Come è cambiato e cambierà il clima

Appunti in forma scritta:

Questa è la domanda  a cui risponde Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e uno dei più noti divulgatori scientifici italiani.

“Vi vorrei parlare del clima partendo dal passato, passando dal presente e arrivando soprattutto al futuro”.  

il clima è sempre cambiato in passato ma dobbiamo preoccuparci dei cambiamenti attuali? 

Una differenza è che i cambiamenti del clima del passato non sono uguali a quelli di oggi; il clima del passato è cambiato principalmente per delle cause naturali che noi oggi conosciamo. Sono state soprattutto le grandi eruzioni vulcaniche che hanno generato in passato dei raffreddamenti temporanei di qualche anno, ma in qualche caso anche di qualche secolo del nostro clima. Eruzioni gigantesche di vulcani spesso nemmeno vicini ai luoghi dove ciò succedeva; l’anomalia climatica era quindi dovuta a vulcani in giro per il mondo lontani decine di migliaia di chilometri; esplodevano e mandavano in atmosfera una colossale quantità di zolfo e di altri gas che opacizzavano l’atmosfera e il sole e questo  generava un raffreddamento determinando raccolti agricoli modestissimi causando carestia pestilenza, tumulti, problemi sociali di cui la storia è piena.

Quasi tutte sono eruzioni che avvengono in Centro America, in Indonesia, in Alaska, in Islanda quindi nessuno le vedeva dall’Italia; in Occidente ci si accorgeva soltanto che il cielo si offuscava.

Due sono le eruzioni che mi piace ricordare per il grande cambiamento che hanno indotto. La prima è quella del 536 d.C. che viene chiamato dagli storici, l’anno peggiore nel quale aver vissuto; è un anno nel quale avviene una grande eruzione vulcanica da qualche parte del mondo, non si sa dove, ma nel decennio successivo, quindi diciamo attorno al 540 d.C vi sono altre due o tre eruzioni imponenti.

La somma di tutte queste eruzioni generano raffreddamento nettissimo in un periodo che è già molto difficoltoso per le popolazioni d’Italia. E’ caduto da poco l’impero romano c’è una grande incertezza, una grande tristezza anche nell’aver visto crollare un millennio di storia. Quel periodo è caratterizzato da estati fredde con dei raccolti pessimi e veramente la società collassa; tant’è che l’indebolimento dovuto probabilmente alla malnutrizione facilita la diffusione di una dei più grandi epidemie dell’antichità: la peste di Giustiniano nel 541.

Non si sapeva dove era avvenuta questa eruzione; oggi viene chiamata la Pompei d’oriente, perché un’intera isola del Pacifico e la città che vi era costruita scomparve definitivamente. Questa grande eruzione opacizza nuovamente i cieli è una delle più violente eruzioni della storia dell’umanità e genera l’inizio di un raffreddamento che verrà poi rinforzato dall’estensione dei ghiacci polari e da una leggera diminuzione dell’attività del sole; tutti piccoli cambiamenti che però uniti insieme daranno inizio, proprio verso la seconda metà del 1200 d.c. e fino alla fine dell’ottocento a circa sei secoli di freddo che chiamiamo infatti la piccola età glaciale. 

La piccola età glaciale

La piccola età glaciale è quella che ha segnato la storia più vicina a noi, la storia del Rinascimento, la storia del barocco, quella dell’Illuminismo e quella dell’ottocento sono tutti i secoli freddi. L’Italia diventa un paese dove sicuramente c’è un’estate che potremmo paragonare oggi è un’estate di paesi più a nord delle Alpi; un’estate che si potrebbe definire tedesca mentre l’inverno potremmo definire assolutamente nordico; ci sono dei freddi che congelano il corso del Po al punto che si può attraversare con i carri; la città di Firenze vede nevicate di mezzo metro;  gela l’Arno.

Il freddo arriva spesso anche nelle regioni del centro sud Italia, nevica frequentemente anche a Roma. Sono inverni lunghi, severi in particolare quello del 1708 che è annoverato come forse il più freddo inverno della storia.  La nostra nostra società però lentamente si struttura e in Italia arriviamo anche a scoprire qualcosa di molto importante per la scienza meteorologica; nel 1600 vengono inventati i primi strumenti di misura quelli che usiamo ancora oggi: il termometro, il pluviometro, il barometro; sono tutti strumenti che nascono dalla scuola di Galileo e all’Accademia del cimento di Firenze. Quindi nel seicento e nell’inizio del settecento possiamo dire che l’Italia è veramente un paese all’avanguardia che fa scuola nel campo dell’osservazione meteorologica.

Dal settecento abbiamo anche i numeri non soltanto le cronache; questo per dire che tutti questi cambiamenti del clima del passato avevano cause naturali e riguardavano prevalentemente dei fenomeni di freddo; di fenomeni relativi al caldo abbiamo pochi riscontri nel passato, mentre se osserviamo il cambiamento climatico attuale, vediamo che nella seconda metà del novecento la temperatura comincia a crescere come mai aveva fatto in precedenza.

I  primi 25 anni del 2000 sono i più caldi in assoluto almeno degli ultimi 5000 anni;  lo sappiamo grazie alla mummia che è emersa nel 1991 sul ghiacciaio del Similaun, sopra Merano; una mummia che si è conservata perfettamente sotto il ghiaccio fino al 1991 e che se fosse emersa più volte per il caldo, per esempio nel medioevo o nell’epoca romana si sarebbe deteriorata; l’avremmo perduta; forse ci sarebbero rimasti un po’ di ossa e invece abbiamo una mummia perfettamente conservata e che oggi è conservata al museo archeologico di Bolzano.

La novità del cambiamento climatico dal 2000 in poi.

Quindi i cambiamenti climatici di oggi portano due novità. 

La prima novità è che il caldo che abbiamo sperimentato su tutto il pianeta, pure in Italia, in questi primi decenni del 2000 è inedito; il secondo elemento è che conosciamo che la causa di questo riscaldamento non è determinato dalle cause naturali che avevano generato i cambiamenti del passato, ma è determinato dall’aumento dei gas serra emessi dall’umanità negli ultimi 200 anni, cioè dopo l’inizio della rivoluzione industriale, da quando l’umanità comincia a bruciare prima il carbone, poi il petrolio e il gas per produrre energia. Oggi siamo 8 miliardi di persone ed emettiamo in atmosfera 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno; questa CO2 e altri gas come il metano e gli ossidi di azoto riscaldano l’atmosfera del pianeta terra e sappiamo che la quantità di CO2 che c’è nell’atmosfera oggi non ha eguali almeno negli ultimi 800.000 anni.

Come facciamo a saperlo così bene?  

Lo determinano gli strumenti di misura. Fino a 800.000 anni fa non c’era questa concentrazione perché nei ghiacciai, soprattutto quelli polari, della Groenlandia è ancora più quelli del Polo sud, abbiamo un accumulo di 3000 m di ghiaccio e lì dentro è scritta la storia del clima attraverso i residui delle grandi eruzioni vulcaniche o le bollicine di aria che contengono l’aria del passato; analizzando l’area del passato intrappolata dentro i ghiacci del polo sud non abbiamo dubbi  che la quantità di CO2 che c’è adesso nella nanosfera pari a circa 430 parti per milione e il valore più alto almeno degli ultimi 800.000 anni.

Questo  vuol dire che l’umanità è la prima volta che sperimenta un cambiamento climatico di questo genere, anche perché l’homo sapiens c’è solo dagli ultimi 300.000 anni. 

C’è un breve periodo di normalizzazione quando nell’ottocento termina la piccola età glaciale e il clima sembra guarire dalla infreddatura che si era preso nei sei secoli precedenti, ma la buona salute dura poco, lo spazio di qualche decennio; verso l’inizio del novecento comincia a palesarsi la febbre della terra, come nuovo sintomo dovuto al riscaldamento globale delle emissioni che nel frattempo già da più di un secolo cominciavano ad accumularsi sotto l’uso sempre più massiccio del carbone. 

La temperatura cresce sempre più rapidamente e in maniera evidente negli ultimi anni del novecento; attorno al 1990 si può dire che il riscaldamento globale fa la sua comparsa nella scena non soltanto come elemento per gli addetti ai lavori, ma cominciamo a sentirlo anche come persone normali. Gli ultimi anni del 900 cominciano a essere caldi, ma l’esordio vero e proprio almeno in Italia del riscaldamento globale avviene nell’estate del 2003; un’estate nella quale per la prima volta si sfonda il muro dei 40° nelle città della pianura padana: Milano, Torino, Bologna; è un’estate che sorprende tutti e anche la sanità che si ritrova impreparata; ci saranno più di 70.000 morti di caldo in Europa per questa ondata di calore africana che durerà circa tre mesi.

Da allora è un crescendo di aumento della temperatura. Abbiamo avuto tanti altri anni caldi; citiamo semplicemente che il 2023 e il 2024 attualmente sono gli anni più caldi della serie dei dati disponibili sul pianeta e lo sappiamo molto molto bene, anche perché oggi l’osservazione satellitare tiene d’occhio tutto il clima del pianeta compresi gli oceani, le terre remote, le zone polari, le zone delle foreste tropicali. 

La temperatura del pianeta dipenderà da quello che faremo in futuro per ridurre le emissioni di gas serra.

Perchè siamo così preoccuparti di questo aumento termico?

Il primo motivo è che la temperatura elevata non fa piacere al corpo umano. Noi non stiamo bene con temperature sopra i 37°;  il corpo comincia entrare in una situazione di stress, deve raffreddarsi.

Come vivremo quando la temperatura sarà di 45 o 50 gradi?

Attualmente sul pianeta le temperature più elevate in zone abitate permanentemente sono attorno ai 52° negli Emirati Arabi, India; la temperatura più elevata del pianeta terra è stata di circa 50-54° in California nel deserto della Valle della Morte, un nome che la dice lunga. A 50-54° non si sopravvive! le temperature sopra i 40° sono temperature difficili da sopportare; moltissime popolazioni nei paesi già caldi oggi saranno spinte a migrare quando le temperature saranno aldilà della soglia di sopportazione.

Il secondo motivo è dovuto alla maggior frequenza degli eventi estremi; un clima più caldo ha più energia nell’atmosfera che si deve dissipare; quindi tutti i fenomeni metereologici già intensi nella storia passata tendono a diventare più intensi e più frequenti. C’è una sorta di fattori di amplificazione; le alluvioni, in particolare, diventano più frequenti e più distruttive perché con un clima più caldo dagli oceani evapora più acqua e quindi si formano delle precipitazioni più abbondanti più violente che aumentano la distruttività dei fenomeni.

Quindi se è giusto dire che ci sono sempre state le alluvioni, quelle di oggi sono più cattive e sono più frequenti. In Italia delle quattro alluvioni in Emilia-Romagna in poco più di un anno e mezzo è il caso perfetto per illustrare come questo fattore nuovo del clima abbia nei confronti della società. Un’alluvione in un secolo, in una vita si sopporta; quattro alluvioni che colpiscono la stessa regione e le stesse persone in un anno e mezzo diventano veramente difficili da sopportare, sia da un punto di vista economico perché i danni una volta che hai ricostruito ritornano e quindi si esauriscono le risorse per farvi fronte e sia anche per motivi psicologici, cioè uno stress dal quale è difficile riprendersi quando si ha la casa distrutta tre o quattro volte di seguito; in genere verrebbe voglia di emigrare via da posti di questo genere, ma non sempre possibile; ci sono persone che hanno la casa che adesso non vale più niente, quindi se anche la vendono non prendono più nulla perché in una zona riconosciuta a rischio oppure hanno ancora il mutuo da pagare e quindi stanno lì e subiscono il rischio di avere nuove alluvioni nella loro vita. Questo può generare l’indebolimento di interi distretti. Troppi eventi estremi rischiano di creare povertà che poi si riflette sull’intera regione o un intero paese. 

Ma c’è ancora un terzo motivo leggermente più lento come partenza ma inesorabile sul lungo periodo; siccome i ghiacciai fondono soprattutto quelli dei poli, quindi la Groenlandia in particolare che è una grande calotta glaciale è molto instabile, questo ghiaccio finisce in mare. La sola Groenlandia contiene l’equivalente di 7 m di acqua, quindi la fusione dei ghiacciai fa aumentare il livello dei mari. Attualmente la fusione dei ghiacci associata all’espansione delle acque che quando si scaldano si dilatano sta già facendo aumentare i mari di 5 mm all’anno e questo vuol dire che il futuro porterà alla sommersione di intere zone costiere. Per l’Italia la zona emblematica è Venezia, tutta la laguna veneta e tutto il delta del Po, le città di Rovigo, Ravenna, le spiagge della Romagna. Ancora tutto dipenderà dalle emissioni che noi faremo nei prossimi anni.

Potremmo avere due scenari di temperatura: uno scenario che potremmo definire catastrofico con un aumento di 5° della temperatura da qui alla fine di questo secolo, quindi non nel tempo della vita di una persona, a un aumento della temperatura dei 5° potrebbe corrispondere un aumento del mare oltre 1 m questo vuol dire l’inabitabilità di Venezia, del delta del Po a fine secolo; ma poi c’è Londra, Miami,  New York, Mumbai c’è Shanghai; tutte le grandi città costiere subirebbero grande ridimensionamento con una sommersione grave che porterebbe emigrazione di centinaia di milioni di persone.

Per fortuna c’è anche lo scenario più favorevole se riduciamo le emissioni seguendo l’accordo di Parigi che è stato firmato nel 2015; è un accordo delle Nazioni Unite per ridurre le emissioni ma ridurle in modo drastico portandone a zero al 2050; allora la temperatura aumenterà ancora un po’ fermandosi a non più di 2° di aumento alla fine di questo secolo. Questi 2° sono ritenuti un limite di sicurezza per non consegnare alle generazioni più giovani un mondo invivibile, ma oggi stiamo percorrendo la strada dei 2°?

Purtroppo no! le politiche del clima hanno avuto un momento di favore tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, le quali avevano l’obiettivo di dare una svolta alle emissioni portandole poi rapidamente alla riduzione totale entro 2050.

Percorreremo purtroppo la strada dei tre, dei quattro dei 5° entrando quindi in un pianeta con un clima pericoloso.

Se invece riusciamo finalmente a ridurre le emissioni allora possiamo stabilizzare la temperatura a questi 2° gradi cioè appiattendo la curva invece di avere un grafico che continua a salire nel tempo, allora con una curva che si ferma sarà come una febbre che rimane, ma non cresce di più. Difficile tornare indietro, ci vorranno millenni ma almeno non peggioriamo la malattia. Questo è l’unica grande opportunità che noi abbiamo ancora davanti, ma dobbiamo assolutamente mettere in atto le politiche di transizione energetica verso le energie rinnovabili, la riduzione degli sprechi, la riduzione della deforestazione, tutte quelle cause di aumento dei gas a effetto serra. 

Il rischio di avere un clima inedito e proprio grave a livello evoluzionistico 

La nostra specie si è evoluta in un clima tendenzialmente più fresco di quello in cui siamo diretti oggi; abbiamo sopportato già delle glaciazioni e non è poco nella nostra storia evolutiva. Non abbiamo invece una memoria di un pianeta tutto tropicale! ed è questo che deve intimorirci! Non vuol dire deprimerci, intimorirci vuol dire avere quella giusta dose di ansia e di paura che sempre ci ha accompagnato nella nostra storia, evitando le trappole più grandi.

Purtroppo in questo momento è difficilissimo spiegarlo alle persone; la comunicazione sui temi ambientali e climatici è da quarant’anni almeno che ci prova forse anche qualche anno in più, insomma dagli anni 70, ma non ha avuto successo forse perché una comunicazione con toni necessariamente cupi.

E’ venuto però il momento di trovare la terapia perchè la diagnosi è fatta e la prognosi può prendere strade diverse a seconda della dieta che l’umanità vuole fare per ridurre l’impatto sul clima. 

La terapia e ben nota da molti anni e si chiama green economy e ovviamente una terapia complessa che richiede anche dei sacrifici; a monte di tutto richiederebbe un cambiamento del sistema economico perché l’attuale sistema economico mondiale fondato sulla crescita infinita è incompatibile con la finitezza delle risorse del pianeta terra.

In attesa che l’economia possa cambiare, sarà un grande sforzo che può avvenire soltanto in maniera concertata una decisione di tutti i leader del mondo insieme (la vedo dura ma bisogna sperare), abbiamo però uno spazio di manovra individuale; quindi sicuramente la politica, quella internazionale e quella nazionale deve aiutare a costruire dei quadri di azione per le persone che facilitino i gesti di sostenibilità ambientale. L’individuo su questo può influire soltanto con il voto con le proteste con le sollecitazioni ai propri rappresentanti, ma intanto ognuno di noi può fare qualcosa per abbassare la propria impronta ecologica e la propria emissione di carbonio.

Non tutti i paesi del mondo emettono nella stessa maniera; i paesi che emettono meno sono quelli più poveri in particolare l’Africa, dove nei paesi poverissimi dove si fa fatica a mangiare, dove non si ha la casa, dove non sia l’auto. dove non sia la corrente elettrica, non si hanno gli ospedali e non si hanno le scuole è facile mettere poco; siamo nell’ordine di 200 300 kg di CO2 per persona all’anno. All’estremo opposto abbiamo i paesi ricchi, i paesi dissipatori cioè quelli che sprecano; in testa gli Stati Uniti 15.000 kg di CO2 per persona all’anno, insieme al Canada insieme all’Australia, insieme agli Emirati Arabi. A metà strada l’Europa. L’Italia possiamo dire dove c’è uno stile di vita sicuramente soddisfacente ma dove siamo più sobri dove storicamente abbiamo pagato di più l’energia e la sappiamo usare con un po’ più di senso della misura un italiano emette in media 6500 kg di CO2 per anno. Questi sono i numeri nei quali dobbiamo muoverci per arrivare tutti a zero nel 2050.

Un americano oggi potrebbe tranquillamente dimezzare le sue emissioni arrivando davvero a uno stile di vita europeo ma allora perché non lo fa? È difficile per chi si è abituato a sprecare cambiargli la testa ed è per questo motivo che gli Stati Uniti tendono quasi sempre a sfuggire dagli accordi internazionali sul clima; lo hanno fatto con il protocollo di Kyoto sotto l’amministrazione di George Bush; lo hanno fatto con l’accordo di Parigi sotto il primo mandato di Trump e lo rifanno ora con il secondo mandato di Trump sotto l’aforisma: “il livello di vita degli americani non è negoziabile”. La colpa in genere viene data ai cinesi, ma i cinesi emettono molto perché sono tanti, non perché hanno uno stile di vita così dissipatore come gli americani! I cinesi sono 1.500.000.000 ma emettono circa 10.000 kg per persona, quindi un po’ più di un italiano ma meno dell’americano; inoltre i cinesi emettono molto soltanto negli negli ultimi vent’anni perché il boom economico della Cina è cominciato all’inizio degli anni 2000 mentre l’Europa e l’America emettono da 200 anni bruciando carbone come prime potenze coloniali; lo hanno impiegato per prime.

Veniamo allora proprio all’Italia che mi sembra un buon esempio per partire su cosa potremmo fare. 6500 kg di CO2 all’anno da dove cominciare per abbassarle.

Prima di tutto dalla casa! Le nostre case sono dei colabrodo energetici e il 40% dell’energia viene usato per scaldare o per rinfrescare d’estate, ma la maggior parte di questa energia sfugge dagli spifferi delle finestre e dai muri non sufficientemente isolati. Quindi agire sulla propria casa vuol dire fare il cappotto, cambiare le finestre, mettere tutti quei dispositivi che ci aiutano a evitare la dispersione della preziosa energia. Questo corrisponde anche a un bel risparmio nella bolletta! quindi non si capisce perché non lo si faccia! o meglio, lo si fa ma in misura troppo lenta. la casa poi ha bisogno di energia e questa energia possiamo produrla passando dal fossile alle energie rinnovabili che sono l’idroelettrico le eolico, il solare. L’so energetico del sole mettendo i pannelli solari perché l’energia che possiamo produrre a casa nostra sul nostro tetto della casa è da produzione di energia. 

Passiamo ai trasporti. I trasporti rappresentano in Italia in Europa circa il 20% delle emissioni, la bicicletta, le auto elettriche si possono caricare con l’energia rinnovabile; ovviamente bisogna riciclare le batterie; bisogna caricarle con l’energia rinnovabile e non con quella prodotta da una centrale carbone ma è già una prassi che tra l’altro fa anche viaggiare gratuitamente quando si carica con l’energia di un pannello solare sul tetto della propria casa. 

L’unico mezzo che non riusciamo a rendere sostenibile per ora è l’aereo; mentre il treno può funzionare energia elettrica rinnovabile l’aereo no! al momento funziona solo a kerosene quindi l’unico modo di abbattere la parte di emissioni dei voli è di non volare! un volo intercontinentale dall’Italia agli Stati Uniti produce più di 2000 kg di CO2 andata e ritorno, visto una persona in Italia ne consuma in un anno che 6500 con solo volo andata e ritorno ci bruciamo quasi un terzo delle emissioni di una persona. Sostituiamo il volo con il telelavoro e voliamo poche volte solo quando è estremamente necessario.

Terzo pilastro: il cibo. Il 30% delle emissioni avviene dalla produzione di cibo e dal suo spreco. dobbiamo mangiare semplicemente poca carne. Questo è già una buona indicazione! senza necessità di diventare vegetariani, ridurre della metà al proprio consumo di carne a un enorme vantaggio climatico, perché l’allevamento del bestiame è una delle fonti maggiori di emissioni di gas serra; non sprechiamo cibo, mangiamo cibo locale e stagionale, evitiamo il cibo esotico o di fuori stagione che spesso è stato trasportato in aereo.

Infine gli oggetti! facciamoli durare più a lungo; contengono energia, materie prime e si trasformano in rifiuti. L’usa e getta è deleterio; quindi il concetto è serviamoci di prodotti di qualità che abbiano una vita lunga che siano riparabili che non si rompano immediatamente, ma non cediamo anche alle mode che ci invitano continuamente a buttare via e comprare l’oggetto successivo, anche se quello prima funziona ancora bene.

Con questi quattro consigli siamo già in grado di abbattere forse della metà le nostre emissioni; per l’altra metà abbiamo bisogno invece della grande politica internazionale che ci faccia fare il passo successivo.

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lory1954

Imprenditore da sempre. Ora che ho più tempo da dedicare a me stesso condivido appunti e riflessioni su ciò che leggo ed osservo nella società.

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