FERMARE PECHINO

America: i segnali di una potenza in declino

Buona parte degli elettori democratici, sopratutto giovani, quelli che ereditano il futuro, parlano dell’America come Impero del Male, distruggono statue e censurano libri, per purgarsi dal razzismo e dal sessismo, dalla xenofobia e dall’imperialismo. Come alla fine dell’Impero romano, una civiltà decadente la si riconosce perché perde ogni autostima, ogni fiducia nei propri valori. Peggio ancora, si convince di essere l’origine di ogni torto. Quanta ingenuità, quanta debolezza.

Il pericolo dell’autocrazia di Cina e Russia.

Il pericolo di una deriva non va sottovalutato; l’uso da parte di regimi autoritari dei “compatrioti perseguitati all’estero” ha dei precedenti sinistri. Hitler fece leva sulle minoranze tedesche nei Sudeti per legittimare la spartizione della Cecoslovacchia nel 1938. La “russificazione” dei paesi baltici o dell’Ucraina nel periodo sovietico è servita a più riprese per legittimare gli abusi di Mosca; oggi Vladimir Putin usa con spregiudicatezza il tema delle “minoranze russe oppresse”. E’ inquietante immaginare cosa potrebbe diventare in futuro, nelle mani del regime di Pechino, il tema delle “minoranze cinese oppresse” come motivazione per intervenire in un paese vicino le cui scelte politiche siano sgradite.

Un complesso di superiorità radicato

Il resto del mondo dovrà abituarsi a trattare una superpotenza che ha un complesso di superiorità radicato in una cultura della razza. Che non conosce, al proprio interno, nessuna spina nel fianco paragonabile a Black Lives Matter, mentre sa usare alla perfezione la deriva radicale degli antirazzisti d’Occidente, trasformandoli in altrettanti amplificatori della sua propaganda. Perché una differenza strutturale, demografica, non può sfuggirci quando paragoniamo America e Cina. La prima è una società ormai sempre più simile a un mosaico di minoranze, culturalmente in guerra tra loro. La seconda è una società dove il ceppo Han è il 92% della popolazione nazionale; come tale è anche un quinto della popolazione mondiale. Il processo in corso contro “l’Uomo bianco” in America vede come imputato un gruppo che è già sceso dal 70% al 60% della popolazione solo negli ultimi vent’anni, e il cui peso relativo continua a diminuire. Per non parlare del peso “culturale” in ritirata, nei luoghi dove si forma la cultura dominante degli Stati Uniti. Questo è uno dei terreni dove è più evidente lo squilibrio asimmetrico nella sfida tra Pechino e Washington. Da una parte vi è la certezza della propria superiorità, dall’altra si celebra il rito dell’espiazione.

Un abisso separa il modo in cui i ragazzi cinesi e i ragazzi occidentali affrontano la scuola.

Da noi, in America come in Italia, la scuola educa sopratutto ad avere dei diritti. L’istruzione è un diritto. Perfino la promozione, secondo alcuni, è un diritto. La scuola è tenuta a darci qualcosa: formazione, opportunità, un futuro. Se ci sembra tradire queste promesse siamo pronti a mobilitarci, a protestare, a rivendicare: studenti e genitori pretendono, pretendono, pretendono. E in Cina invece cresce la meritocrazia molto selettiva. Altri paesi di cultura confuciana come Giappone e Corea del Sud condividono lo stesso rispetto per l’istruzione, la convinzione che bisogna investire nella propria cultura e che i giovani devono fare tanti sacrifici per guadagnarsi un futuro migliore cominciando dai banchi di scuola. L’adolescente cinese, se vuole assicurarsi un futuro, ricompensare i sacrifici fatti dai genitori, appagare le ambiziose aspettative che hanno su di lui o su di lei, deve quasi solo studiare, studiare, studiare. Sacrificando tempo libero, divertimento, amici e anche le ore di sonno. Le madri spesso sono delle allenatrici amorevoli e spietate al tempo stesso: accudiscono ogni bisogno della figlia o del figlio, ma vigilano sulla tabella di marcia massacrante che conduce all’esame finale.

La Cina si è liberata dal complesso di inferiorità

C’è una contraddizione insanabile che oppone il modello confuciano degli asiatici (meritocrazia, selezione) e il modello basato su vittimismo e terapia del risarcimento, perseguito da Black Lives Matter. Per Xi, che osserva sull’altra sponda del pacifico un impero multietnico è un’altra debolezza da sfruttare. Ai suoi Millennial, tra esercitazioni militari e studio a oltranza, viene proposta una storia della Cina che, a differenza dell’America, non ha peccati originali da espiare. La Cina di oggi non si lascia più intimidire perché si è liberata da ogni complesso d’inferiorità. Viene inoculata fin dalle scuole medie nei manuali di storia la convinzione che l’America, l’Occidente intero, vogliano prolungare quel “secolo delle umiliazioni” che ebbe inizio con le guerre dell’oppio nell’Ottocento, cioè si sforzino di tenere la Cina in uno stato d’inferiorità permanente. ostacolando in ogni modo la sua scesa.

La questione di Taiwan

La questione di Taiwan sembra lontana dalle preoccupazioni prioritarie di oggi. Molti europei non arrivano neppure ad immaginare l’importanza. In America, invece, perlomeno la Casa Bianca e il Pentagono dedicano un’attenzione acuta al dossier. Quell’isolotto potrebbe diventare il focolaio del prossimo “cigno nero”, un’immagine metaforica usata per designare eventi improbabili, imprevisti, e capaci di infliggere shock globali. La Taiwan Semiconductor Manufactoring Company (Tsmc) è il numero uno a livello mondiale nei semiconduttori. Proviamo a immaginare come si trasformerebbe questo scenario se, invece di una semplice penuria, fosse un’invasione cinese di Taiwan a bloccare il mercato dell’esportazione. Se si fermano le forniture da Tsmc, ci fermiamo tutti. E’ una storia incredibile, e anche questa nostra dipendenza strategica da una piccola isola vulnerabile non l’aveva prevista nessuno: donde l’allegoria del “cigno nero”.

Cambiano i rapporti di forza

Ad accelerare il cambiamento nei rapporti di forza in senso favorevole alla Cina c’è la saldatura delle relazioni Xi e Vladimir Putin. La Russia scivola nell’orbita cinese. Mosca è in una posizione subalterna rispetto a Pechino, ma porta in dote risorse energetiche e minerarie, un arsenale militare tuttora di prim’ordine e un porto che si affaccia sul Pacifico settentrionale, Vladivostock. La Russia è anche una potenza asiatica. Se un giorno l’Occidente si troverà rattappito entro la sua sfera naturale dell’Atlantico, nel binomio America-Europa, dopo aver concesso alla Cina una sfera d’influenza su quasi tutta l’Asia, scopriremo quanto abbiamo perso. Il primo cerchio geografico su cui la Cina vuole proiettare un’influenza dominante contiene alcune tra le economie più avanzate del pianeta (la Corea del Nord ha sorpassato l’Italia) e una potenza tecnologica superiore alla nostra.

La libertà di espressione a Hong Kong

Di fronte alla rivolta (soprattutto giovanile) del 2019 Xi ha avuto un pugno durissimo. La Cina ha imposto le proprie leggi speciali di polizia. Ha arrestato politici regolarmente eletti, se non accettavano direttive da Pechino. Ha imposto limiti severi alla libertà di espressione. Nelle scuole di Hong Kong sono arrivati i nuovi “manuali patriottici”, dettaglio cruciale in questa normalizzazione. I leader comunisti, infatti, si sono convinti che i ragazzi fossero scesi in piazza perché corrotti, depravati, da un insegnamento scolastico libertario, filooccidentale, intriso di valori morali sbagliati come l’individualismo. Le vetrine spaccate nelle manifestazioni di protesta del 2019 secondo i comunisti erano la risultante di una gioventù incapace di rispettare lo Stato, anarchia. Xi vuole rieducare i ragazzi di Hong Kong estirpando rieducare le loro menti l’ammirazione per l’Occidente e i suoi valori. Vuole creare a Hong Kong un Uomo Nuovo del terzo millennio, plasmato sul modello confuciano-comunista, che guarda l’Occidente come una civiltà in disarmo, decadente, avviata verso la barbarie. A Berkeley, Harvard, in un miriade di atenei americani i test accademici vengono cambiati su spinta dal basso, per cancellare una parte dei classici, che vengono associati alla storia dell’imperialismo, del colonialismo, e come tali offendono le minoranze.

Xi come Putin sono convinti che l’Occidente abbaia e non morde. Abbaia sempre più flebilmente, peraltro.

Il modello misto di Xi

Xi è convinto che le nostre liberaldemocrazie siano incapaci di rispondere ai bisogni dei cittadini. Il suo modello è un misto di comunismo(nel senso del primato dl Partito comunista)m di paternalismo confuciano (il rispetto delle gerarchie, dell’autorità, l’imperatore come una grande famiglia), di meritocrazia e di tecnocrazia (fiducia negli esperti del governo. Purtroppo come tutte le organizzazioni di tipo autoritario dove chi sta in alto seleziona i gradini inferiori, quindi i “capi eleggono” i sottoposti, gran parte dell’energia della nomenclatura è rivolta a compiacere al sovrano, non il popolo. “Questa macchina in veloce movimento si allena a tenere lo sguardo fisso sui capi, mentre ignora le vite di chi sta sotto”.

Il regime comunista cinese è più affidabile della sinistra occidentale nel contenere lo strapotere dei miliardari?

Uno degli errori dei media e delle forze che si definiscono progressiste in America e in Europa è la subalternità verso l’ambientalismo degli straricchi. E’ la favola sull’umanità salvata dall’Apocalisse climatica grazie ai “cavalieri verdi” che svettano in cima alle classifiche della ricchezza mondiale.

Il Welfare americano

Alcuni indici di povertà sono inaccettabili, nella nazione più ricca del mondo.Secondo statistiche ufficiali, un bambino su sei vive in nuclei familiari sono sotto la soglia di povertà. E’ una delle peggiori situazioni fra le nazioni sviluppate. Una ragione è che mentre il Welfare americano si occupa degli anziani (pensioni e sanità anche ai più poveri), non ha un sistema adeguato per aiutare le famiglie con figli. Biden vuole rifarsi a Roosevelt che costruì un’America più socialista, a tutti gli effetti, ma tenne le frontiere quasi chiuse all’immigrazione. Fu così che il suo grande esperimento sociale venne accettato e cambiò il paese durevolmente, per generazioni. Quando invece la ridistribuzione coincide con una forte disomogeneità etnica, con l’afflusso di persone che non condividono gli stessi valori o addirittura contestano il modello culturale del paese ospitante, le reazioni sono sempre esplose. Nel 2016 una maggioranza di britannici ha votato la Brexit anche per affermare il principio che le risorse scarse dei servizi sociali andavano riservate a loro. Svezia e Danimarca hanno avuto contraccolpi simili: in una fase di forte immigrazione da aree del mondo con culture estranee o addirittura ostili, hanno cominciato a rivedere il loro generoso Welfare in senso più restrittivo.

Un nuovo statalismo e assistenzialismo americano

Sono evidenti alcuni eccessi tipici dell’assistenzialismo: una parte dei disoccupati ricevono indennità pari al 130% del salario precedente. A suo avviso, tutto concorre a generare inflazione: l’eccesso di domanda, l’eccesso di moneta,l’eccesso di deficit pubblici. Il trilione (mille miliardi) sembra ormai la nuova unità di misura per una legge di bilancio. “Non esiste un problema che per la sinistra non si possa risolvere sommergendolo di spesa pubblica”.

La fine del “Toytoismo”

La giapponese Toyota fu capace di imporsi sul mercato mondiale a partire dagli anni 80 stravolgendo le tradizioni dell’industria automobilistica. Decise che non bisognava avere i magazzini pieni di “pezzi” per fabbricare automobili. I magazzini pieni sono un costo, è capitale fermo ed è un modo di produrre inefficiente. Toyota disciplino i suoi fornitori affinché i “pezzi” arrivassero all’ultimo momento quando erano richiesti per assemblare l’autovettura.Era nato il ciclo Just in Time, fatto di flussi strettissimi, con tanta capacità di pianificazione, una logistica impeccabile, catena dei trasporti efficientissima.

il “Toytoismo” fece un balzo di dimensioni geografiche quando fu adottato dalla Silicon Valley. Per fabbricare un iPhone ha aggiunto una dimensione spaventosa delle distanze, abbracciando il pianeta intero nella sua visione imperiale: dentro l’iPhone convergono componenti che vengono dalla California, dal Giappone, Taiwan, Singapore, Germania e il tutto è assemblato a Shenzhen, Guangdong nella Cina meridionale. Oggi adottare questo approccio significa essere vulnerabili: al minimo intoppo si ferma tutto.

La crisi della democrazia americana

La sfida per Biden è parlare alla base sociale del triumplismo; solo così si può sperare di risolvere la larvata guerra civile americana. Solo così si spiega l’uso della bandiera del protezionismo sottratta al Trump con lo slogan “Buy American”. Da quando Biden è alla Casa Bianca ha erogato tanti aiuti economici con l’obiettivo di comprare l’elettorato popolare Però una lettura solo economicista non basta per battere il Trumplismo. Il movente decisivo, dietro il fenomeno dei democratici che votarono per Obama e poi passarono a Trump, è il declassamento di status. L’America “con laurea” li guarda dall’alto in basso. Un sintomo lo si ritrova sentendo Alan Friedman che nei talk show definisce gli elettori di Trump dei “bifolchi”. Ignoranti che non sanno quello che fanno. L’appellativo segnala proprio quella che gli interessati percepiscono come una nuova forma di razzismo. Mentre è giustamente proibito nella cultura contemporanea manifestare disprezzo per chi ha un colore delle pelle diverso, per chi è gay o musulmano, invece è del tutto accettabile disprezzare i bifochi. E’ persino considerato una nobile manifestazione di antifascismo. La convinzione che le classi operaie siano in via di estinzione continua a giocare brutti scherzi a un mondo progressista che non vede oltre in propri quartieri, i propri giornali, le proprie università.

La trappola del “determinismo demografico”

La trappola sta nell’idea che l’evoluzione della società americana dovrebbe aumentare i ranghi dei laureati e rende relativo il peso di tutte le minoranze etniche. La classe operaia in realtà non è avvita all’estinzione, come testimoniano le assunzioni di Amazon. Solo una piccola parte dei 500.000 assunti nel 2020 in America sono informatici; la stragrande maggiranza sono fattorini, manovalòanza dei depositi; a quel totale vanno aggiunti camionisti delle consegne non a busta paga . Al tradizionale operaio metalmeccanico, siderurgico e al muratore dei cantieri (che non sono affatto scomparsi si affianca l’esercito crescente dei nuovi precari generati da Big Tech.

La resistenza ad interpretare le novità

Che cosa non sta capendo la sinistra democratica in Occidente dalle lezioni inflitte dalla pandemia e dai cambiamenti in atto nella geopolitica? Essa vive il problema della dissonanza cognitiva. la mente umana tende ad analizzare le novità integrandole con quello che già sa. Non sopportiamo eventi che sconvolgono le nostre certezze, di conseguenza tendiamo ad omologarli, ad asservirli al nostro bagaglio di pregiudizi, valori, preferenze. Le crisi più traumatiche rischiano così di non insegnarci nulla, se siamo refrattari all’apprendimento e non vogliamo mettere in dubbio neanche una frazione delle nostre certezze.

Il risultato della nostra pigrizia ed arroganza si chiama declino