo: la progressiva perdita di rispetto nei confronti di coloro che si fanno carico dei rischi di esiti negativi al posto degli altri, unita al disconoscimento della loro influenza. L’eroismo infatti è l’esatto opposto del problema del mandato: qualcuno sceglie di farsi carico degli svantaggi (rischiando la propria vita o facendosi male oppure, nelle forme più lievi, accettando di privarsi di alcuni benefici) per il bene altrui. Quello che accade oggi è l’opposto: si mette il potere nelle mani di persone, come i banchieri, i dirigenti delle grandi aziende (che non sono imprenditori) e i politici, che rubano un’opzione gratuita alla società. E l’eroismo non riguarda soltanto sommosse e guerre. Ecco un esempio di problema del mandato al contrario: da piccolo rimasi molto colpito dalla storia di una bambinaia che era morta per evitare che un bambino finisse sotto una macchina. Non c’è niente di più onorevole, dal mio punto di vista, che accettare di morire al posto di qualcun altro. In altre parole, questo è ciò che si definisce sacrificio. E la parola «sacrificio» è collegata a sacro , ovvero a ciò che è santo, distinto da ciò che è profano.

Nelle società tradizionali, un essere umano è meritevole e degno di rispetto in proporzione agli svantaggi che è disposto (o, molto più spesso di quanto ci si aspetti, è disposta ) ad affrontare per il bene degli altri. I più coraggiosi o valorosi occupano i livelli più alti della società: cavalieri, generali, comandanti. Persino i padrini della mafia accettano il fatto che la loro posizione gerarchica li esponga maggiormente a tentativi di omicidio da parte dei rivali e a essere perseguiti dalle autorità. Lo stesso vale per i santi, ossia coloro che rinunciano alle loro vite dedicandole al servizio degli altri: aiutare i deboli, i bisognosi e i diseredati. Per questo motivo, la tabella 7 presenta un’altra Triade: qui troverete coloro che non si giocano niente ma traggono vantaggio dagli altri, quelli che non ricavano né benefici né danni dagli altri e, infine, la meravigliosa categoria di quanti si sacrificano e si accollano i danni per il bene altrui.

Concedetemi di seguire le mie emozioni iniziando dalla terza colonna, quella a destra, relativa agli eroi e alle persone coraggiose. La robustezza – persino l’antifragilità – delle società dipende da loro; se oggi siamo qui è perché qualcuno, a un certo punto, ha corso dei rischi per noi.

Mi preoccupo ancora di più per il futuro della razza umana quando vedo un nerd dietro a un computer in un sobborgo di Washington D.C., a due passi da una caffetteria Starbucks o da un centro commerciale, capace di far saltare in aria un intero battaglione in un luogo remoto, diciamo in Pakistan, e poi di andare in palestra ad «allenarsi» (confrontate la sua filosofia con quella dei cavalieri o dei samurai). La vigliaccheria tecnologicamente potenziata ha una lunga catena di conseguenze: la società è resa fragile da politici senza spina dorsale, da renitenti alla leva che hanno paura dei sondaggi e da giornalisti che costruiscono narrazioni, i quali creano deficit esplosivi e aggravano i problemi del mandato perché vogliono fare bella figura nel breve periodo.

Gli effetti del trasferimento di fragilità stanno diventando più gravi, in quanto la nostra epoca colloca un numero crescente di persone nella colonna di sinistra: eroi al contrario, per così dire. Sono molte le professioni colpite, quasi tutte figlie dalla modernità, che diventano più antifragili a spese della nostra fragilità: funzionari governativi a tempo indeterminato, ricercatori accademici, giornalisti (del tipo che non si occupa di sfatare i miti), l’establishment medico, le grandi aziende farmaceutiche e molte altre. Come possiamo risolvere il problema? Come al solito, con l’aiuto determinante degli antichi.

Non ci deve essere opinione senza rischio, e naturalmente nessun rischio senza la speranza di un guadagno. I commentatori devono avere uno status inferiore a quello dei cittadini. Questi, se non altro, affrontano gli effetti negativi delle loro affermazioni.

Così, schierandomi contro l’idea dell’intellettuale e del commentatore come membri distaccati e protetti della società, affermo che è profondamente immorale parlare senza fare, senza esporsi alle conseguenze negative, senza mettersi in gioco, senza avere qualcosa da perdere.

la vostra opinione; può arrecare danni agli altri (che si fidano di ciò che dite), eppure non avete alcuna responsabilità. Vi sembra giusto? Ma questa è l’era dell’informazione. Può darsi che tale effetto di trasferimento di fragilità sia già stato presente nel corso della storia, ma oggi è molto più acuto, a causa della moderna interconnessione e dell’invisibilità delle catene causali, che abbiamo appena smascherato. Oggi l’intellettuale è molto più potente e pericoloso di prima. Il «mondo della conoscenza» provoca una scissione tra sapere e fare (all’interno della persona) e conduce alla fragilità della società. In che modo?

Verba volant , le parole volano. Le persone che parlano e non agiscono non sono mai state più visibili di quanto lo siano in epoca moderna, né hanno mai ricoperto un ruolo più importante. Questo è il risultato della modernità e della divisione dei compiti.

Non chiedere mai a nessuno la sua opinione, la sua previsione o il suo consiglio. Chiedi solo quali titoli ha o non ha nel suo portafoglio.

Non chiedere mai al dottore che cosa devi fare tu . Chiedigli che cosa farebbe lui se fosse al posto tuo. La differenza potrebbe sorprendervi.

Ciò significa che nel caso fragile si guadagnano centesimi ma si perdono dollari, in quello antifragile si guadagnano dollari e si perdono centesimi. L’antifragile, così, può perdere a lungo e impunemente, purché gli capiti di aver ragione una sola volta; per il fragile, una sola perdita può essere fatale.

Non comprendeva l’effetto taletiano, cioè che un’idea sbagliata ma non dannosa può restare in vita. Coloro che hanno euristiche sbagliate, ma che in caso di errore causano pochi danni, sopravvivranno. Un comportamento definito «irrazionale», se privo di effetti dannosi, può essere positivo.

Vediamo ora una manifestazione evidente del problema del mandato. Esiste una notevole differenza tra il manager di un’azienda che non gli appartiene e quello che gestisce un’attività in proprio, il quale deve rendere conto dei numeri soltanto a se stesso e può subire degli svantaggi. I manager delle grandi aziende hanno incentivi senza disincentivi, cosa che l’opinione pubblica, la quale vive nell’illusione che questi dirigenti siano stimolati come si deve, fatica a comprendere. Per varie ragioni questi manager hanno ricevuto opzioni gratuite da risparmiatori e investitori innocenti. Sto parlando di quelli che dirigono aziende che non sono di loro proprietà.

Ilsistema sovietico fu di aver collocato tutti quelli che si occupavano della vita economica nella subdola e fragilizzante colonna di sinistra.

Negli Stati Uniti alcuni membri del Congresso sono sotto il controllo delle grandi corporation. L’unico effetto di questa azione consiste nel rinviare a nostre spese il funerale delle aziende.

Esiste un fenomeno chiamato effetto tapis roulant , simile a quello che abbiamo visto nella neomania: devi fare sempre di più per rimanere allo stesso posto. L’avidità è antifragile, ma le sue vittime no.

Rifletteteci un attimo: più sono complesse le normative, più il sistema è burocratico, più un funzionario che ne conosca le scappatoie e le falle potrà beneficiarne in seguito, in quanto il vantaggio dato dalla sua posizione sarà una funzione convessa della sua conoscenza differenziale.

La questione è tecnica, ma gli ambienti complessi che presentano non linearità sono più facili da sfruttare a proprio vantaggio rispetto a quelli lineari con poche variabili.

I lettori sono invitati a fare lo stesso. Guardatevi intorno, pensate alla vostra vita, a oggetti, relazioni, entità. Per maggiore chiarezza, qua e là potete sostituire la parola volatilità con altri termini della famiglia del disordine, ma non è affatto necessario: quando il concetto è espresso formalmente, il simbolo è sempre lo stesso. Il tempo è volatilità. L’educazione, nel senso di formazione del carattere e della personalità e di acquisizione della vera conoscenza, ama il disordine; gli educatori che amano le etichette hanno orrore del disordine. Alcune cose si rompono a causa degli errori, altre no. Alcune teorie vanno in pezzi, altre no. L’innovazione è per l’appunto qualcosa che guadagna dall’incertezza; certe persone stanno lì ad aspettare l’incertezza e la utilizzano come materia prima, proprio come i nostri antenati cacciatori.

Accade così che tutto ciò che è non lineare sia convesso o concavo oppure entrambi, a seconda dell’intensità del fattore di stress. Abbiamo visto il legame tra convessità e amore per la volatilità. Quindi, fino a un certo punto, tutte le cose amano la volatilità oppure la odiano. Tutte quante.

Lo specchio è in frantumi; le cose viventi sono volatilità lunga. Il modo migliore per verificare di essere vivi è controllare se amate i cambiamenti. Ricordate che, se non fosse per la fame, il cibo non avrebbe sapore; i risultati sono insignificanti senza sforzi, così come la gioia senza tristezza, le convinzioni senza incertezza e una vita etica senza rischi personali.

Note aggiuntive, pensieri tardivi e letture per approfondire

Basandosi sul lavoro dell’arguto Howard Kunreuther, Kahneman (2011) sostiene che «le azioni protettive, attuate da singoli individui o da governi, sono in genere pensate per adeguarsi al peggior disastro sperimentato fino a quel momento… L’idea di disastri più devastanti viene concepita raramente».

«Tuttavia, alcune teorie e prove empiriche suggeriscono che affrontare le difficoltà può anche portare benefici, sotto forma di maggiore propensione alla resilienza in successive situazioni di stress.» La parola usata è resilienza! Lo sottolineo ancora una volta: nonèresilienza .

È come dire che qualcuno che ha appena trascorso dieci anni in una camera sterile sta «veramente bene», quando in realtà è il più vulnerabile di tutti.

Quando gli errori di misurazione sono esageratamente grandi, non dovremmo più usare la parola «misura». È ovvio che posso «misurare» il tavolo su cui sto scrivendo queste frasi e posso anche «misurare» la temperatura. Ma non posso «misurare» i rischi futuri, né le probabilità (a differenza del tavolo, non possono prestarsi alla nostra indagine). Al massimo potrò «fare una stima speculativa di qualcosa» che potrebbe accadere.