
Gli appunti che seguono fanno tesoro delle considerazioni relative ad articoli, video digitali e conferenze pubbliche che Umberto Galimberti ha svolto nella sua veste di filosofo psicoanalista e saggista.
I temi centrali, sono:
- il rapporto tra filosofia e psicoanalisi;
- la tecnica come forza dominante nella società contemporanea;
- Il disagio giovanile e le fragilità della modernità
- l’etica, la religione e la crisi di senso nella società secolarizzata.
Seguono appunti:
LA FRAGILITÀ DELLA MODERNITA’
Sono due gli scenari molto potenti e significativi che governano da sempre il pensiero del mondo; essi hanno consentito all’umanità di avere una direzione, un senso nella vita, un criterio di giudizio su sé stessi e sul mondo. Essi sono: lo scenario della Grecia Antica e lo scenario Giudaico-Cristiano
Lo scenario Greco
Per i Greci antichi la natura non era vista come qualcosa di separato dall’uomo, né come semplice “materia inerte”: era animata, viva, intrisa di divinità.
Ogni elemento naturale aveva un suo dio o spirito: il mare con Poseidone, la terra con Gea, il sole con Apollo, etc.. Boschi, fonti, montagne e grotte erano spesso spazi sacri in cui si percepiva la presenza del divino. La natura era regolata da leggi divine e razionali, a cui anche gli uomini dovevano adattarsi per vivere in equilibrio.
Il concetto del senso del limite per i Greci era centrale, sia nella religione che nella filosofia e nell’etica.
L’uomo non deve oltrepassare i confini che gli sono propri; la vita buona se è “secondo misura”. La tracotanza (hybris), cioè il superamento dei limiti imposti agli uomini, offende gli Dei. In risposta arriva Némesis, la giustizia divina, che riporta equilibrio punendo chi ha osato troppo.
Per i filosofi, riconoscere il proprio limite significa sapere di non sapere (Socrate) e distinguere ciò che è umano da ciò che è divino.
I Greci hanno creato un’etica grandiosa che era l’etica del limite, se vivere ha un’esistenza limitata non oltrepassare il tuo limite, se vuoi essere felice realizza te stesso senza trapassare il tuo limite perché magari sei un bravo scultore ma non sei bravo come Fidia e se cerchi di superare Fidia, prepari la tua rovina. Questo concetto di limite è un concetto fondamentale per il mondo greco.
Gli uomini per i Greci antichi sono “mortali”. Gli uomini, come gli alberi e gli animali, devono nascere, crescere e morire e questo vale per tutti i viventi, l’uomo compreso; accettare la morte e i limiti della propria condizione era un modo per vivere in armonia con il cosmo.
Non avevano nessuna speranza ultraterrena e una concezione del tempo ciclico simile a quella degli agricoltori. Chi ha vissuto tanti cicli di natura: inverno, primavera, estate, autunno morirà. Punto!
I Greci antichi e la tecnica
Il mito di Prometeo è uno dei modi più profondi con cui i Greci hanno riflettuto sulla tecnica (Téchne) e sul suo rapporto con l’uomo. Prometeo, per esempio, ruba agli dei il fuoco e lo dona agli uomini; ma Il fuoco non è solo calore, è simbolo di tecnica, conoscenza, capacità di trasformazione della natura.
La tecnica serve a compensare la fragilità dell’uomo, privo di artigli, zanne o difese naturali.
Essa è una forza liberatrice (permette di costruire case, navi , utensili) ma porta con sé anche rischi: può rendere l’uomo superbo, spingendolo a superare i propri limiti,
Lo scenario giudaico-cristiano
Nella tradizione ebraica (Antico Testamento)
- l’uomo è mortale: “polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19)
- L’immortalità non è naturale, ma un dono di Dio
- Progressivamente nasce la speranza di una resurrezione dei morti (es. libro di Daniele)
Nel Cristianesimo ( Nuovo Testamento)
- Cristo vince la morte con la Resurrezione: questo è il fondamento della speranza cristiana
- L’immortalità non riguarda l’anima in sé (come nei Greci), ma l’uomo intero, corpo e anima, che sarà risuscitato da Dio.
- La vita eterna è comunione con Dio, non semplice “sopravvivenza” oltre la morte.
- L’immortalità non è automatica: dipende dalla fede e dalla grazia divina.
In sintesi: nella cultura giudaio-cristiana l’immortalità non è un possesso dell’uomo, ma una promessa: la resurrezione e la vita eterna presso Dio, resa possibile da Cristo.
Lo scenario giudaico-cristiano è esattamente all’opposto dello scenario della Grecia Antica, nel senso che la natura è una creatura di Dio; essa è buona perché Dio fa solo cose buone.
Dio consegna all’uomo la natura affinché (Adamo) per conto di Dio, possa dominarla.
“Dominerai sugli animali della terra, sui volatili del cielo, sui pesci delle acque marine”. L’uomo diventa padrone della terra e autorizzato da Dio domina il mondo.
La differenza fra i due scenari sta nel concetto di tempo, o meglio di vita. La vita nello scenario Giudaico-Cristiano non è più ciclica. Oltre la morte c’è la resurrezione. Nella tradizione Giudaico-Cristiana la vita ha una sua linearità dove:
- il passato è male e peccato
- il presente è redenzione
- il futuro è salvezza.
ll futuro per la Cristianità è sempre positivo. Ciò ha costituito una grossa iniezione di ottimismo nella cultura occidentale; anche chi si pone in contraddizione, nel concetto dil tempo, vive nello scenario della Cristianità.
Per Marx:
- il passato è negativo
- il presente è ingiustizia sociale e bisogna far esplodere le contraddizioni del capitalismo
- il futuro è giustizia
Per Freud:
- i traumi e le nervosi si collocano nel passato dell’infanzia,
- la terapia è nel presente
- il futuro è la guarigione
Anche la scienza che di solito viene contrapposta alla religione, pensa esattamente alla stessa maniera:
- il passato è ignoranza
- il presente è ricerca
- il futuro e progresso.
L’occidente si è costituito sull’ottimismo indotto dalla cultura Giudaico-Cristiana
Gli scenari della Grecia Antica e giudaico-cristiani, per quanto differenti siano queste due impostazioni, danno una sorta di orizzonte all’interno del quale gli uomini sanno come comportarsi; nel mondo greco con la fedeltà alla legge della natura, nel mondo cristiano la fedeltà ai dettami di Dio.
E’ molto importante sapere l’orizzonte all’interno del quale ci si è sempre mossi.
L’era della tecnica moderna
Nell’era della tecnica moderna l’umanità ha perso punti di riferimento che un tempo, la religione e la sacralità dei riti fornivano.
Tutto è progressivamente cambiato, subendo una forte accelerazione da dopo la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri.
In occidente tutta la simbologia che fino agli anni 60 teneva unite le comunità; In Italia la partecipazione alla messa domenicale, le processioni del venerdì santo e altre simbologie creavano comunità. Questo orizzonte di coerenza fra Cristianità e modelli di vita oggi è collassato.
C’è una fiducia enorme nella ragione umana la quale ha sostituito la parola di Dio, la contemplazione della natura dei greci e tutto senza non avere uno scopo.
Oggi stiamo anche vedendo cosa ha significato il dogma per cui “l’uomo è signore e padrone della natura”.
L’uomo sta facendo della natura non più il nostro luogo di abitazione, ma come dice Heidegger, si spinge all’usura della natura semplicemente come materia prima.
Ci sono due fattori che determinano l’era della tecnica moderna che stiamo vivendo:
- La formula è molto semplice: l’obiettivo è raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi.
- La tecnica moderna è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo
La maggior parte delle persone è convinta che con queste due caratteristiche la tecnica sia lo strumento (mezzo) nelle mani dell’uomo per soddisfare i bisogni della sua vita terrena (fine)! Non è più così! Essa era nelle mani dell’uomo quando la tecnica era modesta e i bisogni erano primari.
Una risposta ai perché la tecnica moderna non è più un mezzo ma è diventato un fine la troviamo nella dialettica di Hegel: “la legge del passaggio dalla quantità alla qualità”.
Per Hegel (riprendendo anche idee già presenti in Aristotele ed Eschilo), quando un fenomeno cresce o diminuisce quantitativamente, a un certo punto si produce un salto qualitativo. Non si tratta di un cambiamento graduale e indifferente, ma di un vero mutamento di natura.
L’acqua per esempio, aumentando la temperatura oltre i 100 gradi non è più solo acqua calda ma diventa vapore (mutamento qualitativo)
Un seme per esempio non è che crescendo diventa semplicemente un seme più grande, ma cambia natura, trasformarsi in pianta.
Veniamo a noi:
L’accumularsi di piccole trasformazioni storiche porta a un cambiamento qualitativo non lineare.
Questo spiega perchè siamo passati da una società con una visione condivisa del mondo, una direzione un scopo dettato dal Cristianesimo ad una società dove “fine e mezzo” sono difficilmente individuabili
Alcuni esempi.
La politica per Platone è un tema centrale perché non è semplice amministrazione , ma “arte del governo sulla conoscenza del bene”. Le tecniche sanno come si devono fare le cose, la politica decide se e perché si devono fare.
Oggi la politica non governa più niente perché le decisioni non sono più frutto della politica, ma sono frutto dell’economia quindi il potere decisionale è passato dalla politica all’economia.
Per chi vuole convincersi di questo il governo Meloni è radicalmente diverso dal governo Draghi ma le scelte sono le medesime; perché è l’economia che decide; la politica non decide più niente, serve ad accogliere le emozioni della gente e a governare e gestire i conflitti e gli interessi tra classi: ma niente di più di questo.
Poi l’economia è davvero l’ultima istanza?
No, non è l’ultima istanza per il fatto che l’economia per investire i suoi soldi guarda le novità tecnologiche e allora la decisione passa dall’economia alla tecnica.
Il problema è che la tecnica non ha scopi, non ha scenari di senso, non schiude orizzonti di salvezza, non dice la verità, il suo funzionamento è diventato globale.
Tornando alla teoria del passaggio di Hegel, la tecnica moderna è aumentata quantitativamente fino a diventare la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene. Essa non è più il mezzo per ottenere il fine “soddisfacimento dei bisogni”. Quando il rapporto tra mezzo e fine era tale per cui la tecnica era “quantitativamente bassa” essa era il mezzo per soddisfare i bisogni.
Quando la tecnica moderna è qualitativamente cresciuta (e vedo con preoccupazione l’uso che la tecnica moderna saprà fare dell’AI) è avvenuto un cambiamento “non lineare”. Il mezzo è diventato lui stesso il fine.
La tecnica moderna è diventata condizione universale per produrre qualsiasi cosa; essa ha finito con lo sbaragliare in maniera radicale un’infinità di modelli culturali che prima esistevano; così ha fatto con la politica e l’economica.
Ma andiamo ancora peggio dal punto di vista dell’etica perché con il “passaggio” che è avvenuto non vi è più una guida morale su ciò che è possibile fare o non fare. Non si può più chiedere alla tecnica, che non ha morale ed etica, di fare o non fare.
Nell’era della tecnica non è più richiesto conoscere le intenzioni di chi la usa, e più importante sapere se con il suo uso si raggiungono i risultati attesi.
Dall’etica di Kant all’etica di Weber/Jones (l’etica della responsabilità)
L’etica di Kant e l’universalità.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua quanto in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo.
La sua è l’etica delle intenzioni, un’etica secondo ragione perché la ragione accomuna gli uomini. L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Tutto sommato, nulla di nuovo perché sembra ripresa dal pensiero cristiano: l’uomo al vertice del creato.
Il problema è che l’etica di Kant non funziona nell’età della tecnica, perché se l’uomo è un fine, allora l’aria che respiriamo è un mezzo? L’acqua che dobbiamo salvaguardare è un fine o un mezzo? La fauna, la flora, la biosfera sono tutti mezzi o fini da salvaguardare?
L’etica di Kant poteva avere un senso nel suo periodo storico, quando il mondo era popolato da 800 milioni di abitanti e quindi non c’era il problema dell’acqua, del clima e della biosfera; oggi siamo oltre 8 miliardi e quindi anche l’etica di Kant non funziona più.
Il problema è che tutte le etiche che sono state formulate in Occidente sono state formulate solamente per garantire la quieta nei rapporti umani per cui senza regole e senza morale ci sarebbe stata la guerra di tutti contro tutti,; l’etica è stata pensata unicamente all’interno dell’umano e non si è mai fatta carico degli atti di natura.
E poi c’è l’etica della responsabilità Weber /Jonas, l’etica della responsabilità. Weber dice:
”Considero anche gli effetti reali delle mie azioni e me ne faccio carico. Non basta avere ideali: serve valutare le conseguenze concrete ed accettarne il peso”.
Han Jonas aggiorna il principio di responsabilità. La novità è che oggi l’uomo ha un potere enorme sulla natura e sul futuro dell’umanità (es. biotecnologie, ambient ì, nucleare
Il dovere etico fondamentale diventa:
“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita autenticamente umana sulla terra”.
La domanda allora è che tu puoi rispondere delle tue azioni finché le azioni sono prevedibili, dipendono dalla tua responsabilità.
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Così se in una banca il capo dice ai suoi funzionari, siamo pieni di titoli ammalorati, sono titoli spazzatura che non possiamo tenerci, provate a venderli quando arriva qualcuno che vuole investire ma non ha sufficiente competenza economica. Il funzionario può provare qualcosa ma cosa può fare? Deve vendere i titoli ammalorati.
“Ho sentito in una conferenza ad un congresso di cardiologia che è un professore americano cardiologo ritenuto da tutti i presenti il più bravo che c’era al mondo, diceva che i malati cardiologici si collocano in una curva di gauss. Cioè la gran parte dei cardiopatici si trovano al centro della curva; nel limite sinistro si trovano i meno gravi e nel limite destro i più gravi. Però il protocollo di cura funziona bene solo per i pazienti compresi nell’area della curva centrale. Sei un medio, con quelli meno gravi o gravissimi ti assumi la responsabilità di non applicare il protocollo correndo il rischio di essere licenziato?”
L’uomo e la responsabilità verso la terra che lo ospita.
E’ tempo di rifiutare la visione antropocentrica dell’uomo padrone dell’universo perché nel suo cammino sa che gli animali si nutrono dalla fotosintesi delle piante, che le piante si nutrono dalla anidride carbonica degli animali, che le radici delle piante sono fecondate dall’azoto che è emesso dai microrganismi.
L’uomo è tutto connesso in una circolarità perché l’uomo ha bisogno dei microrganismi, delle piante e degli animali.
Edward Winston che “l’uomo ha una capacità distruttiva che nessun vivente conosce! una capacità distruttiva che supera di gran lunga le distruzioni che la natura può fare da sé perché l’uomo è diventato tra le specie viventi una forza geofisica; l’uomo è così globale con i rifiuti che infettano rifiuti tossici che infettano l’aria e l’acqua”
Di fronte a questo scenario che cosa succede? Come si fa a evitare questo scenario per cui la tecnica e il progresso avviano il mondo verso la catastrofe!
Si dovrebbe fare una riflessione per abbandonare definitivamente il modello cristiano dell’uomo al vertice del creato e assumere una visione biocentrica. “Bio” è la parola che vuol dire vita! mettiamo al centro dell’universo la vita, la quale ha bisogno di essere conservata.
Per la prima volta l’uomo si trova a doversi difendere non da un nemico alzando i suoi confini, ma deve difendersi da se stesso; dalla forza geofisica che l’umanità esprime riducendo la terra a pura materia, da usare fino all’usura.